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mercoledì 10 aprile 2013

C.O.Gori. Storia. Seconda Guerra Mondiale. Deportati


La Lapide ai deportati collocata nella Stazione di Pistoia

Dopo l'8 settembre 1943  oltre un milione di soldati italiani che si trovavano in patria o all’estero, tra Francia, Iugoslavia, Albania, Grecia e isole dell’Egeo, vennero catturati e disarmati dai tedeschi ed in più di 600.000 mila finirono nei lager.
Anche sessanta militari di Pistoia subirono e condivisero questa sorte; per tutti riportiamo alcuni passi tratti da una testimonianza di Arnaldo Carobbi, allora militare in città: “Quando i tedeschi arrivarono al Distretto … Fummo costretti ad ammassare le armi nel piazzale…poi…incolonnati, senza nessun equipaggiamento…come pecore…fummo portati alla caserma Marini…Il giorno dopo … ci portarono a Firenze, ammassandoci nello stadio. Eravamo diverse migliaia…. Per noi cominciò il momento delle scelte difficili. Un ufficiale della Milizia … ci pose il primo dilemma impegnativo. Avremmo dovuto, secondo lui, accettare di entrare nella nuova Milizia fascista a fianco dei vecchi alleati nazisti e così saremmo rimasti in Italia; altrimenti i tedeschi ci avrebbero … deportati nei lager in Germania o in Polonia…i primi cento-centocinquanta avevano attraversato il campo era un po’ penoso guardarli…Poi all’improvviso si misero a cantare gli inni fascisti e allora scattò in quasi tutti noi  una molla di rabbia mista a vergogna, urlando la nostra decisione di rischiare piuttosto la deportazione che andare verso coloro che ci parvero i fascisti…. Ci portarono alla stazione ferroviaria e fummo caricati in cinquanta-sessanta per vagone, chiusi, senza vitto, coperte o altro. Iniziò così un viaggio terribile verso una meta infame e sconosciuta” (53).   
I nostri militari catturati non furono mai considerati come prigionieri di guerra, ma vennero classificati come “internati militari italiani” (IMI), il che comportava l’obbligo al lavoro forzato e l’impossibilità di poter usufruire dei controlli della Croce rossa internazionale e della tutela contemplata dalla Convenzione di Ginevra del 1929, firmata anche dalla Germania, che imponeva un trattamento umanitario.
Anche durante la loro prigionia nei lager tedeschi i nostri militari internati furono continuamente invitati, in cambio della loro liberazione, ad arruolarsi sia fra le truppe germaniche, sia, soprattutto, nelle forze armate della Repubblica sociale italiana. La stragrande maggioranza degli IMI oppose un categorico rifiuto a qualsiasi collaborazione rassegnandosi alle loro tragiche condizioni di vita.
La Resistenza nei campi di prigionia è costata, come confermato dai registri dei decessi compilati dai tedeschi in ogni lager, il sacrificio di ben 78.216 caduti.
Ma non solo i  militari dovettero sopportare gli effetti della occupazione tedesca di un Paese considerato “traditore”: nell’ Italia occupata, dal 1943 al 1945, poterono essere pienamente applicate le aberranti teorie razziste e politico-totalitarie del nazismo. 
Furono circa 40.000 gli italiani che vennero strappati dalle loro case dalle truppe tedesche di occupazione, spesso col supporto di militi della Repubblica Sociale, e deportati nei Lager che i nazisti avevano allestito in tutta Europa per l'eliminazione fisica di milioni di uomini, di donne e di bambini: ebrei, zingari, omosessuali, Testimoni di Geova, oppositori politici.
Fra i deportati italiani, quasi 10.000 furono gli ebrei e circa 30.000 i partigiani, gli antifascisti, i lavoratori, questi ultimi arrestati in gran parte dopo gli scioperi del marzo 1944. Soltanto uno su 10 poté tornare: il 90%  venne annientato dalla efficiente macchina di sterminio hitleriana.
A tutti loro e ai cittadini pistoiesi deportati, l'Amministrazione comunale di Pistoia, su invito dell'Associazione ex internati, ha dedicato questa lapide.
Inaugurata nel corso di una imponente e significativa manifestazione, tenutasi il 25 aprile 1994, la lapide posta alla stazione ferroviaria così recita: "Ai pistoiesi che non fecero ritorno nella loro città dai campi di deportazione e di internamento 1943 1945. Pistoia li ricorda con la speranza di un mondo senza più reticolati. 1994. La Città di Pistoia."
Il disegno di un filo spinato sottolinea significativamente queste parole.
                                                                
