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lunedì 9 maggio 2011

Carlo Onofrio Gori. Risorgimento. Giosuè Carducci e le sue amicizie pistoiesi: Louisa Grace Bartolini e Policarpo Petrocchi. 2011 - 150th Anniversary of the Unification of Italy

Giosuè Carducci e le sue amicizie pistoiesi: Louisa Grace Bartolini e Policarpo Petrocchi

Fra i vari appuntamenti “centenari” di questi ultimi tempi, passati “mediaticamente” pressoché in sordina, spicca quello di un illustre letterato e poeta toscano: Giosuè Carducci.
Le manifestazioni di un paio d’anni fa per il centenario della sua morte, avvenuta a Bologna il 16 febbraio 1907, malgrado l'impegno celebrativo di enti ed amministrazioni, soprattutto emiliane e delle provincie di Lucca e Grosseto, non hanno riscosso l’eco mediatico sperato: grava fatalmente sulla odierna popolarità del grande toscano la consacrata e “pesante” ufficialità alla quale pervenne,  principale causa di non poche delle fatiche scolastiche di passate generazioni di italiani costrette ad imparare a memoria molte delle sue poesie, fino a ieri onnipresenti sui libri di testo e delle quali invece troviamo oggi, nei manuali letterari scolastici, solo fuggevoli tracce.
Com'è noto Carducci approdò dalle inquietudini anarchicheggianti della sanguigna giovinezza, durante la quale con lo pseudonimo di Enotrio Romano, seppe interpretare meglio di chiunque altro l'anima democratica-giacobina, repubblicana e laica del Risorgimento, alle posizioni monarchico-conservatrici di una posata e sapientemente “costruita” maturità che lo  vide assurgere prima a “poeta vate della nuova Italia” per concludere poi nel 1907 con la definitiva consacrazione internazionale quale Premio Nobel per la letteratura, il primo assegnato ad uno scrittore italiano.
Parlare oggi di Carducci è quindi impresa non facile poiché, proprio per il suo percorso poetico e civile, l' illustre intellettuale appare a molti non solo distante da tutto ciò che impregna la vita attuale, ma sfugge anche a quelle suggestioni romantiche che, ad esempio, hanno reso anche sotto il regime sovietico e rendono tutt'oggi vivo e fanno amare a tanti russi un poeta morto già nella prima parte dell'Ottocento, come Puskin.
Tuttavia la personalità di quello che nella maturità fu definito il "poeta di Casa Savoia", proprio perché a suo tempo eccessivamente esaltata, paradossalmente resta a tutt'oggi non sufficientemente indagata: una figura di   autore e grande professore protagonista di un’epoca con tanti aspetti che sul piano umano e storico-letterario meritano attenzione proprio perché l'evoluzione degli umori della sua poesia rispecchiano fedelmente quelli dell'Italia borghese tra la fine del  Risorgimento e gli anni delle sue prime manifestazioni nazionalistiche e dei suoi (velleitari) aneliti imperialistici.
A Pistoia due lapidi dedicate alla breve permanenza di Giosuè Carducci nel 1860, una posta a lato dell'ingresso del già Liceo Forteguerri (oggi Biblioteca Forteguerriana) dove il poeta insegnò  e l'altra all'altezza del  n. 23 dell'omonima via (a suo tempo via dell'Amore) dove abitò, ricordano che tuttavia il poeta ebbe un rapporto importante con la città toscana.
Nel 10 gennaio 1860 il venticinquenne promettente  poeta vi mise  piede per la prima volta, per iniziare le lezioni il giorno successivo. Fino a  tre anni prima aveva insegnato retorica al Ginnasio di S. Miniato al Tedesco dove Ristori, il 23 luglio 1857, aveva stampato la sua prima raccolta diRime, poi nel dicembre 1859, era arrivata la nomina che per l'anno scolastico 1859-60 lo destinava, per trasferimento da Arezzo, alla cattedra di lingua e lettere greche  al Liceo Forteguerri, (che aveva sede allora come  la avrà fino al 1924 nel  Palazzo della Sapienza) con stipendio di duemila franchi annui: un po' di respiro economico per il poeta che  in seguito alla tragica morte del fratello Dante (1857) e del padre, medico a S. Maria a Monte (1858), aveva ormai sulle spalle tutta la famiglia che campava lavorando alla collezione Diamante dell'editore fiorentino Barbèra.
Inizialmente in Pistoia abitò da solo, tornando il venerdì dopo le lezioni a Firenze, dove risiedeva la famiglia. La città di Cino gli piacque subito come testimonia una lettera scritta alla moglie il  10 gennaio:  « ... più che si vede, più apparisce bella città: magnifiche, larghe vie, bei fabbricati, monumenti d'architettura e d'arte non punto volgari » , ed un'altra inviata il 12 ad un amico pisano:   « In Pistoia spero star bene; bella città ariosa, di larghe vie, toscana di monumenti, ricordanze e lingua ». Tuttavia i motivi pratici prevalsero ed il poeta poco più di una decina di giorni dopo il 24 gennaio si raccomandava a conoscenti invocando i loro buoni uffici per un  trasferimento al Liceo di Firenze:  «...ciò più di ogni altra cosa, varrebbe ai miei studi..., che in Firenze potrei meglio seguitare per le facoltà a grandi che dà la città» (lettera a Salvagnoli, ministro dei Culti nel Governo provvisorio toscano), mentre nella lettera al Gotti faceva leva su motivi economici: «... perché lo stipendio che ora ho, in città di provincia, priva per me d'ogni altro modo di guadagno, non basta alla famiglia mia ». Le raccomandazioni evidentemente non funzionarono pertanto nel febbraio lo raggiunse la famiglia allora composta dalla moglie Elvira, dalla madre Ildegonda, dal fratello Valfredo e dalla piccolissima figlia Bice e tutti andarono ad  abitare a casa Procacci in via dell'Amore,  dove poi, per le onoranze carducciane del giugno 1921 venne apposta  la lapide, dettata da Alessandro Chiappelli, che lo ricorda come educatore della «gioventù pistoiese ai grandi destini della Patria risorta ». Già, la Patria...il periodo della permanenza del Carducci a Pistoia coincide infatti con eventi che rappresentano  una svolta storica per l'Italia  e per la Toscana e  mentre la “Toscanina”, volontaria “orfana” del Granduca con il sommovimento del  27 aprile 1859, era retta dal governo provvisorio guidato da Ubaldino Peruzzi e si apprestava all'adesione plebiscitaria al nuovo Regno d'Italia, il generale Garibaldi stava mettendo le basi per la sua “impresa dei mille”. Il pistoiese Francesco Franchini, che Carducci incontra come direttore del Forteguerri è, nell'ambiente, la  rappresentanza tangibile di questi cambiamenti. Già combattente a Montanara e ministro dell'Istruzione Pubblica nei gabinetti Montanelli e Guerrazzi in seguito alla prima defenestrazione dei Lorena nel 1848,  con la restaurazione granducale si era rifugiato a Genova, per tornare a Pistoia richiamato nel maggio 1959 dal governo provvisorio toscano che con  decreto del ministro della Istruzione Pubblica Cosimo Ridolfi gli aveva affidato la direzione del Liceo cittadino. Al Forteguerri Carducci ebbe validi colleghi come ad esempio Pietro Bozzi, ordinario di diritto romano e patrio, e Giuseppe Tigri, direttore della Biblioteca Forteguerriana, (a quei tempi unita al Liceo) che nel 1856 aveva pubblicato i Canti popolari toscani, la sua opera più importante.
