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lunedì 12 dicembre 2011

Carlo Onofrio Gori. Risorgimento. Lev Ili'ič Meč'nikov, un garibaldino russo in Toscana. 2011 - 150th Anniversary of the Unification of Italy

Lev Ili'ič Meč'nikov, un garibaldino russo in Toscana


Dopo una edizione a tiratura limitata promossa dal curatore-traduttore Prof. Renato Risaliti, noto slavista, il libro dell’intellettuale russo-ucraino Lev Ili'ič Meč'nikov Memorie di un garibaldino. La spedizione dei Mille,sul quale già scrivemmo nel n. 1 (2007) di "Camicia rossa", è finalmente uscito per le edizioni del CIRVI e col patrocinio del Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Bicentenario della nascita di Garibaldi.
Il libro di Meč'nikov “una delle maggiori personalità russe  della seconda metà del secolo XIX –afferma il prefatore Lauro Rossi, Segretario del Comitato Nazionale – aggiunge un tassello importante alle pubblicazioni che hanno caratterizzato il bicentenario”.
Questo scritto, corredato con 27 disegni a matita, sette a penna e undici acquarelli, tutti di mano dell’autore, scoperto da Risaliti e dallo studioso ucraino Mykola Varvarcev ,  apparve a puntate nel 1861 in forma di reportage nei numeri di settembre, ottobre e novembre della rivista “Russkij Vestnik”, la cui collezione è rimasta fino a pochi anni fa chiusa nell’ immenso archivio della Federazione russa a Mosca, in quanto Katkov, il direttore della rivista, era a suo tempo diventato un sostenitore dell'autocrazia zarista. 
Lev Ili'ič Meč'nikov era nato a Pietroburgo nel 1838 da una famiglia aristocratica russa (il fratello Ilia Ili'ič fu premio Nobel 1908 per la medicina) con vasti possedimenti a Charkov in Ucraina. Nel 1859, subito dopo aver conseguita una brillante laurea in matematica, il giovane russo, grande amante della pittura italiana, si reca a Venezia e si immerge nell'arte e nel modo di sentire degli italiani dell'epoca condividendone le loro aspirazioni alla indipendenza ed all'unità. Per questo nel 1860 alla notizia dello sbarco dei garibaldini in Sicilia si sposta a Firenze, dove a Castel Pulci Giovanni Nicotera stava per conto del Generale arruolando un battaglione di camicie rosse che solo dopo notevoli sforzi riuscì a salpare da Livorno per raggiungere Garibaldi.
Lev, che sarebbe stato poi ferito alla Battaglia del Volturno e promosso ufficiale sul campo, in ogni momento della sua avventura tenne questo fedele diario consegnandoci un reportage di prima mano, palpitante e circostanziato, ricco di episodi e di particolari inediti, “grazie al quale – a giudizio del Prof. Risaliti – si possono oggi correggere inesattezze storiografiche, ripensare o ridimensionare certi giudizi accreditati e luoghi comuni circa l’Impresa dei Mille e perfino rivedere alcune consolidate teorie sul Risorgimento”.
Infatti Meč'nikov insiste molto sull’appoggio delle campagne all’impresa di Garibaldi, “in tal senso – afferma Risaliti – emergono oggi ulteriori dubbi sulla nota teoria gramsciana della mancata partecipazione contadina al moto di unificazione nazionale”. Una partecipazione dovuta anche all’appoggio a Garibaldi del basso clero, soprattutto siciliano, che sobillò i fedeli, contadini e popolani, contro i borbonici. I noti Padre Gavazzi e Fra' Pantaleo, insieme a Padre Cucurullo, della parrocchia palermitana di S. Giovanni, di cui Meč'nikov ci consegna un ritratto avvincente, sono tre dei tanti rappresentanti di questo basso clero che spesso avanza istanze sociali di tipo rivoluzionario. “In ogni caso – nota Risaliti – i più stretti collaboratori del Generale non ebbero la sensibilità, né furono all’altezza dell’Eroe, nel capire (o voler capire) i desideri delle masse popolari e soprattutto dei contadini meridionali”.
C’è poi da notare che nel reportage il ruolo di Nino Bixio appare molto meno importante e decisivo di quello dei generali Milbitz, Sirtori o Cosenz: sostanzialmente quello di un generale ambizioso e di modeste capacità militari che quand'era in preda all'ira, poteva perfino spingersi a uccidere i suoi soldati.
Lo scritto di Meč'nikov si diffonde poi su un aspetto che successivamente, in chiave nazionalistica, sarà non poco sottovalutato dalla storiografia risorgimentale post-unitaria, ma anche dalla stessa memorialistica garibaldina, e cioè sul ruolo importantissimo svolto dai volontari stranieri che costituirono varie, numericamente consistenti e combattive legioni: da quella ungherese, a quella polacca, tedesca, francese, ecc. e fra essi, oltre ad alcuni russi, c’erano perfino degli arabi e un nero.
Un personaggio che emerge a tinte forti dalla descrizione del russo è quello della “terribile camorrista” napoletana Marianna Desclopis, dal “potere assoluto di un pascià turco”, più nota col cognome De Crescenzo (ebbe due matrimoni) e famosa col soprannome di Sangiovannara, che Meč'nikov descrive come una donna dall'aspetto selvaggio “un leone o una tigre stretti in gabbia” “dagli occhi che brillavano rabbiosamente”. La donna, innamoratasi del Generale pur senza mai averlo mai visto, fece proprio il motto “Libertà-patria-democrazia”, convinse i suoi concittadini ad abbandonare i Borboni e non risparmiò né denari né sforzi per.aiutarlo nell’ Impresa.
Altro episodio cruciale del reportage è la Battaglia del Volturno. Meč'nikov  ne fa un racconto epico, con sangue, morti, feriti, atti d'eroismo, fucilate, bombardamenti e incendi, colpi di scena, imboscate, saccheggi e crudeltà. Annota ad esempio che a Caserta i garibaldini, “sei volte inferiori per numero” rispetto al nemico, vinsero non solo per il carisma di Garibaldi e il valore dei suoi ufficiali, ma anche per il triste spettacolo dalle orribili torture praticate dalla soldataglia borbonica sui prigionieri che esacerbò l'animo delle camicie rosse spronandole alla vittoria.
Altro particolare interessante riguarda l'incontro del Generale col re, che realtà non avvenne a Te­ano, ma a Santo Tamaro, ed il vero scambio di battute fu il seguente: “Salute al re d'Italia”, “Salute al migliore dei miei amici”. Va da sé che non poco tempo dopo, sull’Aspromonte, il Savoia mandò i suoi soldati contro “il migliore dei [suoi] amici” che fu gravemente ferito.
Infine alcune riflessioni sul dopo-spedizione. Nota Meč'nikov che all'arrivo delle truppe piemontesi tutti i possidenti terrieri del Napoletano tirarono un sospiro di sollievo perché temevano che Garibaldi facesse una vera rivoluzione espropriandoli dei loro beni per distribuirli al popolo e ai contadini. Ed infatti i primi atti del Savoia furono: l'annullamento dei principali decreti emessi dal Dittatore; la trasformazione dell'esercito garibaldino in esercito meridionale che avrebbe dovuto confluire in quello sabaudo (ma i garibaldini dovettero subire una severa e umiliante prova d'ammissione); il disarmo dei Mille che ad esempio originò alcuni scontri fra piemontesi e calabresi che si erano rifiutati di cedere le armi. Forse anche da questo trasse poi linfa il banditismo meridionale.

