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domenica 11 dicembre 2011

Carlo Onofrio Gori. Risorgimento. Un garibaldino…pistoiese. Storia del colonnello Istvan-Stephan Dunyov. 2011 - 150th Anniversary of the Unification of Italy


Un garibaldino…pistoiese. Storia del colonnello Istvan Dunyov - Стефан Дуньов

Due lapidi, poste all’altezza del n. 19 della centralissima via Verdi (già via della Pillotta), ci ricordano che la schiera dei circa 250 garibaldini pistoiesi (1) può a buon diritto comprendere anche un noto combattente di origine straniera: il colonnello Stefano Dunyov che dal 1871 si trasferì a Pistoia dove visse per diversi anni fino alla morte.
Desta curiosità il fatto che la lapide laterale all’ingresso, posta il 5 ottobre 2002 a cura dell’ Istituto Storico Fraknói dell’Accademia d'Ungheria in Roma, porti iscrizioni bilingui ungheresi e bulgare, mentre in quella più antica, di colore nero, situata in alto, Dunyov venga invece tout-court definito “figlio della Bulgaria”: il colonnello era dunque bulgaro o ungherese? Domanda legittima visto che gli storici dei due paesi ne hanno a lungo rivendicato l’appartenenza (2).
Ma il "mistero" è presto svelato: Dunyov nasce, suddito ungherese dell’Impero d’Austria, il 21 luglio 1816 a Vinga (Banato settentrionale), cittadina posta fra Timişoara ed Arad, nel Comitato (provincia) di Temes, in un territorio oggi appartenente alla Romania. A Vinga era maggioritaria (oggi raggiunge il 25%) una comunità bulgara di religione cattolico-romana (банатски българи), rifugiatasi lì dal ‘600 per sfuggire all’espansione ottomana, ed in essa, come rivela il cognome, stavano le origini di Dunyov, anche se per lingua e cultura lui si dichiarerà sempre: «ungherese fiero della mia nazionalità» (3).
Comunque, al di là dell’ appartenenza, viene spontaneo osservare che il nascere nella “grande Transilvania”, popolata da romeni, ungheresi, serbi, e da minoranze tedesche, slovacche, ebree, ucraine, armene e bulgare, doveva già di per sé predisporre una persona al contatto con genti e culture diverse e non ci può quindi stupire se l’ungherese di origine bulgara Dunyov si batterà poi per l’indipendenza del nostro Paese morendo a Pistoia da cittadino italiano.
Il giovane Istvan (in bulgaro Stephan - Стефан Дуньов) frequenta ad Arad un corso di filosofia e poi compie brillantemente i suoi studi di giurisprudenza a Budapest (4). A 32 anni è già uno dei più noti avvocati di Arad: è il 1848 e tutta l’Europa è scossa da sommovimenti in cui si intrecciano motivi politici, economici, sociali e nazionali.
Nell’ Impero Asburgico si ribella la stessa Vienna e subito dopo italiani, cechi ed ungheresi prendono le armi per l’indipendenza. In aprile il leader dei patrioti magiari Lajos Kossuth riesce ad organizzare l'elezione a suffragio universale di un parlamento, ma già in ottobre i comandi austriaci, pur impegnati su vari fronti e ostacolati dalle manifestazioni dei democratici viennesi, sono in grado di muoversi contro Budapest. Tuttavia la rivolta magiara, pur minata delle diatribe fra rivoluzionari ungheresi e fra questi ed i romeni, poté esser stroncata solo grazie al massiccio intervento, sollecitato da Francesco Giuseppe, del potente esercito russo dello zar Nicola I. E proprio combattendo contro i russi a Segesvár, in Transilvania il 31 luglio 1849, morirà a 26 anni il cantore della libertà magiara, il poeta Sandor Petőfi.
Anche Dunyov, nominato tenente il 1 gennaio 1849, poi capitano ed infine maggiore, combatté valorosamente contro austriaci, serbi e russi fino alla battaglia di Temesvár (Timişoara) del 9 agosto 1849 che vide la definitiva sconfitta dell’esercito repubblicano ungherese. Fatto prigioniero, venne poi condannato alla forca come traditore, pena che l'imperatore, il 15 luglio 1852, commutò in dieci anni di detenzione nella famigerata fortezza del sobborgo praghese di Josephstadt. Nel 1857 venne amnistiato e destinato al soggiorno obbligato a Pest dove, mai perso d'occhio dalla polizia austriaca, sopravvisse arrabattandosi fra un modesto impiego e l’attività di scrittore di articoli d'economia.
Nel 1859 la notizia della guerra franco-piemontese contro l'Austria diede nuovo vigore agli emigrati ungheresi e Kossuth, László Teleki e György Klapka, crearono una sorta di governo in esilio che, consenziente Cavour, concluse un accordo con Napoleone III, in base al quale venne costituita una legione magiara in Italia: i volontari avrebbero marciato sull’Ungheria solo nel caso in cui eserciti italiani o francesi fossero arrivati alle frontiere di quel Paese. La vittoria arrise ai franco-sabaudi, tuttavia la repentina fine del conflitto sancita dall’Armistizio di Villafranca non permise l’impiego in Ungheria dei tremila uomini. Anche Dunyov, fuggendo da Pest munito di passaporto piemontese, si diresse in Italia, ma a causa del lungo e avventuroso viaggio non fece in tempo a partecipare al conflitto. Riuscì comunque a rendersi utile aiutando il connazionale conte Bethlen nella pacificazione dei volontari, forzatamente inattivi e pertanto fortemente inquieti, e quindi passò al neocostituito esercito dell' Emilia, che affrancatasi dalle sovranità papalina e ducali, si stava avviando, come la Toscana, al plebiscito di unificazione al regno sabaudo.
Nel 1860 molti legionari ungheresi seguirono Giuseppe Garibaldi  (Джузепе Гарибалди) nella spedizione dei Mille, ma di loro verranno poi ricordati soprattutto gli ufficiali: Türr, Eber, Tukory, Eberhardt, Teloky, Magyarody, Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy, Winkler e lo stesso Dunyov. Occorre infatti mettere in luce che per motivi nazionalistici la storiografia post-risorgimentale, non potendosi esimere dal ricordare i nomi degli ufficiali stranieri stretti collaboratori del Generale, sottovaluterà non poco l’entità numerica ed il ruolo svolto nella campagna meridionale dai contingenti di volontari ungheresi, polacchi, tedeschi, francesi, inglesi, con presenze di russi, americani, algerini, indiani, arabi, ecc. Di ciò si trova oggi conferma nello straordinario reportage del garibaldino russo-ucraino Lev Ili'ič Meč'nikov: l’inedita testimonianza, rintracciata negli archivi russi dallo storico ucraino Nikola Varvartzev e tradotta in italiano dal prof. Renato Risaliti, verrà prossimamente pubblicata a cura del Comitato ministeriale per il Bicentenario (5).