                                                                Carlo O. Gori

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53) A. Carobbi, Memoria dattiloscritta… cit., pp. 93-99. I deportati toscani nei campi di concentramento tedeschi furono circa 40.000 (di cui circa 10.000 ebrei) ed alla fine della seconda guerra mondiale solo il 10% tornò a casa. Ad esempio, nella vicina Prato, in seguito allo sciopero generale dei primi di marzo 1944 organizzato dal Comitato di liberazione nazionale contro il fascismo e la guerra, sciopero che in quella città riuscì al 100%,  furono arrestati per ritorsione circa 500 operai tessili e  deportati   nei campi di concentramento austriaci di Mauthausen e di Ebensee. Sui prigionieri militari (I.M.I.) ed i deportati civili italiani per cause politiche, razziali, religiose e sociali, soprattutto tra i libri editi in periodo più recente, ovviamente senza alcune pretesa di completezza, ci sembra giusto indicare alcuni dei titoli, che anche con particolare riguardo alle vicende toscane, ci appaiono fra i più interessanti, scusandoci per quelli che le ragioni di spazio ci impediscono di citare:  Toscana. Consiglio regionale, Un treno per la memoria [Videoregistrazione] : Firenze-Majdanek, 25-29 gennaio 2004, Firenze, Regione Toscana, 2004; Ilda Verri Merlo, La speranza tradita. Antologia della deportazione politica toscana (1943-1945), Pisa-Firenze, Pacini-Giunta regionale toscana, 1992; Memoria della persecuzione degli ebrei con particolare riguardo alla Toscana, Firenze, ANFIM, 1989; Michele Di Sabato, Il sacrificio di Prato sull'ara del Terzo Reich, Livorno, Nuova Fortezza, 1987; Nicola Della Santa (a cura),  I militari italiani internati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943.Atti del Convegno di Firenze 14/15 novembre 1985, Firenze, Giunti, 1986;  Mario Corona, Ricordare non è peccato : 1938-1944. Storia e vicissitudini di un condannato politico, Fucecchio, Edizionidell'Erba, 2000;  Minoranze, coscienza e dovere della memoria. Riflessioni recenti, 1998-2000. Documentazione storica, Napoli, Jovene, 2000; Gabriele Hammermann, Gli internati militari italiani in Germania. 1943-1945, Bologna, Il mulino, 2004; Primo Levi, Se questo è un uomo. La tregua, 29. ed.,  Torino, Einaudi, 2003;  P. Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986; Ada Neiger (a cura di), Primo Levi: il mestiere di raccontare, il dovere di ricordare. Atti del Convegno, Trento, 14 maggio 1997, Fossombrone, Metauro, 1998; Eraldo Affinati, Campo del sangue, Milano, Mondadori, 1997; Luigi Collo, La resistenza disarmata. La storia dei soldati italiani prigionieri nei lager tedeschi, Venezia, Marsilio, 1995;  U. Jona ( a cura di), Deportazione e sterminio: saggi, documenti, testimonianze, Firenze, Lito Terrazzi, 1997; A.N.E.I., Resistenza senz'armi. Un capitolo di storia italiana 1943-45, Firenze, Le Monnier,  1984;  Alessandro Natta, L'altra Resistenza. I militari italiani internati in Germania, Torino, Einaudi, 1997; G. Schreiber, I  militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945, Roma,  Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio storico, 1992; Istituto Storico della Resistenza in Piemonte, Una storia di tutti.  Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, Milano, Angeli, 1989; Nicola Labanca, Fra sterminio e sfruttamento, Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista 1939-1945, Firenze, Le Lettere, 1992; Hannah Arendt, La banalità del male, Milano, Feltrinelli, 1992; Alberto Cavaglion, (a cura di), Il ritorno dai lager, Milano, Angeli, 1993; Liliana  Picciotto-Fargion,  Per segreta destinazione, Milano,  Mondadori, 1994;  Lucio Monaco (a cura), La deportazione femminile nei lager nazisti, Milano, Angeli, 1995;   G. Tedeschi, Memoria di donne e bambini nei lager tedeschi, Torino, Zamorani, 1995; Enzo Traverso (a cura), Insegnare Auschwitz, Torino, Boringhieri, 1995; Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei in Europa, Torino, Einaudi, 1996, Un mondo fuori dal mondo : indagine DOXA fra i reduci dai campi nazisti , Firenze : La nuova Italia , 1971, Piasenti Paride, Il lungo inverno dei lager. Dai campi nazisti, trent'anni dopo, Firenze, La nuova Italia, 1973; Edeltraud Kendler-Rudolf Pekar, Mai più. Documenti e testimonianze sul lager nazista di Ebensee [edizione italiana a cura di Giuseppe Bicci], Prato-Firenze, Comune di Prato-Provincia di Firenze, 1987; Enzo Gradassi-Ezio Raspanti, Prigionieri ad Anghiari. La vicenda del parroco di Micciano e di un campo di concentramento in provincia di Arezzo, Siena-Arezzo, Protagon editori toscani-Biblioteca Città di Arezzo, 1998.


   
                          


                       Carlo Onofrio Gori







P.S.

Il Comune di Pistoia il 27 gennaio 2010, nella Piazzetta dell’Ortaggio, adiacente alla Sala, ha collocato sulle mura del vecchio ghetto una memoria ricordando così la “profuga ebrea Regina Fiser, arrestata a Pistoia il 30 novembre 1943, deportata e uccisa ad Auschwitz.







Tratto da Carlo Onofrio Gori, Guida ai monumenti delle memoria nel Comune di Pistoia, Pistoia, Edizioni del Comune di Pistoia, 2005, pp. 60-62.


E' possibile la riproduzione parziale e/o integrale di questo articolo previo consenso dell'autore o comunque citando lo stesso. Carlo O. Gori

sabato 16 marzo 2013

C.O. Gori. Storia e antropologia. Gli Etruschi ancor oggi "vivi" in Toscana, nel Casentino e nel Volterrano.

Il mio sangue etrusco...

Una recentissima e seria ricerca scientifica sulla quale ci informa un articolo de "la Repubblica" di venerdì 8 febbraio 2013 (che pubblico qui sotto), ci dice che il DNA etrusco negli abitanti d'oggi sopravvive in Italia oggi sicuramente solo in due zone della Toscana: il Casentino (AR) e il Volterrano (PI). 
Per me, in quest'epoca incerta...una certezza...finalmente! Mio nonno materno Carlo Dei, detto "Carlone", poi trasferito a Prato ai primi del secolo scorso, era originario di Bibbiena, nel Casentino e così casentinesi erano i miei bisnonni Carlo Dei senior e Letizia Biancucci e poi i miei trisavoli e così via ..via...giù nel tempo...
Ringrazio, anche a nome dei miei figli, Simona, Alberto e Lorenzo,  mio nonno materno Carlo e i suoi genitori miei bisnonni, e i miei lontanissimi antenati del Casentino per avermi quasi sicuramente dato questa origine etrusca, oggi accertata... 
di quel popolo civilissimo (oggi ritenuto autoctono) che, partendo dalla Toscana, prima dominò gran parte della Penisola, Roma compresa, e che dopo si fuse con la civiltà latina... origini etrusche lontane delle quali mi sia consentito andar fiero. 
Oggi ci "riconosciamo": grazie nonno Carlone!