                                                                                                            Carlo Onofrio Gori
          
Recensione di C.O. Gori al libro: Lev Ili'ič Meč'nikov, Memorie di un garibaldino. La spedizione dei Mille, traduzione e cura di Renato Risaliti, presentazione di Lauro Rossi, postfazioni di Mykola Varvarcev e Renato Risaliti, Torino, CIRVI, 2008, pp. 330, Euro 29, comparsa su "Camicia rossa", a. 28, n. 4 (ott.-dic. 2008).
L'articolo può essere riprodotto in tutto o in parte citandone chiaramente gli autori.



       на фото, слева направо: Уильям Adilardi, Карло Онофрио Гори, Ренато Рисалити
                                                                                                                                  
   
Sull'Italia risorgimentale

Nel 2007 venne pubblicato, per le edizioni del CIRVI, Memorie di un garibaldino, il meraviglioso ed inedito diario-reportage di Lev Ili'ič Meč'nikov sulla Spedizione dei Mille tradotto e curato dallo slavista Renato Risaliti (Ренато Рисалити). Si trattava della raccolta degli articoli del volontario russo, ufficiale garibaldino ferito gravemente nella decisiva battaglia del Volturno, comparsi nel 1861 sulla rivista "Russkij Vestnik". Ne scrivemmo ampiamente qui in precedenti post. Quel libro, andato col tempo esaurito, è stato quest'anno ripubblicato dalla suddetta casa editrice torinese in edizione rivista ed accresciuta col titolo Memorie di un garibaldino russo ed altri scritti. In particolare Risaliti, pistoiese, aggiunge nelle ultime pagine della nuova edizione la copia di un significativo ed originale documento concernente l'elenco degli 8217 pistoiesi di tutte le classi sociali, clero compreso, che dal 4 dicembre 1859 al 4 aprile 1860 generosamente aderirono alla sottoscrizione nazionale lanciata dal Generale "pel fondo di un milione di fucili". In questo 2011 a fianco delle Memorie, sempre a cura di Risaliti e sempre per le edizioni del CIRVI compare il libro Sull'Italia risorgimentale che riporta tre dei tanti saggi sull'Italia (gli altri scritti dell'intelletuale russo sono attualmente in via di reperimento nelle biblioteche russe e ucraine, da parte di Risaliti e dello studioso ucraino Mykola Varvarcev) che Lev Ili'ič Meč'nikov scrisse successivamente al suddetto diario-reportage: Da Siena, Lettere dalla Maremma toscana eAspromonte, articoli che ampliano il quadro dell'Italia del Risorgimento e sono coevi agli avvenimenti narrati nelle Memorie, infatti Meč'nikov fino al 1864 scriverà vari articoli e saggi sull'Italia, fra cui quello fondamentale su Francesco Domenico Guerrazzi. Una volta smobilitato Meč'nikov  si stabilisce in Toscana, smette la camicia rossa di ufficiale garibaldino e si trasforma in attivo militante politico e propagandista delle idee del Generale. In Toscana incontra la donna della sua vita, Olga Skarjatina, che era però già sposata e con una figlia e,  per poter mantenere la nuova famiglia, in questo periodo vive facendo il corrispondente dall’Italia, (sempre sotto pseudonimo, dato i suoi cattivi rapporti con l’autocrazia zarista) per riviste russe, anche arricchendo la sua collaborazione con reportage di suoi saltuari viaggi  in varie parti del mondo, dal Marocco al Giappone. La corrispondenza Da Siena, firmata con lo pseudonimo "un garibaldino", fu pubblicata nel 1862 sulla rivista russa “Sovremmenaja letopis”, mentre le Lettere dalla Maremma toscana  e  Aspromontefurono pubblicati dalla rivista  “Sovremennik”, (Il Contemporaneo) fondata da Puskin e in quel periodo diretta da Nikolaj Nekrasov. Questi due articoli, come altri successivi, recano la firma di Leon Brandi, una traduzione letterale in italiano del nome russo Lev Meč'nikov. Per quanto riguarda la permanenza e le corrispondenze da Siena dell’intellettuale russo, le cui fonti non erano solo i giornali dell'epoca, ma anche i racconti dei suoi amici garibaldini, sparsi un po' ovunque, si sa anche che Meč'nikov fu redattore capo di un foglio della sinistra locale, “Il Flagello”, di cui oggi è rimasta sola copia. Comunque le notizie che ci fornisce nell'articolo Da Siena sono di estremo interesse perché nella storiografia locale non è rimasto quasi nulla dei conflitti politici cittadini nel primo anno post-unitario. Tuttavia, è possibile mettere in risalto quanta importanza avesse il problema di Roma Capitale e la soluzione della "questione romana" in quel momento: un dissidio lacerante, che sarà ricomposto solo circa 70 anni dopo. Di passata ricordiamo che il conflitto Stato-Chiesa nasce in seguito all'iniziativa dei democratici guidati da Garibaldi di intraprendere la Spedizione nell'Italia Meridionale e che il successo di questa operazione costrinse Cavour e Casa Savoia a rompere gli indugi mandando la truppe regie comandate dal generale Cialdini a Napoli occupando parte dello Stato Pontificio, Lazio escluso. Questa operazione mandò in frantumi il sogno giobertiano del neoguelfismo, la formazione di una Confederazione italiana sotto la Presidenza del Papa. 
Le Lettere dalla Maremma toscana, oltre ad essere uno specchio fedele dei processi economico-sociali e politici in atto in seguito all'unificazione, forniscono lo spaccato di un triste fenomeno presente un po' ovunque nella Penisola, quello del banditismo, che non fu solo un fenomeno meridionale, ma anche settentrionale. Se in Maremma nacque il mito degli Stoppa, dei Tiburzi o di tanti altri, nelle Romagne quello del Passator Cortese, ecc., fu perché il banditismo fu un fenomeno generale, un diffuso fuoco latente che copriva quasi tutti i territori del nuovo stato nazionale e che dopo il 1860 divenne in Meridione vero e proprio incendio per il noto convergere di nuovi variegati fattori di insoddisfazione politica e sociale che si sommarono a quelli endemici. Nel terzo scritto, Aspromonte, Meč'nikov dà conto della sfortunata impresa, alla quale partecipa, nuovamente a fianco del Generale. L’episodio, nota Risaliti, finì con una sconfitta di Garibaldi perché l’Eroe non aveva ben valutato le reazioni internazionali alla sua "adunata" che produsse spargimento di sangue fratricida, il fatto tuttavia servì per richiamare l'attenzione del Paese sul problema di Roma Capitale, poi risolto nel 1870 in seguito alle note favorevoli contingenze internazionali. Il fatto però che questi articoli o saggi siano apparsi in Russia subito dopo gli avvenimenti cui si riferiscono, dimostrano, ci dice Risaliti, almeno tre cose:  primo, l'eco mondiale che circonda gli avvenimenti del Risorgimento italiano e la figura di Garibaldi;  secondo, il fatto che apparissero sulla rivista russa più diffusa, soprattutto fra la gioventù e gli intellettuali che si stavano orientando verso le teorie populiste, attesta che gli ideali del Risorgimento italiano ebbero un peso decisivo nella formazione del populismo russo e che questi scritti di  Meč'nikov vanno messi in relazione con gli scritti di Debroljubov sull'Italia e con la permanenza di importanti russi presso lo stato maggiore di Garibaldi; terzo, il mito del “brigante buono” troverà una vasta eco in Russia negli scritti di Bakunin, che fra l'altro era a Firenze nello stesso periodo in cui c’era anche Meč'nikov. Dopo il 1864 le corrispondenze di Lev Meč'nikov dall’Italia si interromperanno bruscamente perché il governo sabaudo colpirà l’attivista garibaldino con un provvedimento, improvviso e senza cerimonie, di estradizione: amara “ricompensa” per le gravi ferite riportate dall’intellettuale russo nella battaglia del Volturno!