Anche Dunyov, partendo con la spedizione Sacchi insieme all'amico Luigi Winkler, il 23 luglio 1860 raggiunge il Generale: in Sicilia ha il compito di costituire il 20° battaglione della 2ª brigata “Palermo” della 16ª divisione “Cosenz” ed in questo lusinghiero e delicato incarico è così abile che in breve riesce a raccogliere ben 400 uomini.
Col suo battaglione viene, suo malgrado, impegnato nel corso dei dolorosi fatti di Bronte, poi risale la Penisola e giunge a Napoli liberata dove Garibaldi, ammirato dalle sue capacità, all’inizio di settembre lo nomina colonnello comandante il 2° reggimento della 3ª brigata “Eberhardt” nella 17ª divisione “Medici”. Successivamente il Generale volle quel contingente assumesse la denominazione di “Reggimento Dunyov”.
Mentre i borbonici progettavano la riconquista di Napoli ed era imminente la Battaglia del Volturno, Kossuth invitava a Dunyov a rientrare in patria per svolgervi una delicata missione, ma questi da Maddaloni, dove era attestato, pur ringraziando per la fiducia, rispose che non poteva, sfuggendo allo scontro decisivo, venir meno al suo onore di militare: Kossuth riconobbe la validità delle sue ragioni e Dunyov poté così partecipare alla difesa di quel luogo, definito dal Generale «le nostre Termopili» (6).
E proprio a Maddaloni, 1 ottobre, Dunyov, mentre per la terza volta si spingeva al contrattacco di preponderanti forze avversarie, venne gravemente colpito da una fucilata alla gamba sinistra, tuttavia il colonnello continuò ad incitare i suoi soldati sino a che venne trasportato in un mulino in vicinanza di Ponte della Valle, dove ricevette le prime sommarie medicazioni, presto interrotte da un nuovo attacco borbonico. Il brigadiere Carlo Eberhardt fece appena in tempo a sottrarre Dunyov alla cattura da parte del nemico e solo con ritardo il connazionale tenente Leopoldo Ovary poté poi occuparsi del suo ricovero in un ospedale di Napoli dove, per l’avanzato stato di cancrena, fu necessario amputare la gamba. Un noto volontario garibaldino francese che prese parte a quello scontro, lo scrittore e fotografo Maxime Du Camp, così descrisse il suo eroismo: «A Maddaloni la lutte fut terrible...le régiment, qui servait de grand-garde à Ponte della Valle, et que commandait le colonel Dunyov, fut décimé; Dunyov, resté au feu malgré une atroce blessure...tint ferme jusq'au bout, et c'est peut-être à sa fermeté que l'on doit d'avóir pu se maintenir à Maddaloni, d'où à midi les royaux étaient définitivement expulsés» (7).
Il Generale, informato dell’amputazione, gli scrisse: «Caro Colonnello Dunyov, Ad uomini come Voi non bastano elogi. Per parte mia desidero soltanto che a prò della vostra e della mia Patria sia conservata la preziosa Vostra vita al nostro affetto, alla nostra gratitudine. Sempre vostro G. Garibaldi» (8).
Al termine della Campagna, per riconoscimento del suo valore, Dunyov fu ammesso nell’esercito italiano, ma venne al tempo stesso collocato in aspettativa, e suo malgrado, tanto che quando sarà poi invitato a presentare la domanda di pensione, la sua indignazione ed esasperazione non conosceranno limiti; scriverà infatti: «È più che naturale che l'elemento garibaldino vada estirpato, a tutti i costi, dall'esercito» (9).
Nel 1862 anche gli uomini della Legione ungherese vennero impiegati dal governo italiano nella cruenta, lunga e “sporca” guerra contro il “brigantaggio” meridionale, ma disgustati per l’ingrata opera di repressione, rifiutarono poi di obbedire agli ordini e si misero in movimento da Lavello, Melfi e Venosa, dove erano stanziati, per concentrarsi a Nocera: bloccati e disarmati per ordine di La Marmora, furono imbarcati a Salerno il 13 agosto e deportati in Piemonte. Alla notizia del ritorno di Garibaldi in Sicilia per dirigersi su Roma, 150 di quei deportati riuscirono a fuggire con lo scopo di raggiungere il Generale ed anche Dunyov, dall'isola d'Ischia ove si trovava in convalescenza, si mise a disposizione trasferendosi a Napoli e provvedendo in loco alla raccolta di munizioni, ma il doloroso episodio di Aspromonte del 27 agosto pose fine alle speranze di una nuova grande impresa garibaldina.
Dal 1863 il colonnello prese stabile dimora a Genova dove poté ricevere le visite di suo fratello Giuseppe, anch’egli internato ad Asti in seguito alla ribellione di Nocera.
Nel 1867 Dunyov, alla notizia dell'accordo e dell’unione tra Austria ed Ungheria, rinunciò a tornare in patria e si trasferì a Torino, dove risiedeva anche Kossuth, ma non dimenticò mai la sua terra, per la quale si batté ancora con gli scritti e devolvendo generosamente le sue rendite in Transilvania ai patrioti ungheresi del 1848-49.
Lo sostenne in queste scelte il Generale che da Caprera, il 3 gennaio 1869, così gli scrisse: «Mio caro Dunyov, Che l'Ungheria e l'Italia sono sorelle lo prova la gamba perduta eroicamente da Voi sui campi di battaglie italiane, ove … faceste bello il nome magiaro. Alla democrazia ungherese io dirò una parola sola:... Fuori l'Austria! …il resto verrà da sé. V'invio due linee... un saluto affettuoso... e sono vostro per la vita. F.to G. Garibaldi» (10).
Poco dopo la conquista di Roma, per ragioni di salute, Dunyov lasciò Torino e si trasferì a Pistoia, dove ottenne la cittadinanza italiana e visse con la moglie Antonietta Talamini, sposata in quel tempo, e con i suoi sette figli: Minerva, Leonida, Aurora, Olimpia, Vittorio, Giuseppe e Amelia.
Nel 1879 ebbe l’onore di ricevere nella sua casa di via della Pillotta, nella quale abitava dal 1876, la visita di Kossuth, l’uomo che insieme a Garibaldi ammirava di più, e nello stesso edificio, vedovo da ormai più di due anni, moriva il 30 agosto 1889.
Per il suo eccezionale contributo alla nostra indipendenza era stato insignito della Croce dell'Ordine Militare di Savoia, di quella dei Santi Maurizio e Lazzaro e di quella della Corona d'Italia ed il governo italiano provvide dunque, come ci rivelano alcuni incartamenti conservati nella Biblioteca Forteguerriana, a nominare un tutore per i suoi figli, tutti minorenni, nella persona del pistoiese colonnello Canini.