                                         
              

                         Carlo Onofrio Gori                                                                                                                         






"La ricerca: a distanza di duemila anni individuati grazie alla genetica i discendenti dell' antica popolazione. I risultati smentiscono anche la tesi che risale a Erodoto: non è vero che provenivano dall'Oriente. Gli Etruschi fra noi. Da Arezzo a Volterra resiste il loro Dna.
Gli davano per spacciati già prima dell' anno zero. Invece gli etruschi sono ancora vivi,arroccati in due località della Toscana. Nella zona del  Casentino e a Volterra la storia non è riuscita a cancellare la loro presenza. E una piccola goccia del DNA etrusco passata agli abitanti  moderni.
A individuarne le tracce, con le loro particolari "lenti" capaci di leggere il genoma di duernila anni fa, è stato un gruppo di genetisti delle università di Ferrara e Firenze e del Cnr.
Il ritrovamento di tracce genetiche etrusche oggi non è il solo aspetto stupefacente della ricerca a pubblicata su “Plos One”. I suoi autori concludono anche che gli antichi Tirreni sono nati in Italia e non provengono dall'Anatolia occidentale. L'ipotesi che il popolo etrusco abbia assunto contorni propri in Lidia per poi migrare nel centro Italia era figlia di Erodoto. Dionigi di Alicarnasso al contrario sostenne l'origine italica degli autori di capolavori come il Sarcofago degli Sposi. «Un'ondata di agricoltori e allevatori dell’l'Anatolia è effettivamente migrata in Italia 5-6mila anni fa. Così si spiegano le tracce genetiche osservabili nella penisola.
Ma gli Etruschi sono eredi della civiltà vìllanoviana locale» spiega David Caramelli, antropologo dell'università di Firenze. L'origine degli etruschi e il mistero del loro tramonto sono da decenni al centro delle indagini di archeologi e storici. Ora a queste discipline si è affiancata la genetica. Con strumenti sernpre più potenti, questa scienza riesce ormai a legger nei dettagli il genoma degli uomini di oggi come di quelli antichi.
Per il Dna degli etruschisono stati usati30 campioni di ossa ritovatie nelle necropoli di Tarquinia e Casenevole, vicino a Grosseto. I frammenti dl genoma antico sono stati messi a confronto con campioni di genoma medievale  e di individui contemporanei  (370 toscani e 5mila provenienti da altri paesi mediterranei). Mentre fra gli etruschi e toscani del medio evo c’è una continuità genealogica, nessun filo lega i Tirreni con gli abitanti odierni di Firenze e Murlo (le due località del centro Italia messe sotto speciale esame).
«L'eredità etrusca - spiega Guido Barbujani, generista dell'università di Ferrara - si è probabilmente dissolta con le migrazioni degli ultimi 5 secoli». Ma la presenza del Dna dei Tirreni ha tenuto duro appunto a Volterra e nel Casentino. «Capire  il perché non fa più parte del nostro lavoro. La palla torna a storici e archeologi» conclude Barbujani.
«Ma non è strano che nel giro di pochi chilometri il Dna vari di molto. L'abbiamo già notato in Sardegna: in Ogliastra c'è una continuità fortissima con i popoli nuragici. In Gallura, 100 chilometri più a nord, nessun legame». Barbujani ricorda come sua madre, originaria di Adria, gli avesse trasmesso l'orgoglio di essere etrusco fin da bambino. «Ad Adria però non abbiamo abbiamo trovato tracce. E lei non me l’ha mica perdonato» Elena Dusi" 
(La repubblica, 8 feb. 2013)


                                   
A Simone Fagioli L'originale piace questo elemento. Luisa Rossini beh, allora anche io! sono nata vicino a Volterra!    
                                                                                                                          

giovedì 14 febbraio 2013

C.O. Gori. Resistenza e Liberazione. Il cap. Luigi Giorgi, di Carrara: due volte Medaglia d'Oro.


Luigi Giorgi, toscano di Carrara: vita e morte di un “capitano coraggioso”