L'insegnamento del greco gli provocava non poca fatica e finalmente con decreto dell'11 marzo 1860 ottenne di passare alla cattedra di italiano e latino e per l'occasione tenne secondo l'uso del tempo, una pubblica prolusione “ ...troppo dotta per i dotti pistoiesi” come ebbe poi a  scrivere in una lettera a Giuseppe Chiarini del 3 maggio.  Mostrò  generalmente sempre scarsa stima per il mondo culturale pistoiese,  ma una prima eccezione la fece per Louisa Grace  aristocratica irlandese, molto colta ed innamorata dell'Italia che seguendo i consiglio della sua  guida spirituale don  Angelico Marini, originario di Barile presso Pontelungo, patriota e letterato,  aveva scelto di abitare a Pistoia fin dal 1841. Pittrice, letterata, traduttrice, la Grace, volendo proseguire la tradizione culturale di Niccolò Puccini (presso la cui casa aveva inizialmente abitato) in quegli anni fece della sua abitazione di via della Madonna  il ritrovo più dotto della città. Il salotto dell'amica Louisa,  fu per il poeta, fin dal primo invito del 12 gennaio  l'unico ambiente “frequentabile” durante la sua permanenza a Pistoia, oltre al Marini vi incontrò personaggi come Giovanni Procacci, Mariano Bargellini e vi invitò  i suoi giovani amici, il Chiarini e Giuseppe Gargani, gli «Amici pedanti». L'amicizia con Louisa rimase sempre forte anche dopo che questa il 17 febbraio 1860 si sposò quarantaduenne con l'ing. Francesco Bartolini di tredici anni più giovane e dopo che Carducci, uspice Terenzio Mamiani, otterrà nell'agosto la cattedra di eloquenza italiana in quell’'Università di Bologna iniziando dal novembre dello stesso anno un lunghissimo periodo di insegnamento che durerà fino al 1904.
Ma il Carducci anche dopo il trasferimento a Bologna non dimenticò l'amica ed  iniziò un carteggio costituito da venti nove lettere del poeta e quaranta della corrispondente, che durò fino alla morte di lei avvenuta il 3 maggio 1865:  corrispondenza interessante che ci offre uno spaccato dell'ambiente da cui il Carducci si distacca e di quello prestigioso in cui entra, ma anche denso di fatiche ed ansie di ogni genere.
Ma frequenti furono fra i due anche gli incontri, qualche volta a Bologna, ma soprattutto a Pistoia, anche in occasione di  incarichi ufficiali come quando il poeta nel 1867 fu chiamato a far parte di una commissione per il concorso ad alcune cattedre nel Ginnasio comunale e quando nel, 1877 fu ispettore ministeriale al Liceo Forteguerri.
Dopo la sua morte dell'amica, il Carducci scrisse su di lei il saggio critico « Louisa Grace Bartolini »  in cui viene reso omaggio più che alla pittrice o alla letterata, soprattutto all'esperta traduttrice e la divulgatrice in Italia del poeta statunitense Henry W. Longfellow (1807-1882) e dello storico Thomas B. Macaulay (1800-1859), l'autore dei Canti di Roma antica.
Interessante anche l'amicizia fra Carducci e Policarpo Petrocchi. Nel corso degli anni Carducci fu uno dei poeti più amati dal lessicografo pistoiese, a sua volta apprezzato dal  "vate della nuova Italia". In particolare, ricordiamo due episodi significativi delle loro frequentazioni: il primo dei quali riguarda la visita fatta dal Carducci a Cireglio, invitatovi da Policarpo quando questi, nel luglio del 1881, era andato a trovare il poeta nella sua dimora di Bologna, riportando, oltre alle lodi del padrone di casa per i suoi scritti (in particolare la traduzione dell'Assommoir), una buonissima impressione della città che vedeva per la prima volta, dei suoi abitanti e della vita che vi si svolgeva.
La visita venne ricambiata nell'agosto seguente, il giorno 4, dopo che Carducci, giunto in treno fino a Pracchia, in compagnia dell'avvocato Giuseppe Barbanti Brodano, giornalista e uomo politico socialista, fu accompagnato in calesse a Cireglio dallo stesso Petrocchi: visita del paese, escursione in montagna (al Sasso di Cireglio, un colle di circa 800 metri), pranzo al Castello, il tutto ravvivato da recitazione di poesie (di Renato Fucini, di Giovanni Rizzi, dello stesso Giosuè), discussioni letterarie (sul Manzoni, sulla lingua italiana), chiacchiere amene riguardanti «mille cose». Gli ospiti poi, dopo una tazza di «caffè arabo» offerta dall'avvocato Petrocchi, zio del nostro, trascorsero la notte in paese nella modesta casa petrocchiana, per ripartire, l'indomani mattina, in un legno condotto da Policarpo, alla volta dell'Abetone, dove incontrarono Renato Fucini.
I rapporti Petrocchi con Carducci continuarono cordiali ed abbastanza intensi per anni. Nel 1890, per esempio, alla nomina del poeta a senatore del Regno, Policarpo gli dedicò un'ode buon augurio. Non sappiamo molto altro, dal momento che nell'archivio dei Carducci si trovano, di Policarpo, poche lettere di modesto interesse e sparite risultano le lettere del poeta dall'archivio Petrocchi, al pari di altri carteggi, annate dei diari e altri manoscritti, andati distrutti o dispersi.
Siamo meglio informati ‑ ed è questo il secondo episodio, che si intende evidenziare, perché illumina alcune fondamentali caratteristiche dell'animo e del carattere petrocchiani ‑ sul tragicomico diverbio che, se non li divise per sempre, certo raffreddò alquanto, da lì in poi, i loro rapporti, come testimonia un certo risentimento ancora avvertibile nella versione "autentica" dei fatto, offerta dallo stesso Petrocchi ad alcuni anni di distanza. La scenata avvenne a Roma nel 1895, nella trattoria del sor Enrico in Santa Maria in Via, presso l'angolo di Via dei Crociferi, poco dopo la pubblicazione dell'ode scritta da Carducci per celebrare le nozze di Francesco Crispi; a tavola c'erano, oltre ai due protagonisti ed altri commensali, anche Cesare Pascarella e Mario Menghini: «Oggi è uscito il fascicolo della "Rivista d'Italia" nella quale una moltitudine dì autori parlano del Carducci: è accidentato, è vicino a finire, e gli spargono l'ara di fiori. Certo questo non è male, è bene. Il