                                     


                              Carlo Onofrio Gori

                                                                                                                                  




Карло Onofrio гори


Sintesi e rielaborazione degli articoli:

Carlo O. Gori, Dunyov, un eroe garibaldino a Pistoia. Storia del patriota magiaro che si distinse nell’epica battaglia del Volturno e che si stabilì nella città di Cino, in “Microstoria”, n. 56 (apr.-giu. 2008).
Carlo O. Gori, Il colonnello Stefano Dunyov. Un eroico garibaldino pistoiese, in "Camicia rossa", n 4 (ott.-dic. 2008).







Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.

élet ezredes Dunyov, живота на полковник Стефан Дуньов, viața de colonelul Dunyov, Colonel Dunyov' life










Ősszegzés: ezredes Dunyov István (1816-1889), a magyar, a bolgár származású (született, a város Vinga, ma Romániában) , alatt az olasz Risorgimento bátran harcolt együtt a Általános Giuseppe Garibaldi a Spedizione dei Mille. Veterán, barátja Kossuth, élt és halt meg Pistoia, Toszkána, Olaszország.
Анотация: Биография на полковник Стефан Дуньов (1816-1889), унгарски, български произход (банатски българи), които по време на италианското Risorgimento се сражават храбро, заедно с генерал  Джузепе Гарибалди в Spedizione Dei Mille. Ветеранът живял и умрял в Пистоя, Тоскана, Италия.
Zusammenfassung: Biographie von Oberst Istvan Dunyov (1816-1889), ungarischer, bulgarischer Herkunft, vorbehaltlich des österreichischen Kaiserreiches (“Kaisertum Österreich”), die während des italienischen Risorgimento kämpfte tapfer neben dem allgemeinen Giuseppe Garibaldi, im Jahr 1860 in der Spedizione dei Mille. Veteran, ein Freund von Lajos Kossuth, seit 1870 wurde Italienisch, lebte in Pistoia, Toskana, verheiratet Antonietta Talamini, hatte sieben Kinder und starb in Pistoia in der 1889
Rezumat: Biografie colonelului Istvan Dunyov (1816-1889) (de origine maghiară, bulgară, născut în Vinga, (astăzi România), care în italiană Risorgimento luptat cu curaj alături de Giuseppe Garibaldi, în general Dei Mille Spedizione. Veteran a trăit și a murit în Pistoia, Toscana, Italia.
Abstract: Biography of Colonel Istvan Dunyov (1816-1889), Hungarian, Bulgarian origin, subject of the Austrian Empire, which during the Italian Risorgimento fought bravely alongside the general Giuseppe Garibaldi, in the year 1860 in the Spedizione dei Mille. Veteran, a friend of Lajos Kossuth, since 1870 became Italian, lived in Pistoia, Tuscany, married Antonietta Talamini, had seven children, and died in Pistoia in the 1889.


Dear Mr. Gori,
Chiprovtsi is a small town in northwestern Bulgaria but it has a rich history associated with Chiprovtsi uprising, literary school, goldsmith school during XV-XVII century and with Handmade carpets /XVIII to nowadays/.
In 2013, the Historical Museum - Chiprovci will celebrate 325 years of Chiprovtsi uprising, 165 years from Stephen Dunyov’s participation in the Hungarian revolution and 45 years Museology in Chiprovtsi.
Banat Bulgarians are descendants of immigrants from Chiprovtsi after the failure of the uprising in 1688. We've read your posts about Stefan Dunyov. We would like to invite you to Chiprovtsi to take part in the conference and in the opening of a monument to the famous Banat Bulgarian, “un garibaldino pistoiese”.
To mark the anniversaries Historical museum Chiprovtsi organizes conference "National liberation struggles during XV - XIX century: personality, people, history" and it will take place on 7 or 8 September 2013 in Chiprovtsi.
If you are interested and willing to participate, we would like to notify us as soon as possible at e-mails: historicalmuseum_chiprovtsi@abv.bg or muzei_chiprovtsi@abv.bg.

Director,
Anuta P. Kamenova-Borin

Ringrazio sentitamente la Gentilissima Sig.ra Anuta , la cittadinanza di Chiprovtsi e il suo Museo Storico per il cortese e da me graditissimo invito per il Convegno di settembre, del quale sono molto, molto, onorato. 
Non io, ovviamente, ma il colonnello Stefano Dunyov, per la sua vita esemplare di combattente per la libertà dei popoli, merita giustamente ogni riconoscimento, io mi sono soltanto limitato a descriverne la vita e la aspirazioni.. .
Purtrpoppo la mia salute non è più buona come quella di un tempo e per questo io vivo giorno per giorno, ma spero di esser fra Voi per settembre. 
Ve lo farò sapere quanto prima e nuovamente Vi ringrazio.
Cordialissimi saluti e complimenti!
Carlo O. Gori

giovedì 1 dicembre 2011

Carlo Onofrio Gori. Risorgimento. Pistoia 1821. Il consapevole sacrificio di Francesco Benedetti, poeta carbonaro. 2011 - 150th Anniversary of the Unification of Italy,