Studiando le vicende della guerra di Liberazione trovai l’eccezionale  figura, che qui voglio doverosamente ricordare, come ampiamente merita, di un militare già valutato dai suoi superiori come “ufficiale con forte personalità e ascendente sui suoi soldati”.  Fu un giudizio, nel caso (e non sempre quello degli alti vertici militari lo è…), pienamente azzeccato, successivamente confermato appieno sul campo da una straordinaria abilità, sostenuta da un coraggio lucido, pienamente consapevole della necessità del riscatto della Patria, e da una generosità enorme verso i suoi uomini, fino all’estremo sacrificio: è questo il capitano Luigi Giorgi, eroe della Liberazione, nato a Carrara nel 1913 e morto a Cavarzere (Ve), il 7 maggio 1945.
Giorgi è l'unico combattente di tutta la Guerra di Liberazione cui sia stata conferita per due volte la massima decorazione italiana e cioè, Medaglia d'Oro al Valor Militare sul campo e Medaglia d'oro al Valor Militare alla memoria.
Diplomato ragioniere e poi perito commerciale il giovane carrarese nel novembre 1935 presta servizio nel Regio Esercito come allievo ufficiale di complemento presso la Scuola di Palermo e, l’anno successivo, viene promosso Aspirante. Assegnato al 21º Reggimento Fanteria della Divisione "Cremona", dopo la nomina a Sottotenente viene inviato alla Scuola di Sanità Militare di Firenze per l’inquadramento del battaglione allievi. Congedato nel 1937 nel  1939 viene richiamato nel suo 21º Reggimento Fanteria della Divisione "Cremona  dove presterà servizio per tutta la durata della seconda guerra mondiale. Nel gennaio del 1940 ottenne la promozione  al grado di Tenente, nel gennaio del 1942 quella a Capitano e dal 1943 ha il comando della 3ª compagnia fucilieri.
L'8 settembre 1943, trova Giorgi  in servizio in Corsica, dove la gloriosa “Cremona” del generale Clemente Primieri, come del resto tutte le altre forze italiane  stanziate nell’Isola (fra esse la Div. Friuli) facenti  del VII comando corpo d'armata guidato dal gen. Giovanni Magli, al contrario di quanto generalmente accadde, non si squagliò, ma sconfisse le truppe tedesche costringendo i superstiti a riparare nel Continente .
Dopo che la “Cremona” fu poi trasferita a presidiare la Sardegna, mentre il grosso della Divisione rimaneva nell’Isola, il capitano Giorgi fece parte di alcuni reparti della grande unità che invece vennero inviati in Continente nelle zone già liberate dell'Italia meridionale e che poi, a fianco degli Alleati,  presero parte ai inquadrati nel CIL a combattimenti  nel settore adriatico. E’ una vicenda ben descritta dall’ufficiale pistoiese Alberto Bogiovanni, anche lui del “Cremona” nel suo bel libro La guerra in casa.   
Giorgi, risalita la penisola alla testa della sua Compagnia, quando,  nell'estate del 1944 la   Div. "Cremona" nel suo insieme ristrutturata, addestrata ed equipaggiata  dai britannici, rientrò con gli altri reparti  distaccati nel CIL nei ranghi della alla Grande unità d’appartenenza  ora denominata ( al pari delle divisioni “Friuli”, “Legnano” “Folgore”, Mantova” e “Piceno”) “Gruppo di combattimento” inviato al fronteo nella zona adriatica della Linea Gotica
Il capitano nel marzo del 1945 in qualità di comandante della 3ª Compagnia nel suo ricostituito 21º Reggimento Fanteria, prese parte attiva alle operazioni belliche “Cremona”, sul  fronte del basso Senio nella zona di Comacchio operando all'estrema destra dell'VIII Armata britannica.
Fu proprio in questa circostanza che Giorgi si guadagnò la prima Medaglia d'Oro:  incaricato di eliminare un caposaldo tedesco difeso da reticolati e campi minati, con l’aiuto di due soli fanti offertisi volontari, lo attaccò a colpi di bombe a mano e riuscì a neutralizzarlo prendendo anche diciannove prigionieri.
Nel corso dell'azione, quando il suo reparto, che poi l'aveva raggiunto, aveva preso posizione sotto il fuoco d’artiglieria della sopraggiunta reazione tedesca, Giorgi si gettò allo scoperto sotto i colpi nemici per salvare due suoi soldati, rimasti bloccati tra le macerie di una postazione, riuscendo a portarli entro le linee amiche. La notte seguente, saputo che un soldato di un altro reparto, del quale in questo caso conosciamo il nome, (si trattava infatti del soldato  ternano Menotti Conti, operaio comunista già partigiano della “Brigata Gramsci” e poi, come tanti ex-partigiani dell’Italia centrale dopo il passaggio del fronte, volontario nel  "Cremona"), si trovava gravemente ferito in un campo minato, dove nessuno aveva osato avventurarsi. Luigi Giorgi lo raggiunse strisciando e  palmo a palmo tastando a il terreno  riuscì, dopo un'ora di sforzi, a portarlo in salvo.  
Leggiamo qui quanto di ciò poi ricordò il ten. del Cremona Ugo Maizoni: “La notte del 3 marzo 1945 a Chivica Pedone. Il giorno precedente il Cap. Luigi Giorgi, comandante della 3' Compagnia del 21' Reggimento Fanteria "Cremona " incaricato di compiere una azione dimostrativa lungo l'argine del fiume Reno, aveva compiuto una impresa memorabile. Dopo aver fatto fermare il suo reparto per evitargli perdite, da solo si era lanciato contro il caposaldo di Chiavica Pedone e aveva costretto alla resa 19 tedeschi facendoli prigionieri… Si era fatto buio, ma la reazione tedesca non si esauriva. Occorreva tenere la posizione resistendo ai contrattacchi nemici. Particolarmente insistente l'artiglieria che metodicamente, a brevi intervalli scagliava granate contro le nostre postazioni di fortuna: un vero e proprio tiro al bersaglio. .. il Cap. Giorgi… pur non essendo direttamente impegnato nell'azione, era rimasto nelle immediate vicinanze del nostro avamposto. Gli era quindi giunta notizia che grida di soccorso provenivano da un campo minato dove qualcuno doveva essere finito nel tentativo di allontanarsi dalla zona più battuta dall'artiglieria nemica.