Menghini nel Carducci a Romacita quelli che andavano a banchetto con lui, e dice: “qualche volta Petrocchi, incorreggibile indagatore di frasi carducciane”. Una sciocchezza senza scopo e senza sale, mancante d'ogni e qualunque fondamento di verità. Ci andai a colazione parecchie volte, invitato sempre dal Menghini, e non con quel piacere che credeva lui, giacché la conversazione carducciana è quel che può mai essere di desolante: un monte di stranezze e di cose senza senso che dice abbandonandosi, fors'anche per bisogno d'ingoffarsi, come direbbe Machiavelli, alla corrente de' commensali, e buttando là giudizi avventati ed insolenti, a cui non si può rispondere come si vorrebbe. Una volta a tavola il Carducci diceva plagas di Cavallotti, di Milano e di Crispi. lo tacqui; ma il Della Porta interloquì, e per provare quanto Crispi fosse un gran galantuomo e il Cavallotti un birbante, si mise a citare un aneddoto sciocco. Io sdegnato l'interruppi: "Ma smettetela: codesto Crispi è il più gran mascalzone che abbia avuto il Regno d'Italia". Carducci s'alzò invelenito, prese il coltello, pareva che mi volesse fulminare; io lo guardai imperterrito, mi disse: "Esci!. "Eh, se non è per questo non mi par vero!” gli dissi. "Tu sai come la penso”. “Io so che sono un uomo libero". E andando via, m'accompagnò con questa frase sardonica: "Un toscanello che s'è fatto manzoniano a Milano". E io di rimando: "Se mi son fatto manzoniano...". "Che dici?". "Se mi son fatto manzoniano è perché non mi son mai fatto servo di nessuno. E me n'andai».
In seguito i due ebbero modo di rivedersi, grazie al generoso e riuscito tentativo di rappacificazione voluto da alcuni comuni amici: Policarpo stesso racconta che, dopo la sfuriata, «a Carducci sbollì l'ira, se ne pentì, fece gli elogi di me agli altri, disse d'esser un uomo che non sa più stare in.società. E non mi curavo più di lui quando Pascarella e Menghini, poiché il Carducci domandava sempre di me, vollero a ogni costo che si rifacesse la pace; si può dire che quando veniva a Roma dal '95 in poi, io mi son quasi sempre trovato con lui. Dunque il valore di qualche volta non è esatto; il rimanente poi è una sciocchezza senza senso, perché non ho mai scritto, né pensato a scrivere nessuna frase carducciana. Se mai erano loro invece che pescavano le mie toscane, e il Carducci le rilevava, e le difendeva. L'ultima, su cui si fermò a lungo, e che disse di voler inserire in qualche scritto "perché la buona lingua bisogna difenderla", fu la parola cimolo».
Altri confermano ed ampliano la suddetta versione: «[ ... ] il Carducci era incapace di risentimenti, e quando il Pascarella gli domandò prudentemente se gli sarebbe dispiaciuto rivedere il Petrocchi, s'affrettò a dire che non aveva nulla contro di lui. Il Petrocchi, avvisato dal Pascarella, prese parte pochi giorni dopo con il Carducci ed altri ad una gita a Frascati, e il Carducci lo accolse e lo trattò in modo da dimostrargli d'aver dimenticato l'incidente spiacevole. A colazione il Petrocchi, seduto accanto al Carducci, stava sfogliando un finocchio e aveva liberato dalle foglie esterne e più dure il bel grumoletto bianco, quando il Carducci si voltò ed esclamò: "O Petrocchil me lo dal a me codesto bel ..." e si fermò a cercare la parola che non gli veniva in mente. "Cimolo..." suggerì il Petrocchi, poiché tale parola si usa comunemente per grumolo a Fistoia e in altri luoghi. Ma giungendo essa nuova alle orecchie di quasi tutti i presenti, scoppiò una gran risata e per tutta la giornata quel "cimolo" fece le spese dell'allegria della comitiva. Un anno fa, quando il Carducci era già debole, ed il parlare cominciava ad essergli difficile, il Pascarella volle vederlo, e trovatolo malinconico gli rammentò le gite fatte insieme nei dintorni di Roma e fra le altre quella di Frascati insieme al Petrocchi ed altri. Il Maestro allora sorridendo accennò a voler dire qualcosa; ma poiché la parola fu meno pronta della volontà, fece un gesto con le piccole mani indicando la forma di qualche cosa. Il Pascarella indovinò subito, e disse: ‑Il cimoloi‑ Ed il Maestro rise. Non aveva dimenticato neppure quell'episodio».
Un ultimo incontro avvenne a Bologna il 2 gennaio del 1902: «A Bologna ( ... ) sono andato diritto dallo Zanichelli. M'à detto che il Carducci starà poco a venire al negozio, e m'à insegnato dove sta lo Gnaccarini, genero del Carducci. Son andato da lui con un biglietto dei Salveraglio; ma ci si conosceva di già. Gli ò chiesto notizie biografiche del Carducci; me Và promesse, à detto che se n'interesserà con amore ( ... ) Dopo son andato dal Carducci nel negozio dello Zanichelli, e Vò trovato dimagrito assai e con le linee della bocca assai cambiate. M'à accolto bene, m'à dato il suo ritratto e dei ritratti da portare a' Figlioli dei Chiarini, m'à detto d'aver letto il mio Numero dantesco e d'averlo trovato vero; m'à presentato al prof. Setti e al prof. Livi e al Della Lega. li Livi m'à presentato al direttore del liceo Mamiani; e tutt'e due sono entrati in discussioni di lingua, ancora vive a Bologna».
Ma neppure quest'ultimo incontro riuscì a rasserenare del tutto il clima dei rapporto fra Carducci e Petrocchi, se quest'ultimo, che pure aveva dato recentemente, nel suo Thesaurus, un ritratto penetrante e complessivamente positivo (ma non certo accomodante) del poeta "maremmano" ‑di cui ammirava sommamente le qualità letterarie, assai meno quelle filosofiche, cercando anche di spiegare razionalmente la sua "conversione' alla monarchia, giungeva ad annotare con evidente amarezza, nel maggio dello stesso 1902:  « è uscita la seconda edizione delle poesie carducciane; a me non l'à mandata, e non la manda certo. È inutile negarlo: il Carducci à sullo stomaco ancora la famosa scenata di Crispi e il manzonianismo paventato» .
Ma forse, in quest'occasione, Policarpo peccò in pessimismo: infatti, il 15 agosto 1905, il figlio maggiore del Petrocchi, Carlo, riceveva da Alberto Bacchi Della Lega, collaboratore, amico ed, infine, segretario affezionatissimo di Carducci negli ultimi anni della vita del poeta, il seguente biglietto: Fu un uomo buono e valente ed lo l'amai molto ‑così mi disse di scriverle il prof. Carducci che della sua mano inferma non può valersi a risponderle di persona».
E il poeta della terza Italia non era uso a mentire: «Alla cortesia nessuno è obbligato, quando per esser cortese bisogna esser bugiardo».”
                                                                  