Pistoia 1821: suicidio di un poeta cospiratore 

Sono le 5,30 della sera del primo maggio 1821 ed una carrozza postale, partita da Lucca alle 9,30 del mattino e diretta a Firenze, giunge nei pressi di Pistoia. La vettura si ferma alla locanda di Giuseppe Bracciotti, posta fuori Porta Lucchese e mentre il procaccia Luigi Ragghianti esce da cassetta occupandosi dei cavalli, scendono anche i passeggeri. Uno di questi, un signore ancora giovane, di modesta statura e piuttosto pingue, ma dal portamento fiero ed accigliato, chiede all'oste una camera ariosa: ottenutala, prega un servitore della locanda di entrare in città e recapitare un suo messaggio all'indirizzo del prof. Pietro Petrini. In attesa della risposta e della cena, fissata per le 6,30 ed alla quale ha accettato di partecipare insieme agli altri viaggiatori, esce dalla locanda e passeggia un po’ con uno di questi, il gioiellire fiorentino Masini: fumano ed il Masini cerca di attaccare discorso. Impresa ardua per lui perché il giovane signore è rimasto taciturno per tutto il viaggio, soltanto al confine fra Ducato di Lucca e Granducato di Toscana, durante il controllo alla Dogana del Cardino, ha mostrato una grande ansia e poi quando ha visto i gendarmi lucchesi consegnare un giovane in catene ai loro colleghi toscani ed ha constatato come quest’ultimi maltrattassero il prigionero, rivolto al Masini ha sussurrato: “Ogni mezzo è santo, pure di non finire mai fra quelle mani”. Il gioielliere comunque ora si lamenta con lui della scarsa qualità del tabacco che ha sempre trovato a Pistoia e l’austero signore gli offre il suo sacchetto di buon tabacco, al rifiuto del Masini di accettarlo tutto risponde: “Prendetelo perchè quando avrò finito questo che ora fumo, non ne avrò più bisogno”. Tornano alla locanda, il signore si ritira nella sua camera per cambiarsi, indugiandovi un po’ troppo, mentre i commensali già da tempo sono a tavola e lo stanno aspettando con impazienza per iniziare la cena: viene mandato a chiamare, risponde che scenderà subito, ma poco dopo si ode uno sparo. Tutti salgono e lo trovano esanime: colpo alla testa, suicidio. 
La tragica vicenda, avvenuta nell’edificio dell’attuale Via N. Sauro n. 175, destò notevole sensazione in Pistoia soprattutto quando si seppe che il taciturno viaggiatore rispondeva al nome del poeta, tragediografo e storico cortonese Francesco Benedetti, e che su di lui pendeva un mandato di arresto perché coinvolto nel processo istruito a Firenze alla fine dell'aprile 1821 contro i carbonari toscani in seguito al quale, tra l’altro, verrà poi condannato in contumacia anche il poeta estemporaneo pistoiese Bartolomeo Sestini, organizzatore della setta a livello italiano che Benedetti da tempo ben conosceva. 
In quei giorni le truppe austriache, braccio armato della Santa Alleanza, avevano appena stroncato nel Napoletano ed in Piemonte i moti costituzionalisti iniziati nel 1820. Nel Granducato si vuol dimostrare a Vienna un soddisfacente zelo inquisitorio anche se, per intelligente scelta politica, non si vogliono creare martiri: in cambio della delazione si promette ai carbonari arrestati riduzione di pena o libertà. Alcuni parlano e indicano, pur cercando di sminuirne le responsabilità in seno all'organizzazione settaria, anche il nome di Benedetti. 
Il poeta, che a nostro avviso non era in seno alla Carboneria toscana un personaggio affatto secondario, sente imminente l’arresto: scappa dalla sua abitazione fiorentina di via della Scala e si dirige verso il porto di Livorno proponendosi di riparare in Inghilterra, ma a Pontedera si rende conto che il suoi documenti non sono sufficienti per quel tipo di espatrio. Perciò si sposta a Pisa per avere un consiglio dall’amico prof. Carmignani e questi gli suggerisce di provare a richiederli al Ducato di Lucca, perciò passa il confine: niente da fare perché, ovviamente, i lucchesi si dichiarano incompetenti indirizzandolo alla sede della Legazione Toscana. Affranto Benedetti pensa allora di restare in territorio lucchese rifugiandosi nella villa di campagna dell’amico Giovanni Caselli, suo sodale letterario e politico. Viene invece, pare per ordine del proprietario, sollecitato dal personale di servizio a partire. Disperato si rassegna a ripassare il confine ed a tornare verso Firenze e, per il suo alto senso della responsabilità e dell’onore,  pone fine a Pistoia alla sua breve e non facile vita.
Francescoera nato a Cortona il 5 ottobre 1785 da Pasquale e da Rosa Tamburi, merciai caduti in miseria. Per compiere gli studi dovette prima entrare nel Seminario della sua città e solo con un sussidio del suo Comune nativo potè poi laurearsi in legge a Pisa. Ugualmente fu da questo aiutato ad avviare uno studio legale a Firenze, città dove, salvo brevi soggiorni a Cortona, risiedè costantemente. Fece poco l’avvocato, preferì dedicarsi, oltre alla cospirazione politica, ad intensa attività culturale. Nei suoi pochi anni di vita scrisse moltissimo: delle sue undici  tragedie, per lo più ispirate a modelli classici, ad Alfieri e a Metastasio, sette vennero rappresentate ed una, il Telegono, fu particolarmente apprezzata dal Monti. 
Ben più intensa la sua ispirazione poetica, infatti "oggi si rivalutano, - come afferma un critico particolarmente attento alla poesia toscana, il monsummanese Giampiero Giampieri - soprattutto le sue odi civili, all'Italia (1814-1815), ma anche Per la nascita del Re di Roma (1811), l’Ode IV (1814) sul Murat, quelle per la concessione della costituzione spagnola del 1820 e altre ispirate a sentimenti di amicizia o di dolore. Poesie patriottiche interessantissime ed anche belle, neoclassiche eppure ricche di elementi visionario-romantici che ai suoi tempi furono apprezzate da Giambattista Niccolini e da Vincenzo Monti e nelle quali si avverte un'aria di famiglia col grande Leopardi della canzone All'Italia".
Pubblicò a Firenze nel 1816 il “Giornale di letteratura e belle arti”, si dedicò a saggi storici, ebbe un’intensa attività epistolare. Ricevette anche premi e riconoscimenti “ufficiali” tuttavia, pur conosciuto, non riuscì mai veramente “a sfondare”: dalla letteratura trasse sempre scarsi proventi guadagnandosi la vita soprattutto con l'insegnamento privato, non essendo riuscito ad ottenere cattedre pubbliche. Ebbe un grande e tormentato amore per una popolana cortonese, Carolina Bonaiuti, bella quanto infedele, che nelle sue poesie chiamò Glicera e per lei, nel 1811, fu ferito in un duello. 
Dopo l’Unità la figura di Benedetti potè essere adeguatamente onorata. 
A Pistoia, dove l’ “infelicissimo” poeta fu nel 1821 rapidamente sepolto in una fossa anonima, lo ricordano due lapidi, una posta nel 1865 al cimitero della Misericordia, ed un’altra nel 1886, sulla casa del suo suicidio, mentre altre due lapidi onorano Benedetti nella sua Cortona: la prima posta nel 1898 sulla sua abitazione natale dal “Consorzio degli Operai” e la seconda nel 1921 in via Ghibellina dalla “comunità cortonese” che nel “centenario del suo sacrificio” volle ricordare “l’apostolo, lo scrittore e il martire”, forse letterato non eccelso, ma indubbiamente grande per “amor di Patria e odio ai tiranni”.
                                               
                                                                Carlo Onofrio Gori
                                                                                                                                                             
 
S. Marioni, Benedetti Francesco (1875-1821), Arezzo, Prem. stab. punta. Operaio E. Sinatti, 1897.
F. S. Orlandini, Opere di Francesco Benedetti, Firenze, Felice Le Monnier, 1858.


Originale dell'articolo comparso sul n. 68 (apr.-giu. 2010) di "Microstoria"



Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.

Carlo Onofrio Gori. Risorgimento. Pistoia 1849: la morte di Attilio Frosini. 2011 - 150th Anniversary of the Unification of Italy

Pistoia 1849: la morte di Attilio Frosini

Sono le otto di sera del 28 giugno 1849 quando il giovane Attilio Frosini, dopo aver fatto una passaggiata nella campagna fuori Porta Lucchese, passa per l'attuale via Puccini e si avvia verso la sua casa di via della Pillotta (ora via Verdi, n. 30).
Attilio è uno studente del liceo Forteguerri, nato il 10 marzo 1833 da Agostino e Annunziata Sassoli: un domestico presso la famiglia Marchetti ed una stiratrice. Pistoia è occupata dal 23 maggio dalle truppe austriache che dopo gli straordinari avvenimenti italiani del 1848-1849, stanno riportando l’ “ordine” nella Penisola e restaurando in Toscana la sovranità del granduca Leopoldo II di Lorena.
Sotto le colonne del Palazzo Vescovile, dove è di stanza un battaglione asburgico comandato del ten. col. De Mayer, il giovane vede la sentinella, il soldato gli sembra di nazionalità ungherese e quindi  esclama: "Viva Kossuth”!  Il soldato finge di condividere quel giovanile entusiasmo per il campione dell'Indipendenza magiara dall’Impero e risponde con ugual grido, mentre altri suoi commilitoni escono sorridenti dal corpo di guardia del palazzo ed invitano l’italiano ad entrare. A quel punto tutti gli sono addosso e l'arrestano e solo allora il giovane pistoiese amaramente si accorge di esser caduto in una perfida trappola.
Infatti quella che sembra una semplice giovanile “bravata” assume rapidamente toni drammatici: Attilio è subito sottoposto da un tribunale militare a giudizio sommario per istigazione alla diserzione di soldati asburgici ed è condannato allo strangolamento, pena commutata in fucilazione eseguita il giorno dopo alle ore 21 alla Fortezza di S. Barbara.
La notizia dell’arresto destò sensazione in città: prima che la spoporzionata e crudele condanna avesse corso, nella speranza di salvargli la vita, da varie parti si cercò di farlo passare per un diciassettenne sempliciotto ed un po’ squilibrato, mentre dopo l’Unità d’Italia la sua figura verrà invece esaltata come quella di un consapevole ed irriducibile patriota.
Attilio, molto probabilmente, come l’intreccio di varie testimonianze dimostrerà, non era né l’uno né l’altro. Era entusiasta, come tanti studenti suoi coetanei, per gli ideali italiani, ma per una sua generosa, quanto ingenua e realisticamente inopportuna, “leggerezza” (quello non era certo l’atteggiamento di un “cospiratore”!) si trovò, suo malgrado, coinvolto in una vicenda più grande di lui. 