Nella notte fonda, strisciando sul terreno e facendosi scudo davanti con il fondo di una sedia era riuscito a rag­giungere il povero soldato, che aveva perduto una gamba ma che stoicamente resisteva al dolore e lo aveva tratto in salvo evitando che morisse dissanguato. Voglio ricordare che per questa azione e per la precedente il Cap. Giorgi si meritava la medaglia d'oro sul campo, che gli veniva consegnata personal­mente a Ravenna dal Maresciallo Alexander. Voglio anche ricordare che il soldato ferito era Menotti Conti della 9' Compagnia, il partigiano che oggi [1979] Terni e Marmore si accingono a onorare degnamente…... Una notte, un episodio tra i tanti con tre uomini protagonisti; un partigiano-soldato di Terni, un fante sardo, un ufficiale di Carrara; tre italiani che si erano un giorno trovati assieme e assieme si erano battuti per respingere la sopraffazione e per affermare un ideale di libertà; l'emblema di una Italia che voleva risorgere!”
Qui Giorgi ebbe quindi la sua prima Medaglia d’Oro con la seguente motivazione ufficiale: «Comandante di compagnia all’attacco di un forte caposaldo nemico difeso da reticolati e campi minati, seguito da due soli fanti, volontariamente offertisi, si portava in pieno giorno a breve distanza dalla posizione avversaria. Lasciati indietro i due fanti, dopo avere guadato un braccio d’acqua, irrompeva sul caposaldo ancora battuto dalla nostra artiglieria e, con lancio di bombe a mano, seminava il panico fra i difensori, che si arrendevano in numero di 19. Raggiunto da un suo plotone completava l’occupazione del caposaldo e, sotto l’infuriare del rabbioso e micidiale fuoco di repressione, incurante della propria vita, allo scoperto, estraeva dalle macerie di una postazione colpita due suoi fanti rimasti sepolti, sottraendoli a sicura morte. La notte seguente, venuto a conoscenza che un fante di altro reparto trovavasi gravemente ferito in un campo minato, là dove nessuno aveva osato recargli soccorso prima di neutralizzare le mine, da solo strisciando sul terreno e tastandolo palmo a palmo, dopo oltre un’ora di estenuante sforzo, riusciva a trarlo in salvo. Splendido esempio di virtù guerriere di nostra gente e di generoso altruismo. Chiavica Pedone (RA), 2-3 marzo 1945»
Passò poco più di un mese e nella prima decina di aprile un’ ampia offensiva alleata alla quale parteciparono anche le Divisioni (Gruppi di Combattimento) italiane “Cremona”, “Friuli”, “Legnano” e Folgore” portò al cedimento definitivo delle difese nazifasciste  in tutto il Nord Italia. Tra il 10 ed il 13 aprile il gruppo “Cremona” prendendo quindi ampia parte all’ “Operazione Sonia”, sfondò il fronte sul basso Senio ed avanzò per liberare Fusignano ed Alfonsine, superando poi il Santerno. Nel corso dell’offensiva che porterà la Divisione italiana a liberare Venezia,  il giovane capitano del “Cremona” fu protagonista di un'altra audacissima impresa: alla testa di un piccolo gruppo di suoi coraggiosi soldati attaccò una grossa colonna di automezzi tedeschi che cercava di ripiegare e  riuscì a bloccarla, catturando anche ottanta prigionieri e impossessandosi di molti camion e di una ingente quantità di armi e munizioni.
Tra il 26 e il 27 aprile, pochi giorni prima della fine della guerra, Giorgi ancora fu protagonista di un'altra generosa azione: in località Croce di Cavarzere, proprio nel corso di un contrattacco nemico, quando  incurante delle bombe, cercò di  liberare due dei suoi soldati dalle macerie di una postazione distrutta.
Ma questa volta la fortuna che spesso aiuta i generosi e gli audaci lo abbandonò definitivamente: gravemente ferito venne ricoverato nel 66º Ospedale da campo inglese situato a Ferrara, e morì fra la disperazione dei suoi uomini, due settimane dopo, proprio in quel fatidico il 7 maggio 1945 in cui la Germania nazista firmava la resa incondizionata. 
Alla sua memoria, oltre alla "Silver Star” conferitagli dagli americani "per eccezionali atti di valore", gli venne assegnata la seconda Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:  
«Nelle giornate della grande offensiva di primavera condotta in Italia dalle Armate Alleate ripeteva con lo stesso ardire e lo stesso stile altre imprese non inferiori a quelle che già gli avevano procurata la concessione di una Medaglia d’Oro. Nell’ultima di queste, alla testa di un gruppo di animosi, attaccava con irruenza una colonna dì automezzi che tentava il ripiegamento e la disperdeva a colpi di PIAT e di bombe a mano catturando 80 prigionieri, numerosi automezzi, rilevante numero di armi e munizioni.
Sempre alla testa dei suoi fanti riportava poi una grave ferita che poi lo conduceva a morte. Spirava serenamente col pensiero rivolto alla famiglia ed alla Patria nella luminosa soddisfazione di avere compiuto con piena coscienza ed assoluta modestia il suo dovere di soldato e di italiano, per il quale la concessione della prima Medaglia d’Oro non era stato un punto di arrivo, ma un punto d’onore per fare ancora di più e sempre meglio, come effettivamente ha fatto.  Senio, Santerno, Po, La Croce di Cavarzere, 10-26 aprile 1945».
  