                                                                     Carlo Onofrio Gori 
                                                                                                                                                 


Originale dell'articolo di Carlo O. Gori,  Pistoia "bella città ariosa", comparso sul n. 52 (apr.giu. 2007) di "Microstoria"




Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.




"carlo gori"   "Giosuè Carducc, Italian poet, one of Italy's greatest, and a teacher,  was born in Val di Castello in the northwestern corner of Tuscany, and was the first Italian to win the Nobel Prize in Literature..."  ""Giosué Carducci, grand poète italien, enseignant à l'université de Bologne..."Giosuè Carducci was Italiaans dichter

sabato 30 aprile 2011

Carlo Onofrio Gori. Risorgimento. I prigionieri toscani di Curtatone e Montanara a Terezienstadt. 2011 - 150th Anniversary of the Unification of Italy


Guerre e prigionieri toscani d’altri tempi: i pistoiesi a Curtatone Montanara e nella prigionia boema di Terezin (1848)


Com’è noto, a Curtatone e Montanara, il 29 maggio 1848, i toscani, insieme ad un piccolo contingente napoletano, si batterono con valore contro un nemico esperto, agguerrito e preponderante, e pur dovendo alla fine ripiegare diedero il tempo ai sardo-piemontesi di prepararsi per affrontare vittoriosamente, il giorno seguente, il grosso dell'armata austriaca a Goito: successo purtroppo poi non sfruttato.
Alla fine di quella giornata non tutti i combattenti ebbero il tempo di ritirarsi: rimasero infatti nelle mani degli austriaci ben 1276 prigionieri, toscani in massima parte e fra questi 29 pistoiesi che avevano avuto tra le loro fila 6 caduti e 12 feriti (1). Alcuni cimeli, ritratti e documenti conservati nella Biblioteca Forteguerriana di Pistoia ci parlano della loro sorte, ma è soprattutto nel libro Ricordi storici del battaglione universitario toscano del reduce pistoiese Gherardo Nerucci, poi noto autore delleSessanta novelle popolari montalesi, che troviamo le testimonianze particolarmente dettagliate e preziose di Tarugio Tarugi, montepulcianese, e di Alfonso Ademollo, fiorentino (2). A noi infatti, più che sulle fasi, sui protagonisti o sul significato di quell’evento, su cui anche recentemente sono apparsi alcuni articoli (3) e che al di là di ogni retorica riteniamo fondamentale per la riscoperta delle radici dell’identità toscana e nazionale, sembra stimolante soffermarsi ora sulle vicissitudini di quei prigionieri, anche perché essi, dopo una marcia forzata di 15-20 miglia giornaliere, vennero poi internati a Theresienstadt, una città-fortezza boema, dedicata all’Imperatrice Maria Teresa, che ospiterà prigionieri italiani anche durante la prima guerra mondiale, ma divenuta universalmente e tragicamente nota col nome cèco di Terezin soprattutto dopo l’ultima guerra mondiale.
Terezin fu infatti l’unico lager nazista in cui vennero concentrati solo bambini ebrei (15.000) nel  passaggio verso Auschwitz e la “soluzione finale” alla quale appena un centinaio sopravvisse: Theresienstadt-Terezin, oggi “luogo della memoria”, da sempre luogo di terrore?  Vedremo.
Ma torniamo ai prigionieri del 1848 per notare, fin da ora, due costanti di tutto quel viaggio: la comunanza fraterna fra i volontari provenienti da varie città toscane, cosa insolita per una regione da sempre rósa da dispute campanilistiche, ed i non facili rapporti fra gli studenti ed i soldati granducali, i “così detti  bianchini… che –  nota Tarugi – è bello tacere cosa fossero di scellerato”(4). Quest’ultimi, inviati obtorto collo da Leopoldo II in Lombardia, già prima della battaglia avevano mostrato insofferenza verso i “signorini” studenti ritenendosi trascinati dal loro idealismo nei pericoli di una guerra alla quale, evidentemente, avrebbero preferito sottrarsi. Tuttavia i “bianchini” (dal colore della loro divisa spesso confusa sul campo con quella degli austriaci) poi si batterono bene, ed anzi, quando “a caldo” alcuni studenti prigionieri furono minacciati, in quanto “irregolari”, di fucilazione, essi offrirono di ceder loro alcuni capi del proprio vestiario affinché potessero camuffarsi da soldati dei reggimenti di Linea.
Dal 3 al 5 giugno i prigionieri intraprendono la marcia da “Mantova a Verona…la più penosa di tutte le altre fino a Theresienstadt” (5). Nella città scaligera possono finalmente dissetarsi, sfamarsi e pensare alle famiglie lontane, ma i contatti postali con la Toscana sono interrotti e bisogna arrangiarsi: il pistoiese Pietro Fanfani, poi celebre vocabolarista, prova ad es. ad avvertire il collaboratore veronese della sua rivista “Ricordi filologici e letterari”,  P. Bartolomeo Sorio, affinché questi successivamente scriva a Pistoia che lui ed altri concittadini come Francesco Bianchini, Giuseppe Bracciolini, Icilio Capecchi , Francesco Vannetti, ecc., sono vivi, ma prigionieri (6).