Gli austriaci, che già con un feroce bombardamento ed oltre trecento patrioti fucilati avevano stroncato la resistenza popolare e repubblicana di Livorno, aspettavano infatti l’occasione per dare un forte quanto crudele “monito” alla cittadinanza pistoiese che, da vari segnali accaduti nei giorni precedenti (soldati “spariti” in Porta al Borgo, delatori collaborazionisti accoltellati, ecc.), sembrava riottosa a perdere la libertà ed a sottomettersi alla dura legge “restauratrice” degli occupanti. 
In questo clima, la sera del 19 luglio 1849, un altro giovane pistoiese, Sergio Sacconi, nello stesso luogo, al passaggio della corrozza del ten. col. De Mayer, dopo aver tirato una lunga boccata di sigaro, sputerà in terra: inseguito dai soldati i fino al quadrivio di San Vitale verrà ferito a morte da una sciabolata infertagli dallo stesso comandante austriaco.
Anche con il sacrificio di questi giovani martiri pistoiesi del 1849 si compì il lungo e difficile cammino dell’ l’Indipendenza e dell’Unità nazionale.
                                                                    
                                                                      Carlo Onofrio Gori

Risorgimento martyr Attilio Frosini

No mercy from the Austrians fot the seventeen-years-old

It was eight p.m. on June 28, 1849 when the young Attilio Frosini headed home to Via  della Pillotta (today Via Verdi no. 30), passing along is today Via Puccini, after taking a walk in the countryside beyond Porta Lucchese.
Attilio was a student at Forteguerri SecondarySchool, born on March 10, 1833 to Agostino, a servant of the Marchetti family, and Annunziata Sassoli, an ironer. Austrian troops had been occupyng Pistoia since May 23 to restore order  to the Peninsula and reinstate the reign of  Granduca Leopoldo II di Lorena (Grand Duke Leopold II of Lorraine) in Tuscany following the extraordinary events of 1848-1849.
Below the columns of the Palazzo Vescovile, where a Hapsburg battalion led by Lieutnant Colonel De Mayer was stationed, the young man saw the sentry, whom he thought was Hungarian, and exclaimed:  "Viva Kossuth!" The soldier pretended to share his youthful enthusiasm for the campaign for Magyar independence from the Empire  and replied with a similar cry,  while some  of his comrades-in-arm left the guardhouse, smiling as they invited the Italian inside.  Only when they pounced  on him  and arrested him  did the young Pistoia native  realize with bitterness that he had fallen into a nasty trap.
In fact, what seemed at first like a simple "stunt" quickly took a dramatic turn.Attilio was immedialtely subjected to a summary court martial for inciting the desertion  of Hapsburg soldiers and was condemned to death by strangulation...



Tratto dall'articolo: Carlo Onofrio Gori, Attilio Frosini, martire del Risorgimento, in "Naturart",  n. 3 (giu. 2011). 

"A look at Pistoia's mark on history on the 150th anniversary of Italy's unification".

http://issuu.com/naturart/docs/www.naturartpistoia.it







Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.

mercoledì 22 giugno 2011

Carlo O. Gori. Risorgimento. Memorie: gli artefici della “nuova Italia” nelle targhe delle vie di Pistoia.2011 - 150th Anniversary of the Unification of Italy

Pistoia

Molte città italiane, soprattutto dopo il compiersi dell’Unità del Paese, vollero celebrare con lapidi commemorative i propri concittadini, patrioti e politici, ma anche uomini di cultura che con l’arte, la letteratura, la musica o la scienza, concorsero al Risorgimento ed alla costruzione di un patrimonio culturale comune nel quale, ancora e soprattutto oggi, identificarsi ed in cui riconoscere le radici della nostra Nazione.
Anche Pistoia non si sottrasse a queste benemerite iniziative, pertanto proviamo ad entrare nei panni del passante per soffermarci a leggere quanto è scritto su questi “frammenti” di storia risorgimentale posti “all’aria aperta”, su edifici che, a differenza di cippi e monumenti, hanno una stretta relazione col personaggio o con il fatto a cui si riferiscono.
In tal senso due ampie epigrafi poste ai lati della porta del Palazzo comunale ricordano date significative: una, posta nel 1860, riferisce sul risultato del Plebiscito di annessione e l’altra, del 1870, plaude a “Roma restituita all’Italia.
Un’altra ampia lapide posta in Piazza dello Spirito Santo, sul palazzo retrostante la statua del Cardinale Forteguerri, ci parla ancora dei risultati del Plebiscito relativamente ad alcuni Comuni del pistoiese: Tizzana, Montale, Serravalle, Lamporecchio, Marliana, Sambuca, mentre, appena fuori del quartiere di S. Marco, in via Antonelli n. 39, l’unica superstite e visibile memoria dell’esistenza dei quattro comuni pistoiesi suburbani (Porta San Marco, Porta al Borgo, Porta Lucchese, Porta Carratica), poi assorbiti nella città, è data dalla lapide, oggi praticamente illeggibile, posta sulla facciata della sede dell’antico Comune: anch’essa riferisce dei risultati del locale Plebiscito d’annessione.
Ma chi può rappresentare lo spirito del Risorgimento meglio di Giuseppe Garibaldi?
Il Generale, poi ricordato da un monumento equestre posto nell’omonima piazza (1), fu il 14 luglio 1867 a Pistoia, ospite dell’avv. Giuseppe Gargini, in via della Madonna n. 40, e da qui, come rammenta un’epigrafe posta nel 1882, “parlò al popolo plaudente fatidiche ed amorose parole mallevando prossima la liberazione di Roma.”