Ricordando...grazie Capitano!

                                                      
                          
                              
                      Carlo Onofrio Gori     







Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore  e della fonte da cui è tratto.








                          Per vedere le "ultime" dell'altro mio blog "attivo" vd.:

http://goriblogstoria360.blogspot.it/2013/03/in-memoria-di-hugo-chavezcon-lo-pobres.html

http://goriblogstoria360.blogspot.it/2013/03/co-gori-politica-il-successo-del.html


giovedì 7 febbraio 2013

Carlo Onofrio Gori. Il "Biennio rosso"1919-1920 a Pistoia


Il “calmiere Lavarini” durante il "Biennio Rosso" 1919-20. Le giornate pistoiesi ripercorse attraverso i giornali di allora

«OPERAI!! “Su fratelli, su compagni, Su venite in fitte schiere, Al DUILIO c’è il Calmiere , che il risparmio vi darà.” Il Vero Calmiere è l’EMPORIO DUILIO PISTOIA – FRATELLI LAVARINI – PISTOIA Porta Vecchia – Sotto la Torre – Centro della Città».
Questa pubblicità, ammiccando all’Inno dei lavoratori, campeggiava nei primi mesi del 1919 in quarta di copertina di due giornali cittadini “Il Popolo pistoiese”, liberale, e la cattolica “Difesa del popolo”, in realtà la pubblicità Lavarini compariva anche sul socialista “Avvenire”, ma in forma opportunamente diversa. Il grande Emporio Lavarini, sovrastato dalla torre della Porta Vecchia graziosamente trasformata in stile liberty nel 1899 da Giacomo Lavarini ed oggi “smussata” ed “anonima”, era all’angolo fra via degli Orafi e l’odierna  via Buozzi, dove al suo posto c’è attualmente una profumeria.
Il proprietario Antonio Lavarini forse non pensava che dopo pochi mesi dopo, il 4 luglio 1919, nel corso dello sciopero generale contro il carovita i lavoratori sarebbero entrati davvero in “fitte schiere” nell’emporio, la merce asportata, rubata, gettata alla rinfusa per la strada, la casa sovrastante perquisita. Evidentemente, in attesa degli effetti del “vero” calmiere ottenuto dalle agitazioni di quei giorni, il “calmiere-Lavarini” non aveva soddisfatto le categorie a reddito fisso, le più colpite dalla svalutazione della lira e dall’aumento dei costo della vita seguite alla ristrutturazione economica post-bellica.
I saccheggi dei negozi del Lavarini (che poi aderirà al fascismo) e del Galigani, furono tuttavia gli unici che si ebbero in città. Quegli esercizi commerciali erano stati presi di mira perché non si erano cautelati, come avevano fatto altri esercenti, portando le chiavi alla Camera del Lavoro, che praticamente aveva assunto il potere, ed erano quindi privi del relativo sindacale “cartellino di riconoscimento”.
In effetti il cosidetto “biennio rosso”, dai moti contro il caro-viveri della primavera del 1919 all’occupazione delle fabbriche del 1920, per estensione geografica e per il coinvolgimento di tutte le classi sociali, per la profonda volontà di cambiamento, rappresenta indubbiamente uno dei momenti di più alta tensione sociale che si siano avuti in Italia.
Le masse, letteralmente affamate ed esasperate contro gli speculatori molti dei quali durante la Grande Guerra 1915-18 avevano accumulato fortune enormi, occupano prepotentemente non solo i negozi, le fabbriche ed i campi, ma anche la scena politica, anche se ciò non si tradurrà poi in effettiva presa del potere.
A Pistoia, come nel resto d’Italia, questo elemento di novità sarà sancito dalle elezioni politiche del novembre 1919, le prime a suffragio universale maschile e col sistema proporzionale, che vedranno trionfare i socialisti seguiti dai cattolici del neonato Partito Popolare Italiano, tali risultati verranno in sede locale confermati dai socialisti pistoiesi, con la conquista della maggioranza assoluta, nelle elezioni amministrative dell' ottobre 1920.
Di tutto ciò si hanno vari echi sulla stampa locale.
Iniziamo dai democratici pistoiesi (repubblicani, socialisti riformisti, massoni, Fratellanza artigiana) eredi della gloriosa tradizione della sinistra risorgimentale mazziniana e garibaldina, che a Pistoia pubblicavano la “Voce del popolo” (17.5.1919-15.11.1919; sottotitolo: organo della democrazia pistoiese, direttore Filippo Civinini);  anticlericalismo e antibolscevismo erano i leit motiv del giornale, sorto in vista delle elezioni  del 1919 nelle quali i democratici finirono per perdere il tradizionale ruolo di punto contatto fra  borghesia progressista e masse popolari.
“L’Avvenire”, organo socialista settimanale del Circondario di Pistoia (7.7. 1901-22.7.1922, resp. Ugo Trinci, poi Pietro Querci) rispecchia negli articoli e nelle prese di posizione sugli avvenimenti, le divisioni che allora laceravano il Partito Socialista che, pur esaltando la rivoluzione leninista ("fare come in Russia" era lo slogan più gridato) e sostenendo le agitazioni e gli scioperi, non riuscirà a darsi obiettivi politici intermedi, a creare decisive alleanze, né in senso riformista, né in senso rivoluzionario, con i mezzadri e i contadini, fortemente influenzati dai cattolici, e con le classi intermedie (maestri e impiegati, piccoli commercianti, reduci, ecc.).
Fra i socialisti pistoiesi finiva per prevalere la corrente massimalista, il cui leader era a livello nazionale Giacinto Menotti Serrati, raggruppamento spesso verbale e inconcludente, che auspicava la dittatura proletaria, deterministicamente ritenuta “immancabile”, e che , ad esempio, vedeva nelle elezioni soltanto “un mezzo per agitare le masse, per elevarne la temperatura rivoluzionaria” (“L'Avvenire” 25.10.1919). Seguivano per importanza nei consensi interni al partito, la corrente comunista astensionista, ispirata da Amedeo Bordiga (poi primo fondatore nel 1921 del Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista di Lenin), particolarmente forte nella sezione di Capostrada e fra i giovani socialisti, seguiti dai comunisti ordinovisti, ispirati dalle tesi del foglio del gruppo gramsciano dell’“Ordine nuovo” di Torino, ed attivi in particolare a San Marcello sotto la guida di Savonarola Signori, poi dirigente del PCI, mentre infine, nell’ambito sindacale socialista, la Camera del Lavoro pistoiese, guidata da Alberto Argentieri, era la roccaforte dei riformisti (che si riferivano alle posizioni dei leaders nazionali Turati, Treves e Prampolini) rimasti nel partito socialista (nel 1912 al Congresso socialista di Reggio Emilia, Mussolini, capo della sinistra del partito aveva fatto espellere gli altri leader riformisti Bonomi, Cabrini e Bissolati) e costretti sovente “mimetizzarsi” verso gli iscritti con il linguaggio massimalista che allora andava decisamente per la maggiore.
Pungolava "da sinistra" “L'Avvenire”, il periodico anarchico pistoiese “Iconoclasta!” (23.4.1919-1.1.1920, resp. Gino Silvestri, poi Agostino Puccini) che sui fatti del 4 luglio 1919 uscì con un articolo dal titolo significativo "Esaltiamo la teppa" (Iconoclasta! 24.20.1919).
La voce del mondo cattolico era la “Difesa religiosa e sociale” ( 2.2.1896 - 27.12.1919, resp. Michele Regolini) e sostituita dal 15 gennaio 1920 da “La Bandiera del popolo” (chiusa nel 1925) già supplemento del precedente, espressione del Partito Popolare entrato ufficialmente nella vita politica anche per contendere ai socialisti il consenso delle masse.
La storiografia italiana ha spesso criticato l’anticlericalismo dei socialisti, ma occorre ricordare che uno dei motivi ricorrenti della maggioranza dei giornali cattolici italiani era un viscerale antibolscevismo. La stampa cattolica contando sulla rete delle parrocchie e sul sostegno delle casse rurali, si rivolgeva essenzialmente ai contadini ed alla piccola borghesia nella difesa dei tradizionali valori cattolici, famiglia, religione e nella richiesta di moderate riforme sociali ispirate al principio della collaborazione fra capitale e lavoro.
All’attenta lettura di queste pubblicazioni di quel tempo, risaltano evidenti le contraddizioni fra l’anima conservatrice del partito cattolico e quella popolare.
Ad esempio a proposito del sindacalista cattolico delle “leghe bianche”, il cremonese Guido Miglioli (poi leader della sinistra cattolica e nel secondo dopoguerra esponente del PCI), noto a livello nazionale per il suo slogan “la terra ai contadini” e in questo periodo spesso presente anche a Pistoia, i "conservatori-cattolici" pistoiesi puntano l'indice contro “…l’eccesso del  rivoluzionarismo tendente ad ottenere il predominio di una classe a discapito dei diritti di tutte le altre, che l’on. Miglioli co’ suoi scarsi seguaci sembra essersi preso l’arduo incarico di tenere a battesimo” ("Difesa" 21.6.1919), mentre invece i "cattolici-popolari" scrivono “… le idee dell’on. Miglioli in fatto di riforme agrarie, così malamente e moncamente riferite dalla stampa, enunziate dalla sua voce e svolte nel suo ragionamento appariscono lucide e chiare se pure talvolta di concezione ardita. E sopra tutto impressiona lo spirito intimamente cristiano al quale egli informa il suo dire…” ("Bandiera" 15.1.1920).
A fronte delle solide, diffuse ed articolate strutture partitiche popolari, socialiste o cattoliche, alle elezioni del 1919 invece si ridimensionano fin quasi a sparire , i liberal-conservatori e i democratico-borghesi, sintomo della crisi profonda del vecchio sistema politico fondato sul prestigio personale, sui comitati elettorali e sulle pratiche clientelari (detto per inciso un sistema che oggi sembra, mutatis mutandis, sostanzialmente tornato in auge in Italia dopo la fine della “prima repubblica”). Queste, non a caso, erano state le forze più nettamente interventiste e nel territorio pistoiese avevano, tra gli altri, un illustre rappresentante nel fiorentino-monsummanese Ferdinando Martini, già ministro e bocciato in quello tornata elettorale (vd. ) .
Il Popolo pistoiese (18.6. 1881 – 24.12.1926, resp. nel 1919 Carlo Susini ) era la voce del Partito Liberale, un partito “leggero”, si direbbe oggi, e  una forza rappresentativa della proprietà terriera conservatrice che fin dal 1860 fino al 1919, a volte alleandosi con la destra cattolica, domina la scena politica locale. Nel 1919 viene eletto in queste file il giovane e brillante proprietario terriero ex-combattente avv. Dino Philipson, il cui nome era curiosamente storpiato dai popolani in “Filìssone”, che sarà poi uno dei fondatori del fascismo pistoiese. Questo non a caso, poiché di fronte ai moti popolari alle agitazioni contadine all’occupazione delle fabbriche, già nel 1919-20 nel pistoiese, si incominciano a formare in ambiente monarchico-liberale, sotto l’impulso di  agrari e industriali locali, “fasci” di “forze d’ordine” che raccoglieranno adesioni di forze socialmente e politicamente eterogenee, noto il caso del transfuga socialista Ildebrando Targioni più volte ospitato sulle colonne del "Popolo", comunque di estrazione interventista, unite nella lotta al “disordine” ed al bolscevismo. Andranno a costituire la base di massa del mussoliniano neonato movimento fascista, che, ricordiamolo, nel 1919 a livello nazionale otterrà solo poche migliaia di voti.