                                                                   Carlo Onofrio Gori


                                     Карло Онофрио Гори ( слева на картинке)

                                                                                                                                                          

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Un autunno da sfogliare

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Guglielmo Adilardi e Carlo Onofrio Gori presentano “Memorie di un garibaldino russo” e “Sull'Italia risorgimentale”, le due opere a cura di Renato Risaliti. ...

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Guglielmo Adilardi e. Carlo Onofrio Gori. PI' 65611112110. V. LEV MECNIKOV. Memorie di un garibaldino russo e. Sull'Italia risorgimentale a cura di Renato ...


Presentazione - Biblioteca Roncioniana di Prato

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Guglielmo Adilardi, Felicita Audisio, Carlo Onofrio Gori hanno presentato. LEV MEČNIKOV, "Memorie di un garibaldino russo", e "Sull'Italia risorgimentale", ...

domenica 11 dicembre 2011

Carlo Onofrio Gori. Risorgimento. Un garibaldino…pistoiese. Storia del colonnello Istvan-Stephan Dunyov. 2011 - 150th Anniversary of the Unification of Italy


Un garibaldino…pistoiese. Storia del colonnello Istvan Dunyov - Стефан Дуньов

Due lapidi, poste all’altezza del n. 19 della centralissima via Verdi (già via della Pillotta), ci ricordano che la schiera dei circa 250 garibaldini pistoiesi (1) può a buon diritto comprendere anche un noto combattente di origine straniera: il colonnello Stefano Dunyov che dal 1871 si trasferì a Pistoia dove visse per diversi anni fino alla morte.
Desta curiosità il fatto che la lapide laterale all’ingresso, posta il 5 ottobre 2002 a cura dell’ Istituto Storico Fraknói dell’Accademia d'Ungheria in Roma, porti iscrizioni bilingui ungheresi e bulgare, mentre in quella più antica, di colore nero, situata in alto, Dunyov venga invece tout-court definito “figlio della Bulgaria”: il colonnello era dunque bulgaro o ungherese? Domanda legittima visto che gli storici dei due paesi ne hanno a lungo rivendicato l’appartenenza (2).
Ma il "mistero" è presto svelato: Dunyov nasce, suddito ungherese dell’Impero d’Austria, il 21 luglio 1816 a Vinga (Banato settentrionale), cittadina posta fra Timişoara ed Arad, nel Comitato (provincia) di Temes, in un territorio oggi appartenente alla Romania. A Vinga era maggioritaria (oggi raggiunge il 25%) una comunità bulgara di religione cattolico-romana (банатски българи), rifugiatasi lì dal ‘600 per sfuggire all’espansione ottomana, ed in essa, come rivela il cognome, stavano le origini di Dunyov, anche se per lingua e cultura lui si dichiarerà sempre: «ungherese fiero della mia nazionalità» (3).
Comunque, al di là dell’ appartenenza, viene spontaneo osservare che il nascere nella “grande Transilvania”, popolata da romeni, ungheresi, serbi, e da minoranze tedesche, slovacche, ebree, ucraine, armene e bulgare, doveva già di per sé predisporre una persona al contatto con genti e culture diverse e non ci può quindi stupire se l’ungherese di origine bulgara Dunyov si batterà poi per l’indipendenza del nostro Paese morendo a Pistoia da cittadino italiano.
Il giovane Istvan (in bulgaro Stephan - Стефан Дуньов) frequenta ad Arad un corso di filosofia e poi compie brillantemente i suoi studi di giurisprudenza a Budapest (4). A 32 anni è già uno dei più noti avvocati di Arad: è il 1848 e tutta l’Europa è scossa da sommovimenti in cui si intrecciano motivi politici, economici, sociali e nazionali.
Nell’ Impero Asburgico si ribella la stessa Vienna e subito dopo italiani, cechi ed ungheresi prendono le armi per l’indipendenza. In aprile il leader dei patrioti magiari Lajos Kossuth riesce ad organizzare l'elezione a suffragio universale di un parlamento, ma già in ottobre i comandi austriaci, pur impegnati su vari fronti e ostacolati dalle manifestazioni dei democratici viennesi, sono in grado di muoversi contro Budapest. Tuttavia la rivolta magiara, pur minata delle diatribe fra rivoluzionari ungheresi e fra questi ed i romeni, poté esser stroncata solo grazie al massiccio intervento, sollecitato da Francesco Giuseppe, del potente esercito russo dello zar Nicola I. E proprio combattendo contro i russi a Segesvár, in Transilvania il 31 luglio 1849, morirà a 26 anni il cantore della libertà magiara, il poeta Sandor Petőfi.