Garibaldi non poteva immaginare che di lì a poco, il 24 settembre, avrebbe nuovamente, suo malgrado, fatto sosta a Pistoia, nell'allora importante stazione ferroviaria, tradotto prigioniero ad Alessandria dopo un ennesimo, fallito, tentativo di liberare Roma dal potere temporale dei papi ed unirla all’Italia. In quel frangente i garibaldini ed i democratici pistoiesi si dirigevano verso la stazione nel vano tentativo di liberare l'Eroe: ne seguiva una vera e propria sollevazione cittadina protrattasi fino al giorno 26 (2).
Fu pistoiese d’adozione un famoso colonnello garibaldino, l’ ungherese Stefano Dunyov, l’“eroe di Maddaloni” nel corso della decisiva Battaglia del Volturno, e due lapidi, collocate all’altezza del n. 19 di via Verdi (già via della Pillotta), segnalano che “dal 1876 qui visse e quivi morì”(3).
Fra gli intellettuali risorgimentali pistoiesi spicca la figura di Niccolò Puccini (1799-1852), mecenate, filantropo, amico di letterati, artisti e patrioti, “cittadino sapientemente benefico” ricordato da una lapide, collocata nel 1889 sul palazzo di famiglia in via del Can Bianco 13 (4).
A non molta distanza, in C.so Amendola 39, l’epigrafe posta nel 1905 da “i garibaldini pistoiesi, memori dell’esempio e della virtù di chi non volle premio” indica la casa dove morì un altro intellettuale e patriota pistoiese, Francesco Franchini (1805-1875), un fraterno amico del Generale Garibaldi, già combattente a Curtatone e fatto prigioniero dagli austriaci, poi ministro dell'istruzione nel Governo Guerrazzi ed infine preside del Liceo Forteguerri dopo l’Unità d’Italia (5).
Due iscrizioni poste nel 1908 e nel 1909 in via Ripa della Comunità 8 e in via Verdi 52 commemorano, indicandone le dimore, il sacrificio “per la redenzione della patria nostra” di due giovani martiri pistoiesi fucilati “dagli oppressori austriaci” durante l’occupazione del 1849: Sergio Sacconi (1830- 1849) e Attilio Frosini (1833-1849) (6).
La straordinaria fioritura che in campo medico-scientifico si ebbe a Pistoia nell’arco del XIX secolo è testimoniata da lapidi poste sulle dimore di illustri scienziati, rispettivamente in via della Madonna 46, in via P. Bozzi 10 ed in via S. Andrea 17: Filippo Civinini (1805-1844), “anatomico …illustrò le varietà umane con vedute evolutive”, Filippo Pacini (1812-1883) “nelle scienze biologiche maestro insigne”, ed infine Atto Tigri (1813-1875) “anatomico…vedendo fatti nuovi…precorse i suoi tempi” (7).
In particolare ricordiamo che Atto Tigri nel 1848 fu tenente nel Battaglione universitario toscano nella Battaglia di Curtatone e Montanara e che Filippo Civinini era padre dell’ufficiale garibaldino Giuseppe Civinini (1835-1871), al quale è dedicata una piazza cittadina. (8).
In Corso Gramsci al n. 25 una lapide ricorda altri due illustri scienziati e patrioti indicando la casa natale del fisico pistoiese Luigi Pacinotti (1807-1891) e menzionandone anche il figlio, il pisano Antonio Pacinotti (1841-1912), noto come inventore della dinamo.
Nel 1848 Luigi Pacinotti lasciò moglie e la già numerosa famiglia per prendere parte, come capitano del Battaglione universitario, toscano alla battaglia di Curtatone, mentre Antonio Pacinotti, a 18 anni, quando era ancora studente, prese parte come “sergente volontario” alla guerra d’indipendenza italiana del 1859 (9).
Nel campo delle lettere, delle arti e dello spettacolo notiamo innanzitutto che ben due lapidi sono dedicate alla breve (gennaio-agosto 1860), ma significativa, permanenza pistoiese di Giosuè Carducci, poi definito “poeta vate della "terza Italia": una collocata a lato dell'ingresso del Palazzo della Sapienza sede del Liceo Forteguerri “nido di civile educazione” (oggi sede della Biblioteca Forteguerriana) dove il poeta insegnò alla “gioventù pistoiese preparandola ai grandi destini della Patria risorta”, e l'altra all'altezza del n. 23 dell'omonima via (a suo tempo via dell'Amore) dove abitò con la famiglia (10).
In via di Porta S. Marco 145 una targa del 1882 segnala il luogo della morte, avvenuta l’anno precedente presso la casa “della cara sorella”, del commediografo pisano, notissimo nell’Ottocento, Tommaso Gherardi del Testa, già combattente a Curtatone e poi prigioniero degli austriaci a Theresienstadt in Boemia (11).
Appena fuori Porta Lucchese, in via N. Sauro n. 175, troviamo una lapide, posta il 1 maggio 1886, che ricorda la morte del carbonaro Francesco Benedetti da Cortona. Poeta, tragediografo e storico, “anima ardente di libertà”, come giustamente recita questa epigrafe: braccato dalla polizia granducale dopo il fallimento dei moti del 1820-21, di passaggio per Pistoia nel tentativo di sfuggire all’arresto, il patriota cortonese si fermò qui in una locanda e la sera del 1 maggio 1821, dopo aver amabilmente intrattenuto ed elargito doni ai suoi occasionali compagni di viaggio, sentendo vicina la cattura, si ritirò nella sua stanza, caricò la pistola e si diede la morte (12).
Infine, per tutte, due memorie che collegano idealmente il “primo” al “secondo” Risorgimento: in Piazza del Duomo, nel 2005 sono stati onorati con una lapide gli ex-partigiani pistoiesi che nel febbraio 1945 da lì partirono per arruolarsi nel ricostituito esercito italiano e combattere a fianco degli Alleati sulla Linea Gotica, fra essi la medaglia d’argento Franco Andreini, caduto nella Battaglia del Senio (13), mentre il 20 settembre 1998, per iniziativa del gruppo pistoiese dell’Associazione Nazionale Alpini, la città ricordava con una scultura raffigurante una grande penna alpina mozzata, opera della scultore Jorio Vivarelli, il tenente veterinario Villy Pasquali della “Divisione partigiana Garibaldi”, uno dei primi caduti per la Libertà in terra jugoslava, unica medaglia d'oro al valor militare assegnata ad un cittadino del Comune di Pistoia per il periodo della Resistenza (14).
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                                                             Carlo Onofrio Gori