                 


                         Carlo Onofrio Gori  







Originale del mio articolo comparso con lo stesso tit., ma in forma ridotta, sulla rivista  "Microstoria", n. 11 (mag. 2000)


Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore

Necessario "avviso ai naviganti": anonimi estensori della voce "Storia di Pistoia" su Wikipedia, hanno dal 2007 in poi ampiamente "saccheggiato", inserendoli pari-pari e senza virgolette in quella pagina (ed in particolare nei capitoli "La genesi", "La marcia su Roma" e "Gli irriducibili della Valtellina"), questi miei articoli sul fascismo pistoiese precedentemente comparsi sulla rivista "Microstoria": Carlo O. Gori, Figure del fascismo pistoiese. Una città che non seppe esprimere figure forti in "Microstoria", n. 16 (mar.-apr. 2001); Carlo O. Gori, La “marcia su Roma” di un fascio diviso. Pistoia presidio fascista sulla Porrettana, in "Microstoria",  n. 25 (set.-ott. 2002); Carlo O. Gori, Gli irriducibili fascisti pistoiesi della Valtellina. Le vicende di Giorgio Pisanò e degli altri fedelissimi del regime, in "Microstoria", n. 33 (gen.-feb. 2004) e successivamente riprodotti da me stesso sui miei siti web (marivan xoomer virgilio) e blog (historiablogori.splinder.it e goriblogstoria.blogspot.com). 
Li ringrazio per la fiducia accordatami, ma purtroppo l'hanno fatto senza citare o nelle note o in bibliografia le fonti, che poi sarebbero il sottoscritto, la rivista o i blog da cui essi li hanno tratti. 
Spero vivamente che venga posto rimedio a quell'omissione delle fonti ed anche che non accada in futuro con questo articolo (per il resto come sempre nelle dovute e corrette forme citabilissimo, ovviamente da parte di coloro ai quali piace) che ai suddetti anonimi estensori Wikipedia "Storia di Pistoia" servirebbe parzialmente a "coprire" il periodo precedente a quelli da loro presi in esame. 