Ripresa la marcia i prigionieri entrano nell’allora denominato “Tirolo italiano”, che in sostanza corrisponde all’attuale Trentino, giungendo il 7 ad Ala, poco sopra il Lago di Garda, anche questo poi “luogo significativo” perché qui dal 1866 fino alla prima guerra mondiale sarà stabilito il posto di confine, sulla strada del Brennero, fra Italia ed Impero Austroungarico, confine poi ristabilito da Hitler nel 1943-44 durante l’effimera Repubblica di Salò (7).  In questa zona i “nostri” hanno per un tratto di strada come guardiani un reparto di studenti viennesi militarizzati con i quali, ricordano, era possibile fraternizzare: “ …in ogni paese Italiano o Tedesco …gli Studenti erano i primi ad avvicinarsi a noi…uno Studente era riguardato come un vecchio amico”(8). Saranno via via poi presi in consegna da soldati delle varie nazionalità componenti quel gran mosaico che era l’Impero Asburgico: rigidi, ma corretti gli austriaci, con l’eccezione però dei tirolesi, insieme ai croati sempre particolarmente duri, spesso gentili invece gli ungheresi, quasi complici infine i triveneti che spesso, ma sottovoce, li saluteranno con un “Viva l’Italia”. A Trento infatti i “nostri” trovano eccezionale accoglienza: “Le…persone …gettavano pezzi di pane, danari …e…ci abbracciavano piangendo” (9).
La situazione cambierà ben presto nel “Tirolo tedesco”, che andava dalla zona di Bolzano (10) a quella di Innsbruck, dove invece i prigionieri registreranno “segni di odio da quella popolazione” tanto che riterranno “prudenziale” serrare i ranghi e “non dividersi” (11).
Significativo il passaggio del 14 per il Brennero “con…in cuore la speranza che un giorno la nostra patria avrebbe raggiunto quel suo confine naturale” (12). Dopo Innsbruck, spesso pernottando all’aperto e mangiando “poco e pessimo pane intriso nel latte inacidito” (13) i prigionieri passano per Salisburgo e giungono a Linz, città che ricorderanno con nostalgia: “Il suo bel Lungo-Danubio – scrive Tarugi - mi rammentava il Lungarno di Pisa” (14), mentre Ademollo nota: “…una delle più belle città dell’Austria…fornita di vapori fluviali per Vienna e l’Ungheria …[con] i loro equipaggi composti quasi totalmente da Livornesi” (15).
Ripreso il cammino i “nostri” entrano in Boemia ed il 5 luglio, giunti a Budweiss, vengono divisi: i “regolari” sono inviati verso le fortezze di Koenigsgratz e di Josephstadt, mentre i volontari, studenti e non, compresi una ventina di soldati napoletani, verso Theresienstadt.
E’ con gli studenti boemi che ora i “nostri” riescono a stringere forti legami di simpatia anche perché pochi giorni prima nella vicina Praga si era verificata una rivolta antiasburgica: “c’intendevamo…più di tutto con la lingua latina, nella quale…potevano dirsi maestri” (16) – ed essi –  “subito chiedevano all’Uffiziale di scorta…di portarci nelle loro case a pranzo” (17).
Giungono finalmente a Theresienstadt “che fece l’ingegnere Pellegrini di Milano, a’ suoi tempi…In fondo di questa fortezza esisteva un ampio seguito a ferro di cavallo di casematte di due piani e in una parte di queste i prigionieri furono collocati…dinanzi ad un alto impalancato di legno” (18).
Sui “nostri” gravano ora la “monotonia della vita di caserma” unita alla preoccupazione per non poter ricevere o spedire notizie ai familiari. “In seguito le lettere arrivarono, l’animo tornò più tranquillo ed allora cominciammo ad arrabattarci per passare meglio che si poteva il nostro tempo” (19). Si prova a dipingere avendo come maestro il pittore pistoiese Demostene Macciò, ma soprattutto si organizzano concerti d’ opera italiana “sotto la direzione di Baco Canovai, di Gherardi del Testa e di altri prigionieri…melodie…da noi tanto bene riprodotte…che le famiglie degli Uffiziali, rotte le consegne delle sentinelle…vollero entrare nel piazzale riservato per vederci e udirci da vicino. Lo stesso nostro burbero comandante dismise i suoi rigori e concesse che alcuni di noi tutti i giorni potessero …uscire dalla  fortezza  …e anche facoltà di condursi in qualche città della finitima Sassonia” (20).
I “nostri” possono così “gustare dei discreti manicaretti, fra’ quali la lepre cotta in più modi” (21), ma non solo: “a Leitmoritz (sic.)[esattamente: Leitmeritz in tedesco e Litoměřice in ceco N.d.A.]…sull’Elba – ricorda Ademollo –  città…fornita di una copiosissima libreria potemmo abbellirci di quanti libri Francesi e Tedeschi volevamo…unico e solo libro Italiano che ci trovavamo fu la raccolta delle Poesie del Giusti  [la cui fama]…si era spinta per un buon tratto nel settentrione”(22).
In sostanza la permanenza a Theresienstad sarà via via per i “nostri” talmente piacevole che Tarugi noterà: “Se non mi avessero fatto difetto i soldi quel periodo di prigionia sarebbe stato per me una vera villeggiatura” (23). Tutto ciò oltre ad un istintivo di nostalgia per i modi cavallereschi dei “bei tempi andati” non può che provocare oggi in noi una profonda angoscia ben sapendo cosa accadrà proprio in quel luogo quasi cent’anni dopo.