  1. Cfr. C.O. Gori, Pistoia e Garibaldi: storia di un "tormentato" monumento equestre, in “Camicia Rossa”,_n.4 (nov. 2002-gen. 2003).
  2. Cfr. C.O. Gori, O Roma o morte! Garibaldi e le giornate “pistoiesi” del 1867, in “Camicia Rossa”, n. (feb.-apr. 2004).
  3. Cfr. C.O. Gori, Il colonnello Stefano Dunyov. Un eroico garibaldino “pistoiese”, in “Camicia Rossa”, n. 4 (ott.-dic. 2008). Non risultano purtroppo memorie dedicate a Pietro Beccarelli (1822-1871), bracciante di Saturnana, località collinare appartenente all’allora municipio suburbano di Porta al Borgo, che, mentre le navi garibaldine sostavano per rifornirsi a Talamone, veniva reclutato da Giuseppe Bandi e il 9 maggio si imbarcava sul "Piemonte", sbarcando poi l'11 maggio, unico pistoiese, con i "Mille" a Marsala: cfr. G. Bandi. I Mille. Da Genova a Capua, Firenze, Salani, 1906. Dopo Beccarelli, a più riprese, altri 250 pistoiesi, frai quali Giuseppe Civinini (vd. nota 8), avrebbero raggiunto Garibaldi nella Campagna Meridionale.
  4. Cfr., tra gli altri, E. Boretti, C. d'Afflitto, C. Vivoli (a cura di), Niccolò Puccini: un intellettuale pistoiese nell'Europa del primo Ottocento. Atti del convegno di studio (Pistoia, 3-4 dicembre 1999), Firenze, Edifir, 2001; C.O. Gori, Niccolò Puccini “fascista”, in “Microstoria”, n. 6 (dic. 1999).
  5. Cfr. P. Bozzi, Nella morte del cav. Francesco Franchini, Pistoia, Tip. Cino dei fratelli Bracali, 1875.
  6. M. Ricci, I martiri Attilio Frosini, Sergio Sacconi, Torello Biagioni nel ricordo dei combattenti pistoiesi : 1849-1949, Pistoia, Arte della stampa, 1949; F. Giannelli, Attilio Frosini: chi era costui? in “QF : quaderni di Farestoria”, n. 1 (gen.-apr. 2007). Ambedue gli episodi ebbero inizio nell’attuale via Puccini, di fronte all’ingresso del Palazzo Vescovile dove era di stanza un battaglione austriaco.La voce popolare tramanda che il diciassettene Frosini, figlio di un domestico e di una stiratrice, passando dananzi al corpo di guardia, gridasse all’indirizzo della sentinella, ritenuta ungherese, “Viva Kossuth”: attirato all’interno venne percosso, arrestato, giudicato e fuciliato il 29 giugno 1849. Il Sacconi passando nella tarda sera del 19 luglio con degli amici nello stesso luogo, sembra tirasse una boccata di sigaro e sputasse in terra: inseguito dal col. De Mejer venne colpito alla testa con una sciabolata e spirò il 21 luglio. Un altro giovane caduto in quel periodo, l’operaio Torello Biagioni, la sera del 29 aprile 1852 venne inseguito in Porta al Borgo da quattro soldati croati ubriachi e colpito a morte.
  7. Cfr. G.C. Niccolai, Filippo Pacini di Pistoja: pioniere della ricerca medica dell'800, Pistoia, Brigata del Leoncino, 1998 e dello stesso A., Filippo Civinini di Pistoja: anatomico, Pistoia, Brigata del Leoncino, 2003; D. Lippi, Atto Tigri di Pistoja: anatomico, Pistoia, Brigata del Leoncino, 2002.
  8. Cfr. C.O. Gori, Giuseppe Civinini. Profilo di un garibaldino pistoiese, in “Camicia rossa”, n. 2 (mag.-lug. 2002). Civinini durante la Campagna Meridionale si distinse per competenza e correttezza nell'intendenza delle Camicie Rosse, divenne e fu per lungo tempo segretario del Generale, seguì poi l’Eroe nel 1862 sull'Aspromonte, ne condivise la prigionia al Varignano, l'esilio a Caprera e fu di nuovo vicino a lui a Bezzecca nel 1866. Divenne infine deputato e fondò il quotidiano “La Nazione” di Firenze.
  9. Cfr. Q. Santoli, Per Luigi e Antonio Pacinotti, in “Bullettino storico pistoiese”, n. 2 (apr.-giu. 1941). Antonio Pacinotti è ricordato da altre tre lapidi. Una posta in via Curtatone e Montanara, nel cortile dell’Universita di Pisa, un’altra, sempre a Pisa in via S. Maria 24, dove nacque, ed infine a Goito, nel centenario della battaglia di San Martino e Solferino. Fra gli scienziati pistoiesi non abbiamo purtroppo trovato memoria lapidea del grande ed illustre matematico Enrico Betti (1823-1892), anche lui a Curtatone e Montanara come caporale del Battaglione universitario toscano, che dopo la creazione del Regno divenne membro, nel 1862, del parlamento italiano e che il 26 novembre 1884 divenne senatore del Regno: cfr. P. Frosini, Enrico Betti di Pistoja: matematico umanista dell'800, Pistoia, Brigata del Leoncino, 1998.
  10. Cfr. C.O. Gori, Pistoia “bella città ariosa”. Il soggiorno di Carducci in città, l’amicizia con Policarpo Petrocchi e il circolo di Louisa Grace , in “Microstoria”, n. 52 (apr.-giu. 2007).
  11. Cfr. C.O. Gori, Da Curtatone e Montanara a Terezin. Il lungo viaggio dei prigionieri toscani del 1848, in “Camicia rossa”, n. 2-3 (mag.-set. 2010).
  12. Cfr. F.S. Orlandini, Opere di Francesco Benedetti, Firenze, Le Monnier, 1858, pp. XXXIV-XLVI. Altre due lapidi giustamente onorano Benedetti nella sua Cortona: la prima posta nel 1898 sulla casa natale dal “Consorzio degli Operai di Cortona” e la seconda posta nel 1921 in via Ghibellina dalla comunità cortonese che nel “centenario del suo sacrificio” volle ricordare “l’apostolo, lo scrittore e il martire”, forse oggi giudicato letterariamente modesto, ma indubbiamente grande per “amor di Patria e odio ai tiranni”.
  13. Cfr. C.O. Gori, Franco Andreini, in “Storialocale”, n. 5 (2005).
  14. Cfr. C.O. Gori, Il ricordo dei combattenti pistoiesi nella Divisione Garibaldi in Jugoslavia e nei Gruppi di Combattimento sulla Linea Gotica, in “Camicia rossa”, n. 2 (apr.-giu. 2005).


    Orginale dell'articolo di Carlo O. Gori,  comparso sul numero 4 (ott. 2010-gen. 2011), 2011 di: "Camicia rossa"



     Da:"camiciarossa@virgilio.it" <camiciarossa@virgilio.it>   [Aggiungi alla rubrica]
     A:cog@interfree.it
     Data:15 Gen 2012 - 15:44
     Oggetto:rassegna storica del risorgimento
    Caro Carlo
    ti informo che la "Rassegna storica del Risorgimento" - fascicolo lug-sett.2010 ha segnalato, 
    nello spoglio degli articoli di interesse risorgimentale, il tuoi:
    -Da Curtatone e Montanara a Terezin
    -Gli artefici della nuova Italia nelle targhe delle vie cittadine
    entrambi pubblicati nella nostra rivista "Camicia Rossa".
    Certo che gradirai questa autorevole segnalazione, ti saluto con cordiale amicizia
    Sergio Goretti



    Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.

    Risposta a dei compagni su: Bandiera Rossa o Tricolore? Attualmente per me falso dilemma. Non è in prospettiva né in atto oggi una Rivoluzione Proletaria Mondiale (…e nemmeno un altro Sessantotto) per cui si debba scegliere un simbolo e…stracciare l’altro! Non mi sento nazionalista, anzi internazionalista e "cittadino del mondo", ma sono, anche, italiano. E’ vero che il tricolore è storicamente un simbolo borghese (…come del resto la bandiera stella e strisce che oggi continua a sventolare a Cuba…), ma è pur sempre (senza simbolo Savoia) la bandiera repubblicana della parte migliore del Risorgimento e (vd. foto sotto) della Resistenza (in questo senso due rivoluzione italiane mancate). Lo Statuto del “vecchio” PCI raccomandava di esporre i due simboli insieme. Ieri sera ho visto su TV 3 "Presa diretta": non credevo che a 150anni dall'Unità il germe della divisione gettato dai bossiani dagli anni '90 avesse così attecchito. Non
    imitiamoli in senso opposto!!!
    (FB 
    11 ottobre 2010)  A Filomena Pavese, Maria Paola Vannucchi e Luciana Sans Bâillon Garzi piace questo elemento.