Anche Dunyov, nominato tenente il 1 gennaio 1849, poi capitano ed infine maggiore, combatté valorosamente contro austriaci, serbi e russi fino alla battaglia di Temesvár (Timişoara) del 9 agosto 1849 che vide la definitiva sconfitta dell’esercito repubblicano ungherese. Fatto prigioniero, venne poi condannato alla forca come traditore, pena che l'imperatore, il 15 luglio 1852, commutò in dieci anni di detenzione nella famigerata fortezza del sobborgo praghese di Josephstadt. Nel 1857 venne amnistiato e destinato al soggiorno obbligato a Pest dove, mai perso d'occhio dalla polizia austriaca, sopravvisse arrabattandosi fra un modesto impiego e l’attività di scrittore di articoli d'economia.
Nel 1859 la notizia della guerra franco-piemontese contro l'Austria diede nuovo vigore agli emigrati ungheresi e Kossuth, László Teleki e György Klapka, crearono una sorta di governo in esilio che, consenziente Cavour, concluse un accordo con Napoleone III, in base al quale venne costituita una legione magiara in Italia: i volontari avrebbero marciato sull’Ungheria solo nel caso in cui eserciti italiani o francesi fossero arrivati alle frontiere di quel Paese. La vittoria arrise ai franco-sabaudi, tuttavia la repentina fine del conflitto sancita dall’Armistizio di Villafranca non permise l’impiego in Ungheria dei tremila uomini. Anche Dunyov, fuggendo da Pest munito di passaporto piemontese, si diresse in Italia, ma a causa del lungo e avventuroso viaggio non fece in tempo a partecipare al conflitto. Riuscì comunque a rendersi utile aiutando il connazionale conte Bethlen nella pacificazione dei volontari, forzatamente inattivi e pertanto fortemente inquieti, e quindi passò al neocostituito esercito dell' Emilia, che affrancatasi dalle sovranità papalina e ducali, si stava avviando, come la Toscana, al plebiscito di unificazione al regno sabaudo.
Nel 1860 molti legionari ungheresi seguirono Giuseppe Garibaldi  (Джузепе Гарибалди) nella spedizione dei Mille, ma di loro verranno poi ricordati soprattutto gli ufficiali: Türr, Eber, Tukory, Eberhardt, Teloky, Magyarody, Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy, Winkler e lo stesso Dunyov. Occorre infatti mettere in luce che per motivi nazionalistici la storiografia post-risorgimentale, non potendosi esimere dal ricordare i nomi degli ufficiali stranieri stretti collaboratori del Generale, sottovaluterà non poco l’entità numerica ed il ruolo svolto nella campagna meridionale dai contingenti di volontari ungheresi, polacchi, tedeschi, francesi, inglesi, con presenze di russi, americani, algerini, indiani, arabi, ecc. Di ciò si trova oggi conferma nello straordinario reportage del garibaldino russo-ucraino Lev Ili'ič Meč'nikov: l’inedita testimonianza, rintracciata negli archivi russi dallo storico ucraino Nikola Varvartzev e tradotta in italiano dal prof. Renato Risaliti, verrà prossimamente pubblicata a cura del Comitato ministeriale per il Bicentenario (5).
Anche Dunyov, partendo con la spedizione Sacchi insieme all'amico Luigi Winkler, il 23 luglio 1860 raggiunge il Generale: in Sicilia ha il compito di costituire il 20° battaglione della 2ª brigata “Palermo” della 16ª divisione “Cosenz” ed in questo lusinghiero e delicato incarico è così abile che in breve riesce a raccogliere ben 400 uomini.
Col suo battaglione viene, suo malgrado, impegnato nel corso dei dolorosi fatti di Bronte, poi risale la Penisola e giunge a Napoli liberata dove Garibaldi, ammirato dalle sue capacità, all’inizio di settembre lo nomina colonnello comandante il 2° reggimento della 3ª brigata “Eberhardt” nella 17ª divisione “Medici”. Successivamente il Generale volle quel contingente assumesse la denominazione di “Reggimento Dunyov”.
Mentre i borbonici progettavano la riconquista di Napoli ed era imminente la Battaglia del Volturno, Kossuth invitava a Dunyov a rientrare in patria per svolgervi una delicata missione, ma questi da Maddaloni, dove era attestato, pur ringraziando per la fiducia, rispose che non poteva, sfuggendo allo scontro decisivo, venir meno al suo onore di militare: Kossuth riconobbe la validità delle sue ragioni e Dunyov poté così partecipare alla difesa di quel luogo, definito dal Generale «le nostre Termopili» (6).