Finalmente il 24 agosto i toscani apprendono dell’Armistizio di Salasco ed ora, non più prigionieri, potranno ripercorrere con comodo (addirittura a Linz troveranno l’inviato del governo toscano Ubaldino Peruzzi che fornirà loro gli arretrati della paga!) la strada dell’andata per  rientrare a settembre inoltrato in patria.  


                                                                  
                                    Carlo O. Gori
Carlo Gori - Carlo O. Gori - Carlo Onofrio Gori
                              

                                 

Questo articolo è riproducibile, del tutto o in parte, avendo però cura di citare chiaramente l'autore e le fonti.











Sintesi e rielaborazione degli articoli di Carlo O. Gori:
Theresienstadt,  prigione d’eroi. L’internamento in Boemia dei volontari toscani del 1848 nel ricordo di alcuni patrioti pistoiesi, in “Microstoria”, n. 47 (mag.-giu. 2006);



Da Curtatone e Montanara a Terezin: il lungo viaggio dei prigionieri toscani del 1848, in "Camicia rossa", n. 2/3 (mag./set. 2010).



Per le note consultare i diversi articoli aventi lo stesso argomento sulle riviste suddette.
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 Data:15 Gen 2012 - 15:44
 Oggetto:rassegna storica del risorgimento

Caro Carlo
ti informo che la "Rassegna storica del Risorgimento" - fascicolo lug-sett.2010 ha segnalato, nello spoglio degli articoli di interesse risorgimentale, il tuoi:
-Da Curtatone e Montanara a Terezin
-Gli artefici della nuova Italia nelle targhe delle vie cittadine
entrambi pubblicati nella nostra rivista "Camicia Rossa".
Certo che gradirai questa autorevole segnalazione, ti saluto con cordiale amicizia

Sergio Goretti

"carlo gori"

martedì 12 aprile 2011

Carlo Onofrio Gori. Risorgimento. I Macchiaioli

Fra “la meglio gioventù” dell’Ottocento:  i Macchiaioli,  pittori rivoluzionari e patrioti democratici