A Franco Aiello, Paolo Cerretini, Maria Lorello e altri 8  (Fabio Panerai, Emiliano Nappini, Gianluca Camillo,Giordano Bonciani, Federico Gorbi, Adriana Bonaconsa, Lucia Antico, Chiara Corsini) piace questo elemento.

                                                            

mercoledì 6 febbraio 2013

Carlo Onofrio Gori. Elenco cronologico pubblicazioni monografiche

Monografie che ho finora pubblicato 

Dopo l'elenco dei miei articoli su riviste (vd. link sotto) posto ora quello, ancora incompleto, delle monografie (libri e opuscoli) che ho finora pubblicato, o che ho curato o alle quali ho collaborato: 


AA.VV., Progetto Jules Verne, Pistoia, 1979; Carlo O. Gori (a cura di), Catalogo dei periodici della Biblioteca del Centro di Documentazione, Pistoia 1983; Carlo O. Gori (a cura di), Per la pace, Pistoia 1986; Carlo O. Gori (a cura di), Per l’ambiente, Pistoia 1987; AA.VV., Le riviste della contestazione 1967-1969. Catalogo della Mostra, Pistoia, 1989; Carlo O. Gori (a cura di), Nelson Mandela, Pistoia 1989; A. Mangano [schede di Carlo Onofrio et al.], Le culture del Sessantotto, Brescia 1989; Carlo O. Gori, Le riviste del Sessantotto: schede 1967-1969, Pistoia 1990; Carlo O. Gori, Politica e movimenti: 1966-1996, Pistoia 1997; Carlo O. Gori, Le riviste della contestazione 1967-1969, Pistoia 1989; Le culture del Sessantotto: gli anni sessanta, le riviste, il movimento, Brescia 1989; Il bombardamento aereo di Pistoia del 24 ottobre 1943, Pistoia 1995; Carlo O. Gori, Guida ai monumenti della memoria, Pistoia 1995; A. Mangano-A. Schina (a Cura di G. Lima, schede di  Carlo O. Gori, L. Innocenti, A. Mangano), Le culture del Sessantotto, Bolsena 1989; A. Mangano (schede di Carlo Onofrio Gori et al.), AA.VV., Le riviste degli anni Settanta: gruppi, movimenti e conflitti sociali, Bolsena 1998; Carlo O. Gori, Biobibliografia di Giuseppe Civinini, Pistoia, 2000; Carlo O. Gori (a cura di), Giuseppe Giusti poeta dantesco. Bibliografia di Giuseppe Giusti, Pistoia, 2000; Carlo O. Gori (a cura di), Bibliografia Pistoia e Territorio 1922-1944: fascismo, antifascismo, resistenza. Libri e periodici Biblioteca C. Forteguerriana, Pistoia, 2001; Carlo Onofrio Gori, Leggere fa bene. Proposte di lettura, Pistoia, 2001; Carlo Onofrio Gori, Biobibliografia di Ferdinando Martini, Pistoia, 2002; Carlo O. Gori (a cura di), Resistenza nazionale e locale: apologia o libera ricerca. Le Fonti ed i metodi della ricerca storica, Pistoia 2003; Carlo Onofrio Gori, La CNA e gli imprenditori artigiani. Documenti e appunti per una storia pistoiese, Pistoia, 2003; Carlo O. Gori, Pistoia e dintorni fra Ottocento e Novecento: fatti, personaggi, monumenti nel territorio fra Pistoia, Prato e Firenze. Raccolta di articoli, Pistoia 2003; Carlo O. Gori, Resistenza e Liberazione 1943-1945. Diciotto percorsi di lettura e fruizione multimediale, Pistoia 2004-2005, Carlo Onofrio Gori-Andrea Ottanelli, In onore di Policarpo Petrocchi, Prato -Pistoia, 2005; Carlo Onofrio Gori, Guida ai monumenti della memoria nel Comune di Pistoia (2. ed.), Pistoia 2005; Carlo Onofrio Gori (a cura di), I periodici della Biblioteca Forteguerriana, Pistoia, 2005, Carlo Onofrio Gori, Ungheria 1956, Pistoia, 2006; Carlo Onofrio Gori-Luigi Angeli-Laura Dominici, Personaggi pistoiesi del Risorgimento, Pistoia, 2011; Giampaolo Aiuti-Luigi Angeli-Carlo Onofrio Gori, Destini incrociati. Italia e Francia nella Seconda Guerra d'Indipendenza, Pistoia 2011; Carlo Onofrio Gori, I contributi dei pistoiesi al primo e al secondo Risorgimento. Catalogo della Mostra iconografica a cura di Carlo Onofrio Gori, Luigi Angeli e Giuliano Giovannelli, Pistoia 2012-2013 (in corso di stampa).

                                                                                                                                           

                                                                            COG

per articoli su periodici vedi:


http://goriblogstoria.blogspot.it/2012/01/miei-articoli-su-microstoria-per-gli.html


http://goriblogstoria.blogspot.it/2011/12/carlo-onofrio-gori-risorgimento-e.html



Carlo Onofrio Gori. Statistica blog