E proprio a Maddaloni, 1 ottobre, Dunyov, mentre per la terza volta si spingeva al contrattacco di preponderanti forze avversarie, venne gravemente colpito da una fucilata alla gamba sinistra, tuttavia il colonnello continuò ad incitare i suoi soldati sino a che venne trasportato in un mulino in vicinanza di Ponte della Valle, dove ricevette le prime sommarie medicazioni, presto interrotte da un nuovo attacco borbonico. Il brigadiere Carlo Eberhardt fece appena in tempo a sottrarre Dunyov alla cattura da parte del nemico e solo con ritardo il connazionale tenente Leopoldo Ovary poté poi occuparsi del suo ricovero in un ospedale di Napoli dove, per l’avanzato stato di cancrena, fu necessario amputare la gamba. Un noto volontario garibaldino francese che prese parte a quello scontro, lo scrittore e fotografo Maxime Du Camp, così descrisse il suo eroismo: «A Maddaloni la lutte fut terrible...le régiment, qui servait de grand-garde à Ponte della Valle, et que commandait le colonel Dunyov, fut décimé; Dunyov, resté au feu malgré une atroce blessure...tint ferme jusq'au bout, et c'est peut-être à sa fermeté que l'on doit d'avóir pu se maintenir à Maddaloni, d'où à midi les royaux étaient définitivement expulsés» (7).
Il Generale, informato dell’amputazione, gli scrisse: «Caro Colonnello Dunyov, Ad uomini come Voi non bastano elogi. Per parte mia desidero soltanto che a prò della vostra e della mia Patria sia conservata la preziosa Vostra vita al nostro affetto, alla nostra gratitudine. Sempre vostro G. Garibaldi» (8).
Al termine della Campagna, per riconoscimento del suo valore, Dunyov fu ammesso nell’esercito italiano, ma venne al tempo stesso collocato in aspettativa, e suo malgrado, tanto che quando sarà poi invitato a presentare la domanda di pensione, la sua indignazione ed esasperazione non conosceranno limiti; scriverà infatti: «È più che naturale che l'elemento garibaldino vada estirpato, a tutti i costi, dall'esercito» (9).
Nel 1862 anche gli uomini della Legione ungherese vennero impiegati dal governo italiano nella cruenta, lunga e “sporca” guerra contro il “brigantaggio” meridionale, ma disgustati per l’ingrata opera di repressione, rifiutarono poi di obbedire agli ordini e si misero in movimento da Lavello, Melfi e Venosa, dove erano stanziati, per concentrarsi a Nocera: bloccati e disarmati per ordine di La Marmora, furono imbarcati a Salerno il 13 agosto e deportati in Piemonte. Alla notizia del ritorno di Garibaldi in Sicilia per dirigersi su Roma, 150 di quei deportati riuscirono a fuggire con lo scopo di raggiungere il Generale ed anche Dunyov, dall'isola d'Ischia ove si trovava in convalescenza, si mise a disposizione trasferendosi a Napoli e provvedendo in loco alla raccolta di munizioni, ma il doloroso episodio di Aspromonte del 27 agosto pose fine alle speranze di una nuova grande impresa garibaldina.
Dal 1863 il colonnello prese stabile dimora a Genova dove poté ricevere le visite di suo fratello Giuseppe, anch’egli internato ad Asti in seguito alla ribellione di Nocera.
Nel 1867 Dunyov, alla notizia dell'accordo e dell’unione tra Austria ed Ungheria, rinunciò a tornare in patria e si trasferì a Torino, dove risiedeva anche Kossuth, ma non dimenticò mai la sua terra, per la quale si batté ancora con gli scritti e devolvendo generosamente le sue rendite in Transilvania ai patrioti ungheresi del 1848-49.
Lo sostenne in queste scelte il Generale che da Caprera, il 3 gennaio 1869, così gli scrisse: «Mio caro Dunyov, Che l'Ungheria e l'Italia sono sorelle lo prova la gamba perduta eroicamente da Voi sui campi di battaglie italiane, ove … faceste bello il nome magiaro. Alla democrazia ungherese io dirò una parola sola:... Fuori l'Austria! …il resto verrà da sé. V'invio due linee... un saluto affettuoso... e sono vostro per la vita. F.to G. Garibaldi» (10).
Poco dopo la conquista di Roma, per ragioni di salute, Dunyov lasciò Torino e si trasferì a Pistoia, dove ottenne la cittadinanza italiana e visse con la moglie Antonietta Talamini, sposata in quel tempo, e con i suoi sette figli: Minerva, Leonida, Aurora, Olimpia, Vittorio, Giuseppe e Amelia.
Nel 1879 ebbe l’onore di ricevere nella sua casa di via della Pillotta, nella quale abitava dal 1876, la visita di Kossuth, l’uomo che insieme a Garibaldi ammirava di più, e nello stesso edificio, vedovo da ormai più di due anni, moriva il 30 agosto 1889.
Per il suo eccezionale contributo alla nostra indipendenza era stato insignito della Croce dell'Ordine Militare di Savoia, di quella dei Santi Maurizio e Lazzaro e di quella della Corona d'Italia ed il governo italiano provvide dunque, come ci rivelano alcuni incartamenti conservati nella Biblioteca Forteguerriana, a nominare un tutore per i suoi figli, tutti minorenni, nella persona del pistoiese colonnello Canini.