Un famoso e bel ritratto di Garibaldi, dipinto da Silvestro Lega, è stata forse l’icona più ricorrente delle recenti celebrazioni del Bicentenario. Il romagnolo-toscano Lega, che fu tra gli ultimi ad aderire alla corrente dei Macchiaioli per divenirne alla fine protagonista assoluto, lo tratteggiò nel 1861 sull’onda di un suo incontro con l’Eroe avvenuto tre anni prima a Modigliana dove il Generale si era recato per incontrare don Giovanni Verità, il sacerdote che nel 1849 lo aveva messo in salvo quando, dopo il fallimento della resistenza della Repubblica Romana,  era braccato dagli eserciti nemici.
Questa immagine corrucciata del Generale (che farà pendant con l’altro suo famoso ritratto di Mazzini morente) nella quale Lega, mazziniano coerente e “garibaldino”, sembra alludere anche al suo rammarico nel vedere delusi, all'indomani dell'unità italiana, gli ideali democratici in cui credeva e per i quali si era battuto, ci da l’occasione per ricordare questo movimento di giovani pittori, impegnati a superare accademie e romanticismi per ritrarre la natura dal vero, sviluppatosi a Firenze dalla seconda metà dell'Ottocento in parallelo all'insorgere delle passioni politiche e delle aspirazioni di unità e indipendenza suscitate dai moti popolari del '48.
Nei macchiaioli la volontà di rifondare il linguaggio artistico sarà infatti sempre strettamente legata alla forte tensione morale e al coinvolgimento nell’azione politica, ed  uno degli elementi accomunanti di questo gruppo di ammiratori di Mazzini e di Garibaldi sarà costantemente la condivisione dei valori di patriottismo e di democrazia, una democrazia dai connotati anche molto radicali, con evidenti propensioni  verso il socialismo, come ad esempio avverrà per Telemaco Signorini e Diego Martelli. 
Com’è noto il termine “Macchiaioli” fu coniato in senso dispregiativo da un anonimo giornalista in un articolo comparso sulla “Gazzetta del Popolo” di Torino del 3 novembre 1862, ma quei pittori  vollero  polemica­mente adottare il nuovo termine con una accezione positiva, come definizione e “segno” di un vero e proprio movimento operante nel periodo del trapasso dal gusto romantico a quello verista.  
II ritrovo culla e simbolo dei pittori fu il Caffè Michelangiolo, che non era nella zona del famoso omonimo Piazzale, come un distratto recensore di recenti mostre è stato indotto erroneamente a pensare, ma era giù in città, nella medicea via Larga (oggi via Cavour), già da allora una delle più belle strade di Firenze, a due passi dall’Accademia.
Il Caffè, che oggi non esiste più, si componeva di due locali , uno dei quali, come possiamo vedere in un famoso dipinto di Adriano Cecioni, decorato dagli artisti che lo frequentavano, e proprio in quella stanza già dal 1849-50, avvennero le prime  vivaci ed informali riunioni.
Gli artisti che costituirono quel nu­cleo “storico” e principale del movimento furono i fiorentini Cecioni, scrittore e scultore oltre che pittore, e Raffaele Sernesi; il livornese Serafino De Tivoli, il pisano Odoardo Borrani, il pesarese Vito D'Ancona; a loro si aggiunsero via via poco dopo il napoletano Giuseppe Abbati, il veronese Vincenzo Cabianca ed i fiorentini Telemaco Signorini e Diego Martelli, quest’ultimo ancora giovanissimo, che della corrente diverrà critico intelligente e mecenate sensibile.
Il periodo più vivo dei loro approfondimenti va dal 1854 al 1860, ma è dal 1856 che, con l’apertura al pubblico della collezione, ricca di capolavori della migliore pittura contemporanea france­se (compresi quelli della scuola di Barbizon precorritrice dell’impressionismo), conservata  nella Villa Pratolino del principe Anatoli Demidoff e con l’arrivo nel gruppo del napoletano Domenico Morelli,  del foggiano Francesco Saverio Altamura e del livornese Serafino De Tivoli, tutti reduci dalle esperienze artistiche parigine, le iniziali e confuse aspirazioni e sperimentazioni della corrente trovarono via via approdo in una maturazione più concreta che individuò chiaramente nell'accentuato contra­sto timbrico e chiaroscurale della “macchia” il principio fondante di una nuova maniera.
Dalla fine degli anni Cinquanta confluiscono nei macchiaioli altre importanti figure di artisti che contribuiranno a caratterizzare in modo indelebile la corrente: Giovanni Fattori, Raffaello Sernesi,  Giovanni Nino Costa,  Federico Zandomeneghi,  Silvestro Lega,  Giovanni Boldini, e di tanti altri poi considerati dalla critica “minori”.
Ed è  proprio in questi anni, con la guerra del 1859  e la fine del Granducato di Toscana e poi nel 1860 con l’Impresa dei Mille, che si apre un altro decennale e decisivo capitolo del movimento, riguardante non solo la ricerca pittorica, ma anche una partecipazione attiva di molti macchiaioli  alla battaglie del Risorgimento.
Borrani, Cabianca, Signorini, Martelli partirono volontari nel 1859, gli ultimi due con Garibaldi, come fu nel 1860 col Generale, Abbati, che nella Campagna meridionale perderà l'occhio destro, mentre Martelli tornerà con l’Eroe in quel fatale 1866, lo stesso in cui Sernesi, ferito e catturato in battaglia morirà a Bolzano prigioniero degli Austriaci a soli ventisette anni. Anche nel 1867 il romano Nino Costa, garibaldino convinto, che tanta influenza esercitò  sulla pittura dei fiorentini ed in particolare su Fattori, sarà col Generale a Mentana, come lo era stato  nel 1848 durante la Repubblica Romana e sarà, tra l'altro, uno dei primi ad entrare in Roma liberata dal potere pontificio nel '70.
Ma anche chi non partì in questi frangenti, darà poi il suo contributo sul piano artistico, ed è questo ad esempio il caso di Giovanni Fattori, pittore livornese (insieme con Signorini e Cecioni, teorico del gruppo) che anche se non si misurò sui campi di battaglia, fu in molti modi, fin dal ’48, sempre dalla parte dei patrioti, traendo ispirazione per tutto il resto del suo percorso artistico dai temi e soggetti di ambiente militare, destinati a divenire l’aspetto più noto, ma forse – fatte salve due o tre opere – non migliore, della sua produzione. Risultò, tra l’altro,  vincitore del famoso concorso, promosso alla fine del 1859 da Bettino Ricasoli,  riservato ad opere artistiche che si collegassero al soggetto militare risorgimentale, filone nel quale poi si confronteranno un po’ tutti i macchiaioli, da Lega a Signorini. Dell’opera di Fattori vale la pena qui ricordare, tra i tanti suoi famosi dipinti “militari”, il noto, semplicissimo e straordinario In vedetta con i tre soldati a cavallo che vengono quasi proiettati contro il muro calcinato e l’orizzonte piatto per il calore, e l’aspra immagine deLo staffato, opera tarda del 1880, che possiamo decifrare anche come simbolo dei sentimenti di dramma e di disagio suscitati in lui dal tradimento degli ideali del Risorgimento, nella quale un cavalleggero viene trascinato a morte dal cavallo che lo ha disarcionato lasciando sul terreno ampie strisce del suo sangue.