domenica 5 giugno 2011

Carlo O. Gori. Risorgimento. Il Risorgimento dei pistoiesi

Il Risorgimento dei pistoiesi


Fu grande il contributo dei pistoiesi al Risorgimento?
Da quando nel 1927 Pistoia divenne una delle nuove province “create dal Duce”, Alfredo Chiti e altri storici locali sostanzialmente sostennero che era stato addirittura… eccezionale! A dimostrazione di questa tesi si citavano vari eventi, ma soprattutto il fatto che se, nel marzo 1848, Leopoldo II, aveva promosso Pistoia capoluogo di Compartimento (Provincia) sede di Prefettura, nel 1851 l’aveva retrocessa a Sottoprefettura, proprio per punirla dei sentimenti antigranducali manifestati durante il 1848-49.
E’ vero che in Toscana nel 1849 solo Pistoia e Livorno tardarono a sottomettersi alla Restaurazione lorenese e che gli occupanti austriaci uccisero i giovani pistoiesi Sacconi, Frosini e Biagioni, ed è altrettanto vero che si registrarono poi riassetti amministrativo-territoriali che fecero pensare a ritorsioni politiche: ad esempio alla “rivoluzionaria” Livorno, che si era opposta con le armi agli asburgici subendo bombardamenti e centinaia di fucilati, il granduca tolse gran parte del territorio provinciale, mentre, sul versante opposto, alla “conservatrice” Arezzo, elevata dal granduca a Provincia per i meriti “antigiacobini” del movimento del "Viva Maria" del 1799, partiti Lorena, toccò cedere nel 1860 alcuni comuni della sua Provincia a Siena.
Tuttavia, la granducale “retrocessione” amministrativa di Pistoia avvenne, più realisticamente, in base a criteri, condivisibili o meno, di razionalità e risparmio, del resto confermati nel periodo post-unitario: nel 1927 si diede quindi vita ad un’abile operazione propagandistica, orchestata dal podestà Leopoldo Bozzi ed avallata dallo stesso Mussolini, che voleva in sostanza dimostrare che solo il fascismo aveva saputo compiere un "atto di giustizia storica e di equità amministrativa" (1).
A questo proposito Cipriani nota che: “…si può ritenere che anche in Pistoia il Risorgimento fu un movimento relativamente elitario, durante il quale buona parte della popolazione parteggiò con il granduca…a seconda delle circostanze e dei vantaggi che vi portava, che le vicende dei tre "martiri" pistoiesi sono …difficilmente riconducibili ad un preciso credo politico.”…” (2)
Soffermandosi sulle diverse fasi del periodo 1815-1870, notiamo innanzitutto che emerge, fin dal tempo delle riforme ricciane e poi della presenza francese, una costante dicotomia politico-culturale, fra città, disposta ad aprirsi al “nuovo”, e campagna tendenzialmente “conservatrice”, aspetto del resto rilevabile in un singolare assetto amministrativo durato fino al 1877: da una parte un comune “cittadino” delimitato dalle mura, dall’altra le "cortine": quattro comuni (P.ta al Borgo, P.ta Lucchese, P.ta S. Marco e P.ta Carratica) i cui confini iniziavano dai sobborghi e finivano nel contado o nella montagna . In una Pistoia, storicamente definita “faziosa”, spiccano poi le divisioni politiche: i filogranducali (soprattutto notabili e patriziato), più o meno “illuminati” a seconda del periodo, i cattolici, preti compresi, non pochi inizialmente favorevoli all’ipotesi patriottica neo-guelfa, poi in gran parte riassorbiti dai “clericali” (altrimenti detti “paolotti”), i liberali moderati (detti “malvoni”, generalmente di ceto medio-alto), ed infine i democratici (per lo più intellettuali delle professioni ed artigiani), vivace e consistente componente “di sinistra” (radical-massoni, mazziniani, garibaldini, ecc.) del Risorgimento pistoiese ( 3).
Fra quest'ultimi, sempre particolarmente forte 
in città, prima e dopo l'Unità,   il nucleo dei patrioti seguaci del pensiero mazziniano ed impegnati a fare della Penisola italiana dalle tante "patrie", una Nazione e una Patria, cioè l'Italia: "Una, Indipendente, Libera, Repubblicana".
Comunque, a parte le interessate enfatizzazioni storiche del 1927, non pochi pistoiesi seppero esprimere, in città e fuori, una puntuale e consapevole partecipazione ai principali avvenimenti culturali, politici e militari del Risorgimento (4). 
Basta in tal senso scorrere alcuni fra i nomi dei ben 171 partecipanti alla Battaglia di Curtatone e Montanara (5), ricordare gli oltre 150 volontari in Piemonte del 1859 e gli oltre 250 garibaldini del 1860, constatare che fu importante la partecipazione al Plebiscito del 1860 ed alla guerra del 1866 e che fu trionfale l’accoglienza riservata a Garibaldi nel 1867, confermata dai successivi avvenimenti cittadini di quell’anno e dalla partecipazione di 66 pistoiesi alla sfortunata impresa di Mentana, ecc. ecc (6).
Concludiamo ricordando alcune figure patriottiche che raggiunsero, nel loro ambito, un apprezzabile rilievo “nazionale”: il poeta estemporaneo Bartolomeo Sestini (1792-1822), infaticabile organizzatore carbonaro in tutta la Penisola, l’intellettuale e filantropo Niccolò Puccini (1799-1852), corrispondente di italiani illustri e organizzatore della nota “Festa delle spighe”, il giornalista e politico Giuseppe Civinini (1835-1871), giovanissimo cospiratore mazziano, in seguito combattente garibaldino e segretario del Generale, poi approdato a posizioni conservatrici e direttore de “La Nazione” (6); infine (perché no?), visto che la Valdinievole dal 1847 al 1851 era inserita nella Sottoprefettura di Pistoia, il poeta Giuseppe Giusti (1809-1850), la cui fama già nel 1849 “si era spinta per un buon tratto nel settentrione” europeo (7).

                                                                           
   
                      





                           Carlo Onofrio Gori


Carlo Gori - Carlo O. Gori - Carlo Onofrio Gori






1)    Cfr. A. Chiti, Pistoia nei primordi del Risorgimento nazionale, Comune di Pistoia, 1928.

2)    A. Cipriani, Il fascismo pistoiese da movimento a partito, a regime, Nuova Toscana Editrice, 2003, p. 46.
3)    Cfr. G. Petracchi, Storia di Pistoia IV…, Le Monnier, 2000.

4)    Cfr. C.O. Gori, Memorie di pietra nelle vie di Pistoia, in “Microstoria”, n. 64 (apr.-giu. 2010).

5)    Tra questi: Francesco Franchini e Giuseppe Gargini già mazziniani e successivamente noti esponenti garibaldini del partito d’Azione, il cattolico neo-guelfo Pietro Fanfani, poi noto filologo, Leopoldo Mazzei, poi noto dirigente liberal moderato, Demostene e Licurgo Macciò fratelli di Didaco (dal 1856 presidente del comitato della Società Nazionale), Enrico Betti, in seguito grande matematico, Atto Tigri (fratello del prete-patriota Giuseppe), successivamente noto medico e scienziato, Luigi Pacinotti, poi grande fisico, Gherardo Nerucci, in seguito famoso letterato del folklore, ecc.

6)    Cfr. C.O. Gori: Pistoia terra di garibaldini. …in “Microstoria”, n. 26 (nov.dic. 2002);  …e a Pistoia Garibaldi perse il poncho…, “Microstoria, n. 34 (mar.-apr. 2004); Dunyov, un eroe garibaldino a Pistoia, in “Microstoria”, n. 56 (apr.-giu. 2008).

7) Cfr. C.O. Gori:  …Anton Francesco Menchi e Bartolomeo Sestini, due poeti estemporanei pistoiesi nel primo ottocento, in “Microstoria”, n. 54 (ott.-dic. 2007); Niccolò Puccini “fascista”, in “Microstoria”, n. 6 (dic. 1999); Il garibaldino che divenne direttore de "La Nazione". La storia del deputato pistoiese Giuseppe Civinini, in “Microstoria”, n. 10 (apr. 2000).

8)    C.O. Gori, Theresienstadt, prigione di eroi. L'internamento in Boemia dei volontari toscani del 1848 nel ricordo di alcuni patrioti pistoiesi, in “Microstoria”, n. 47 (mag.-giu. 2006); cfr. anche L.Angeli-G.Giampieri-E.Carfora, Giuseppe Giusti “E trassi dallo sdegno il mesto riso”, Settegiorni, 2010


Orginale dell'articolo di Carlo O. Gori, Pistoia, un Risorgimento tra entusiasmi e polemiche, comparso sul numero 67, 2011 di: "Microstoria"






Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.