                                     


                              Carlo Onofrio Gori

                                                                                                                                  




Карло Onofrio гори


Sintesi e rielaborazione degli articoli:

Carlo O. Gori, Dunyov, un eroe garibaldino a Pistoia. Storia del patriota magiaro che si distinse nell’epica battaglia del Volturno e che si stabilì nella città di Cino, in “Microstoria”, n. 56 (apr.-giu. 2008).
Carlo O. Gori, Il colonnello Stefano Dunyov. Un eroico garibaldino pistoiese, in "Camicia rossa", n 4 (ott.-dic. 2008).







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élet ezredes Dunyov, живота на полковник Стефан Дуньов, viața de colonelul Dunyov, Colonel Dunyov' life










Ősszegzés: ezredes Dunyov István (1816-1889), a magyar, a bolgár származású (született, a város Vinga, ma Romániában) , alatt az olasz Risorgimento bátran harcolt együtt a Általános Giuseppe Garibaldi a Spedizione dei Mille. Veterán, barátja Kossuth, élt és halt meg Pistoia, Toszkána, Olaszország.
Анотация: Биография на полковник Стефан Дуньов (1816-1889), унгарски, български произход (банатски българи), които по време на италианското Risorgimento се сражават храбро, заедно с генерал  Джузепе Гарибалди в Spedizione Dei Mille. Ветеранът живял и умрял в Пистоя, Тоскана, Италия.
Zusammenfassung: Biographie von Oberst Istvan Dunyov (1816-1889), ungarischer, bulgarischer Herkunft, vorbehaltlich des österreichischen Kaiserreiches (“Kaisertum Österreich”), die während des italienischen Risorgimento kämpfte tapfer neben dem allgemeinen Giuseppe Garibaldi, im Jahr 1860 in der Spedizione dei Mille. Veteran, ein Freund von Lajos Kossuth, seit 1870 wurde Italienisch, lebte in Pistoia, Toskana, verheiratet Antonietta Talamini, hatte sieben Kinder und starb in Pistoia in der 1889
Rezumat: Biografie colonelului Istvan Dunyov (1816-1889) (de origine maghiară, bulgară, născut în Vinga, (astăzi România), care în italiană Risorgimento luptat cu curaj alături de Giuseppe Garibaldi, în general Dei Mille Spedizione. Veteran a trăit și a murit în Pistoia, Toscana, Italia.
Abstract: Biography of Colonel Istvan Dunyov (1816-1889), Hungarian, Bulgarian origin, subject of the Austrian Empire, which during the Italian Risorgimento fought bravely alongside the general Giuseppe Garibaldi, in the year 1860 in the Spedizione dei Mille. Veteran, a friend of Lajos Kossuth, since 1870 became Italian, lived in Pistoia, Tuscany, married Antonietta Talamini, had seven children, and died in Pistoia in the 1889.


Dear Mr. Gori,
Chiprovtsi is a small town in northwestern Bulgaria but it has a rich history associated with Chiprovtsi uprising, literary school, goldsmith school during XV-XVII century and with Handmade carpets /XVIII to nowadays/.
In 2013, the Historical Museum - Chiprovci will celebrate 325 years of Chiprovtsi uprising, 165 years from Stephen Dunyov’s participation in the Hungarian revolution and 45 years Museology in Chiprovtsi.
Banat Bulgarians are descendants of immigrants from Chiprovtsi after the failure of the uprising in 1688. We've read your posts about Stefan Dunyov. We would like to invite you to Chiprovtsi to take part in the conference and in the opening of a monument to the famous Banat Bulgarian, “un garibaldino pistoiese”.
To mark the anniversaries Historical museum Chiprovtsi organizes conference "National liberation struggles during XV - XIX century: personality, people, history" and it will take place on 7 or 8 September 2013 in Chiprovtsi.
If you are interested and willing to participate, we would like to notify us as soon as possible at e-mails: historicalmuseum_chiprovtsi@abv.bg or muzei_chiprovtsi@abv.bg.

Director,
Anuta P. Kamenova-Borin

Ringrazio sentitamente la Gentilissima Sig.ra Anuta , la cittadinanza di Chiprovtsi e il suo Museo Storico per il cortese e da me graditissimo invito per il Convegno di settembre, del quale sono molto, molto, onorato. 
Non io, ovviamente, ma il colonnello Stefano Dunyov, per la sua vita esemplare di combattente per la libertà dei popoli, merita giustamente ogni riconoscimento, io mi sono soltanto limitato a descriverne la vita e la aspirazioni.. .
Purtrpoppo la mia salute non è più buona come quella di un tempo e per questo io vivo giorno per giorno, ma spero di esser fra Voi per settembre. 
Ve lo farò sapere quanto prima e nuovamente Vi ringrazio.
Cordialissimi saluti e complimenti!
Carlo O. Gori

giovedì 1 dicembre 2011

Carlo Onofrio Gori. Risorgimento. Pistoia 1821. Il consapevole sacrificio di Francesco Benedetti, poeta carbonaro. 2011 - 150th Anniversary of the Unification of Italy,