Occorre inoltre ricordare che anche il “nostro” Lega (che nel 1848 non aveva esitato ad arruolarsi volontario nel se­condo Battaglione Fiorentino insieme al fratello Carlo e ad altri artisti fiorentini, fra i quali Serafino De Tivoli, partecipando all'assedio di Mantova e alla battaglia di Curtatone), fornirà un’immagine indelebile della guerra del ’59 col suo famoso quadro in cui raffigura alcuni austriaci condotti prigionieri da nostri bersaglieri.
Del resto, osservando i quadri realizzati soprattutto intorno al 1859, vediamo che protagonista di vari dipinti macchiaioli è il tricolore italiano, e non sarà difficile individuare rapidi accostamenti di bianco, rosso e verde, talora assai minuti, segnali a volte furtivi e allusivi di un fervore patriottico autentico, presenti altre volte in maniera esplicita, ad esempio,  ne La prima bandiera italiana in Firenze nel 1859 di Altamura e ne Il 26 aprile 1859 di Borrani, che ricorda il giorno antecedente la partenza da Firenze del granduca Leopoldo II, costretto a furor di popolo a lasciare la Toscana.
Durante lo scorrere degli anni Sessanta quella passione patriottica che aveva animato gli artisti, e che indurrà alcuni di loro nel 1866 a lasciare i pennelli per prendere nuovamente il fucile, è progressivamente delusa dall'assetto politico che sta prendendo la nuova Italia unita, anche perché anche dopo l’annessione del Veneto,  rimangono aperte le ferite del Trentino e di Roma non ancora liberati.
E’ un periodo in cui tutto l’ entusiasmo e la passione dei pittori si  rivolgono ad un’attività febbrile che vede lo sviluppo e la precisazione della tecnica di macchia e che si esprime in sedi decentrate rispetto a Firenze e cioè nelle espe­rienze parallele, ma a volte anche dialetticamente dif­ferenti, avviate ambedue dal 1861 e concentrate attorno ai due cenacoli artistici, impropriamente poi definiti “scuole”, del  litorale di Castiglioncello, e della campagna fiorentina di Piagentina. 
A Castiglioncello Diego Martelli aveva ereditato una tenuta nella quale ospiterà per lunghi periodi i suoi amici pittori, che scoprono mare, radure e la luce stupenda delle albe e dei tramonti sulla costa, una natura oggi ahimé urbanizzata, ma allora splendida ed incontaminata, che si tra­dusse nelle mirabili Vedute e Marine di Abbati,  Sernesi e Borrani, ma soprattutto nelle solari te­le di Fattori, affermatosi a partire dal '67 come la figura dominante del gruppo. L’anima vera di Piagentina, nella campagna appena fuori Porta alla Croce, è invece Silvestro Lega, ospite dell'amico edito­re Batelli in un casolare vicino al punto (oggi coperto dalle strade e inglobato dalla città) dove il torrente Africo si butta(va) nelle verdi acque dell'Arno.
In questi due luoghi i pittori, dipingono en plain air e ragionano di ombre, di luce, di colore, ma anche di relazioni con la vita politica, sociale, intima, da cui per loro l'arte non può esser disgiunta, maturando nel contempo la convinzione che nell’Italia, ormai quasi del tutto unita sotto il segno della monarchia sabauda, è ormai  soffocata quella rivoluzione politica democratica ed egualitaria, in cui loro avevano sperato e per la quale si erano battuti insieme a tanti altri artisti e intellettuali.
Ed è in reazione al "tradimento" degli ideali mazziniani e dell'azione di Garibaldi, che i pittori trovano via via sbocco emotivo ed etico, sia nella calma ed evocativa ricerca illuministica di Castiglioncello, che evidenzia la bellezza dei luoghi in riva al mare e ispira la nostalgia dell'uomo moderno per la quiete del tempo passato, sia nella rappresentazione della vita quotidiana fra i casolari degli orti di Piacentina, intesa da Lega nella “purezza della forma dei maestri del Quattrocento” e con le spalle significativamente ben volte alla nuova Capitale del Regno e a quelle vecchie mura fiorentine che nel 1866 verranno distrutte.
Nel 1867, Telemaco Signorini sul “Gazzettino delle Arti del Disegno”, giornale ideato, edito e diretto dallo stesso pittore, tracciò in venticinque articoli un panorama dettagliato del movimento macchiaiolo, connotandolo come centro innovativo e fucina di soluzioni nuove, riconoscendo nella pittura naturalistica la forma d’arte più consona e rappresentativa del suo tempo nella fedeltà ad un paesaggio morale, prima ancora che naturale.  
La chiusura del “Gazzettino” (1868) coincise con la fine del periodo di maggior coesione del gruppo, che si andò progressivamente disperdendo dalla fine degli anni Sessanta per varie vicende, fra cui la morte di Abbati, e come abbiamo visto, di Sernesi, mentre Martelli e altri affrontavano il rapporto e il confronto con la contemporanea pittura impressionistica francese.
Finiva così la straordinaria esperienza di questa corrente artistica , e con essa una felice stagione creativa e ineguagliata nella pittura di tutto l’Ottocento italiano per il numero e la qualità dei pittori che vi presero parte.
Il movimento macchiaiolo fu deriso e non amato dai benpensanti del tempo e, per moltissimi anni, pressoché ignorato dalla cultura ufficiale italiana, ma, come dimostrano le numerose importanti mostre in questi ultimi anni a loro dedicate (e soprattutto e significativamente nel 2007 anno del Bicentenario di Garibaldi), il tempo è stato galantuomo con questi appassionati maestri, fuori dagli schemi virtuosi delle accademie e del purismo artistico, e capaci, ancora oggi, di parlare al cuore di quella gente semplice e dignitosa che loro raffigurarono con tanto amore e partecipazione e con una suggestione che mantiene  intatta tutto il suo fascino.
Un riconoscimento postumo e doveroso  per chi, come loro, si dimostrò autentico artista, artigianalmente votato ad un mestiere sentito con dedizione assoluta, nel raccordo fra arte e società e nel solco della trascrizione schiva, non “gridata”, ma fedele ed autentica in quanto sinceramente democratica e progressista, dell'etica risorgimentale.
E’ questa l’Italia seria, intraprendente, intelligente, tollerante, civile e giusta che tanti  connazionali, a partire dal Generale, avrebbero voluto, e che ci è storicamente troppo sovente mancata, e ci manca.
                                                                             
  
                          Carlo O. Gori
                                                                                                                            
                                                                                                       



"carlo onofrio gori" e "camicia rossa"


Rielaborazione dell’articolo di Carlo O. Gori, Fra “la meglio gioventù” dell’Ottocento:  i Macchiaioli,  pittori rivoluzionari e patrioti democratici, in "Camicia rossa",  n. 3/4 (lug.-dic. 2007)



Pubblicato il 20 Dic. 2010 anche sul blog:





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"carlo gori"