Pistoia 1821: suicidio di un poeta cospiratore 

Sono le 5,30 della sera del primo maggio 1821 ed una carrozza postale, partita da Lucca alle 9,30 del mattino e diretta a Firenze, giunge nei pressi di Pistoia. La vettura si ferma alla locanda di Giuseppe Bracciotti, posta fuori Porta Lucchese e mentre il procaccia Luigi Ragghianti esce da cassetta occupandosi dei cavalli, scendono anche i passeggeri. Uno di questi, un signore ancora giovane, di modesta statura e piuttosto pingue, ma dal portamento fiero ed accigliato, chiede all'oste una camera ariosa: ottenutala, prega un servitore della locanda di entrare in città e recapitare un suo messaggio all'indirizzo del prof. Pietro Petrini. In attesa della risposta e della cena, fissata per le 6,30 ed alla quale ha accettato di partecipare insieme agli altri viaggiatori, esce dalla locanda e passeggia un po’ con uno di questi, il gioiellire fiorentino Masini: fumano ed il Masini cerca di attaccare discorso. Impresa ardua per lui perché il giovane signore è rimasto taciturno per tutto il viaggio, soltanto al confine fra Ducato di Lucca e Granducato di Toscana, durante il controllo alla Dogana del Cardino, ha mostrato una grande ansia e poi quando ha visto i gendarmi lucchesi consegnare un giovane in catene ai loro colleghi toscani ed ha constatato come quest’ultimi maltrattassero il prigionero, rivolto al Masini ha sussurrato: “Ogni mezzo è santo, pure di non finire mai fra quelle mani”. Il gioielliere comunque ora si lamenta con lui della scarsa qualità del tabacco che ha sempre trovato a Pistoia e l’austero signore gli offre il suo sacchetto di buon tabacco, al rifiuto del Masini di accettarlo tutto risponde: “Prendetelo perchè quando avrò finito questo che ora fumo, non ne avrò più bisogno”. Tornano alla locanda, il signore si ritira nella sua camera per cambiarsi, indugiandovi un po’ troppo, mentre i commensali già da tempo sono a tavola e lo stanno aspettando con impazienza per iniziare la cena: viene mandato a chiamare, risponde che scenderà subito, ma poco dopo si ode uno sparo. Tutti salgono e lo trovano esanime: colpo alla testa, suicidio. 
La tragica vicenda, avvenuta nell’edificio dell’attuale Via N. Sauro n. 175, destò notevole sensazione in Pistoia soprattutto quando si seppe che il taciturno viaggiatore rispondeva al nome del poeta, tragediografo e storico cortonese Francesco Benedetti, e che su di lui pendeva un mandato di arresto perché coinvolto nel processo istruito a Firenze alla fine dell'aprile 1821 contro i carbonari toscani in seguito al quale, tra l’altro, verrà poi condannato in contumacia anche il poeta estemporaneo pistoiese Bartolomeo Sestini, organizzatore della setta a livello italiano che Benedetti da tempo ben conosceva. 
In quei giorni le truppe austriache, braccio armato della Santa Alleanza, avevano appena stroncato nel Napoletano ed in Piemonte i moti costituzionalisti iniziati nel 1820. Nel Granducato si vuol dimostrare a Vienna un soddisfacente zelo inquisitorio anche se, per intelligente scelta politica, non si vogliono creare martiri: in cambio della delazione si promette ai carbonari arrestati riduzione di pena o libertà. Alcuni parlano e indicano, pur cercando di sminuirne le responsabilità in seno all'organizzazione settaria, anche il nome di Benedetti. 
Il poeta, che a nostro avviso non era in seno alla Carboneria toscana un personaggio affatto secondario, sente imminente l’arresto: scappa dalla sua abitazione fiorentina di via della Scala e si dirige verso il porto di Livorno proponendosi di riparare in Inghilterra, ma a Pontedera si rende conto che il suoi documenti non sono sufficienti per quel tipo di espatrio. Perciò si sposta a Pisa per avere un consiglio dall’amico prof. Carmignani e questi gli suggerisce di provare a richiederli al Ducato di Lucca, perciò passa il confine: niente da fare perché, ovviamente, i lucchesi si dichiarano incompetenti indirizzandolo alla sede della Legazione Toscana. Affranto Benedetti pensa allora di restare in territorio lucchese rifugiandosi nella villa di campagna dell’amico Giovanni Caselli, suo sodale letterario e politico. Viene invece, pare per ordine del proprietario, sollecitato dal personale di servizio a partire. Disperato si rassegna a ripassare il confine ed a tornare verso Firenze e, per il suo alto senso della responsabilità e dell’onore,  pone fine a Pistoia alla sua breve e non facile vita.
Francescoera nato a Cortona il 5 ottobre 1785 da Pasquale e da Rosa Tamburi, merciai caduti in miseria. Per compiere gli studi dovette prima entrare nel Seminario della sua città e solo con un sussidio del suo Comune nativo potè poi laurearsi in legge a Pisa. Ugualmente fu da questo aiutato ad avviare uno studio legale a Firenze, città dove, salvo brevi soggiorni a Cortona, risiedè costantemente. Fece poco l’avvocato, preferì dedicarsi, oltre alla cospirazione politica, ad intensa attività culturale. Nei suoi pochi anni di vita scrisse moltissimo: delle sue undici  tragedie, per lo più ispirate a modelli classici, ad Alfieri e a Metastasio, sette vennero rappresentate ed una, il Telegono, fu particolarmente apprezzata dal Monti. 
Ben più intensa la sua ispirazione poetica, infatti "oggi si rivalutano, - come afferma un critico particolarmente attento alla poesia toscana, il monsummanese Giampiero Giampieri - soprattutto le sue odi civili, all'Italia (1814-1815), ma anche Per la nascita del Re di Roma (1811), l’Ode IV (1814) sul Murat, quelle per la concessione della costituzione spagnola del 1820 e altre ispirate a sentimenti di amicizia o di dolore. Poesie patriottiche interessantissime ed anche belle, neoclassiche eppure ricche di elementi visionario-romantici che ai suoi tempi furono apprezzate da Giambattista Niccolini e da Vincenzo Monti e nelle quali si avverte un'aria di famiglia col grande Leopardi della canzone All'Italia".
Pubblicò a Firenze nel 1816 il “Giornale di letteratura e belle arti”, si dedicò a saggi storici, ebbe un’intensa attività epistolare. Ricevette anche premi e riconoscimenti “ufficiali” tuttavia, pur conosciuto, non riuscì mai veramente “a sfondare”: dalla letteratura trasse sempre scarsi proventi guadagnandosi la vita soprattutto con l'insegnamento privato, non essendo riuscito ad ottenere cattedre pubbliche. Ebbe un grande e tormentato amore per una popolana cortonese, Carolina Bonaiuti, bella quanto infedele, che nelle sue poesie chiamò Glicera e per lei, nel 1811, fu ferito in un duello. 
Dopo l’Unità la figura di Benedetti potè essere adeguatamente onorata. 
A Pistoia, dove l’ “infelicissimo” poeta fu nel 1821 rapidamente sepolto in una fossa anonima, lo ricordano due lapidi, una posta nel 1865 al cimitero della Misericordia, ed un’altra nel 1886, sulla casa del suo suicidio, mentre altre due lapidi onorano Benedetti nella sua Cortona: la prima posta nel 1898 sulla sua abitazione natale dal “Consorzio degli Operai” e la seconda nel 1921 in via Ghibellina dalla “comunità cortonese” che nel “centenario del suo sacrificio” volle ricordare “l’apostolo, lo scrittore e il martire”, forse letterato non eccelso, ma indubbiamente grande per “amor di Patria e odio ai tiranni”.
                                               
                                                                Carlo Onofrio Gori
                                                                                                                                                             
 
S. Marioni, Benedetti Francesco (1875-1821), Arezzo, Prem. stab. punta. Operaio E. Sinatti, 1897.
F. S. Orlandini, Opere di Francesco Benedetti, Firenze, Felice Le Monnier, 1858.


Originale dell'articolo comparso sul n. 68 (apr.-giu. 2010) di "Microstoria"



Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.

Carlo Onofrio Gori. Risorgimento. Pistoia 1849: la morte di Attilio Frosini. 2011 - 150th Anniversary of the Unification of Italy

Pistoia 1849: la morte di Attilio Frosini

Sono le otto di sera del 28 giugno 1849 quando il giovane Attilio Frosini, dopo aver fatto una passaggiata nella campagna fuori Porta Lucchese, passa per l'attuale via Puccini e si avvia verso la sua casa di via della Pillotta (ora via Verdi, n. 30).
Attilio è uno studente del liceo Forteguerri, nato il 10 marzo 1833 da Agostino e Annunziata Sassoli: un domestico presso la famiglia Marchetti ed una stiratrice. Pistoia è occupata dal 23 maggio dalle truppe austriache che dopo gli straordinari avvenimenti italiani del 1848-1849, stanno riportando l’ “ordine” nella Penisola e restaurando in Toscana la sovranità del granduca Leopoldo II di Lorena.
Sotto le colonne del Palazzo Vescovile, dove è di stanza un battaglione asburgico comandato del ten. col. De Mayer, il giovane vede la sentinella, il soldato gli sembra di nazionalità ungherese e quindi  esclama: "Viva Kossuth”!  Il soldato finge di condividere quel giovanile entusiasmo per il campione dell'Indipendenza magiara dall’Impero e risponde con ugual grido, mentre altri suoi commilitoni escono sorridenti dal corpo di guardia del palazzo ed invitano l’italiano ad entrare. A quel punto tutti gli sono addosso e l'arrestano e solo allora il giovane pistoiese amaramente si accorge di esser caduto in una perfida trappola.
Infatti quella che sembra una semplice giovanile “bravata” assume rapidamente toni drammatici: Attilio è subito sottoposto da un tribunale militare a giudizio sommario per istigazione alla diserzione di soldati asburgici ed è condannato allo strangolamento, pena commutata in fucilazione eseguita il giorno dopo alle ore 21 alla Fortezza di S. Barbara.
La notizia dell’arresto destò sensazione in città: prima che la spoporzionata e crudele condanna avesse corso, nella speranza di salvargli la vita, da varie parti si cercò di farlo passare per un diciassettenne sempliciotto ed un po’ squilibrato, mentre dopo l’Unità d’Italia la sua figura verrà invece esaltata come quella di un consapevole ed irriducibile patriota.
Attilio, molto probabilmente, come l’intreccio di varie testimonianze dimostrerà, non era né l’uno né l’altro. Era entusiasta, come tanti studenti suoi coetanei, per gli ideali italiani, ma per una sua generosa, quanto ingenua e realisticamente inopportuna, “leggerezza” (quello non era certo l’atteggiamento di un “cospiratore”!) si trovò, suo malgrado, coinvolto in una vicenda più grande di lui. 

Gli austriaci, che già con un feroce bombardamento ed oltre trecento patrioti fucilati avevano stroncato la resistenza popolare e repubblicana di Livorno, aspettavano infatti l’occasione per dare un forte quanto crudele “monito” alla cittadinanza pistoiese che, da vari segnali accaduti nei giorni precedenti (soldati “spariti” in Porta al Borgo, delatori collaborazionisti accoltellati, ecc.), sembrava riottosa a perdere la libertà ed a sottomettersi alla dura legge “restauratrice” degli occupanti. 
In questo clima, la sera del 19 luglio 1849, un altro giovane pistoiese, Sergio Sacconi, nello stesso luogo, al passaggio della corrozza del ten. col. De Mayer, dopo aver tirato una lunga boccata di sigaro, sputerà in terra: inseguito dai soldati i fino al quadrivio di San Vitale verrà ferito a morte da una sciabolata infertagli dallo stesso comandante austriaco.
Anche con il sacrificio di questi giovani martiri pistoiesi del 1849 si compì il lungo e difficile cammino dell’ l’Indipendenza e dell’Unità nazionale.
                                                                    
                                                                      Carlo Onofrio Gori

Risorgimento martyr Attilio Frosini

No mercy from the Austrians fot the seventeen-years-old

It was eight p.m. on June 28, 1849 when the young Attilio Frosini headed home to Via  della Pillotta (today Via Verdi no. 30), passing along is today Via Puccini, after taking a walk in the countryside beyond Porta Lucchese.
Attilio was a student at Forteguerri SecondarySchool, born on March 10, 1833 to Agostino, a servant of the Marchetti family, and Annunziata Sassoli, an ironer. Austrian troops had been occupyng Pistoia since May 23 to restore order  to the Peninsula and reinstate the reign of  Granduca Leopoldo II di Lorena (Grand Duke Leopold II of Lorraine) in Tuscany following the extraordinary events of 1848-1849.
Below the columns of the Palazzo Vescovile, where a Hapsburg battalion led by Lieutnant Colonel De Mayer was stationed, the young man saw the sentry, whom he thought was Hungarian, and exclaimed:  "Viva Kossuth!" The soldier pretended to share his youthful enthusiasm for the campaign for Magyar independence from the Empire  and replied with a similar cry,  while some  of his comrades-in-arm left the guardhouse, smiling as they invited the Italian inside.  Only when they pounced  on him  and arrested him  did the young Pistoia native  realize with bitterness that he had fallen into a nasty trap.
In fact, what seemed at first like a simple "stunt" quickly took a dramatic turn.Attilio was immedialtely subjected to a summary court martial for inciting the desertion  of Hapsburg soldiers and was condemned to death by strangulation...



Tratto dall'articolo: Carlo Onofrio Gori, Attilio Frosini, martire del Risorgimento, in "Naturart",  n. 3 (giu. 2011). 

"A look at Pistoia's mark on history on the 150th anniversary of Italy's unification".

http://issuu.com/naturart/docs/www.naturartpistoia.it







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