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martedì 13 novembre 2012

Carlo O. Gori. Fascismo. La “marcia su Roma” di un fascio diviso. Pistoia presidio fascista sulla Porrettana.


La “marcia su Roma” di un fascio diviso. Pistoia presidio fascista sulla Porrettana.

Il fascismo pistoiese pur non riuscendo ad esprimere nel tempo, per varie ragioni, un "uomo forte" (1) ebbe probabilmente, più di quanto si sia pensato finora, un ruolo rilevante durante gli avvenimenti della "marcia su Roma" acquisendo meriti che in seguito pesarono forse nella decisione di Mussolini di elevare il Circondario pistoiese a Provincia.  Sarebbe utile in tal senso un approfondimento in sede storica,  risulta comunque evidente che Pistoia,  terminale  toscano della ferrovia Porrettana (la "Direttissima" Firenze-Bologna verrà costruita solo più tardi negli anni Trenta),  aveva  nel 1922 una posizione strategica nelle comunicazioni tra il Nord e il Centro Italia  e che il controllo della stazione ferroviaria da parte degli squadristi pistoiesi nelle giornate tra il 26 ed il 29 ottobre 1922, permise di coprire le spalle alle colonne fasciste che marciavano su Roma, mettendole  al sicuro da possibili sgradite sorprese soprattutto nei primi incerti momenti della proclamazione stato d'assedio. 
Il fascismo pistoiese giunse all’appuntamento della “marcia su Roma” dopo un percorso iniziato ufficialmente solo il 22 gennaio 1921 sotto la guida di Nereo Nesi.  Tuttavia già durante le agitazioni operaie e contadine del "biennio rosso"  1919-1920, un liberale, Dino Philipson, giovane e ricco proprietario terriero, aveva avuto parte decisiva nella genesi del fascismo locale (2). 
Philipson, pur finanziando il movimento e rivendicando poi esperienze squadristiche, non fu tuttavia un fascista in senso vero e proprio (successivamente passerà addirittura all’antifascismo).  Il suo vero scopo era quello di servirsi delle squadre fasciste per stroncare il movimento operaio e contadino per poi, in un secondo tempo, ricondurre il fascismo nell’alveo della legalità. A tal fine nel marzo-aprile 1922 ispirò la nascita dell’Unione Democratica Pistoiese privando così il fascio pistoiese dell’apporto diretto di quegli esponenti del notabilato agrario e conservatore che in varie altre parti d’Italia avevano finito per snaturare in senso reazionario le confuse tendenze sinistreggianti (sindacalismo, futurismo, repubblicanesimo) espresse dal movimento fascista nazionale al suo sorgere nel 1919. 
La svolta di Philipson aprì quindi la strada in sede locale all'affermazione della componente della media e piccola borghesia urbana che ebbe l'esponente di punta nella figura di Enrico Spinelli, studente universitario di farmacia, ex-combattente; violento nelle imprese squadristiche non sarà tuttavia privo di una parte propositiva riassumibile in alcune teorie espressione del cosiddetto "fascismo di sinistra": primato dell'industria, collaborazione fra un capitale "controllato" e il lavoro, lotta alla rendita parassitaria, un partito di "duri e puri". 
A Spinelli,  il fascismo agrario pistoiese contrapporrà poi il commerciante Ilio Lensi, capo delle squadre d'azione nel 1922, uomo rozzo e violento, ma ambizioso al punto di prestarsi a qualsiasi ruolo. 
Gli anni dal 1919 al 1922 vedono dunque il movimento fascista, finanziato dagli industriali e dagli agrari e spesso tollerato e sostenuto da apparati centrali e periferici dello Stato, crescere ed affermarsi nel Paese grazie alla violenza squadristica. E’ quest’ultima che stronca, in Italia ed anche nel Pistoiese, nell’agosto del 1922, al culmine di un biennio di sangue, lo "sciopero legalitario" antifascista indetto dalle organizzazioni operaie il 31 luglio. 
Proprio in questi frangenti, il 5 agosto 1922,  usciva in città il settimanale "L'Azione fascista”. 
Il foglio segnava un significativo successo dell'ala intransigente permetteva ai fascisti di non dover più elemosinare spazio sul settimanale liberale "II Popolo pistoiese" e che sentiva di essere ormai forte a sufficienza per scrollarsi di dosso il peso della mal sopportata alleanza nel patto del Blocco nazionale con i liberali dell'onorevole Philipson.  Su questo giornale troveremo  la cronaca del ruolo svolto dagli squadristi pistoiesi durante le giornate dell’ottobre 1922, preannunciate già il 19 agosto da un fondo redazionale dal titolo "La marcia su Roma". 
Nel settembre il giornale, in vista delle elezioni comunali, sviluppa una forte polemica con i liberali di Philipson, rifiutando qualsiasi apparentamento e nel contempo attacca il mondo cattolico con lo scopo di ridurre alla sottomissione quegli esponenti del popolarismo, che seppur in concorrenza e spesso in contrapposizione ai "rossi", continuavano a rappresentare con le loro organizzazioni nelle campagne  un serio pericolo per gli interessi dei ceti agrari dominanti. 
Intanto mentre il governo del giolittiano Facta mostra tutta la sua inconcludenza e  varie amministrazioni comunali di sinistra, in Italia come nel Pistoiese, sono obbligate a dimettersi dalla violenza fascista, il consiglio nazionale del movimento si riunisce per stabilire i tempi della "marcia". 
Mussolini,  che aveva intanto rinunciato alla pregiudiziale repubblicana e riallacciato i rapporti con D'Annunzio, sembrava inizialmente accontentarsi  di una partecipazione fascista ad un Governo Giolitti, ma dopo la manifestazione di Napoli del 24 ottobre (sorta di “prova generale” alla quale prendono parte 40.000 camice nere) alza il prezzo e pretende la Presidenza del Consiglio. Si sposta così da Napoli a Milano, iniziando varie e complesse trattative politiche con Roma che vedono coinvolti numerosi personaggi, tra i quali , sembra, anche lo stesso Philipson (3),  mentre a Perugia un "quadrumvirato" formato da  Bianchi, De Vecchi, De Bono e Balbo si occupa del coordinamento operativo della “marcia”. Tra l’altro, alcuni storici , attribuiscono proprio al “quadrumviro” Balbo la decisione di forzare la mano al titubante Mussolini dando il via alla dimostrazione di forza che, per quanto riguarda Pistoia, comincia già dal 26 ottobre. Un manifesto convoca in sede gli iscritti e gli squadristi dichiarando disertore chi manca alle disposizioni,  mentre: "Gli onesti lavoratori, i cittadini tutti sono pregati di continuare la loro attività …gli scioperi…vengono …considerati… azioni delittuose"( 4 ). 
Il 27 ottobre, dopo le 10 del mattino, su camion e automobili parte il primo gruppo di circa 200 squadristi salutati "da una numerosa folla di simpatizzanti fascisti…che cantano inni patriottici" ( 5).  
Enrico Spinelli comanda la colonna formata di quattro squadre.  Ai suoi ordini sono: Dino Orlandini,  capo della "Disperata", Nello Paolini, comandante della " Pacino Pacini", Dino Lensi, alla guida della "Cesare Battisti" e  Giuseppe Costa, leader della "Randaccio".  La colonna si dirige verso Empoli dove è stabilito un punto di raccolta e dove giunge in serata dopo aver sostato alcune ore al passo di San Baronto. 
Intanto in città  sotto la guida di Lensi si formano 12 squadre di 25 uomini ciascuna che il giorno dopo occupano gli edifici statali, mentre Leopoldo Bozzi, di estrazione liberale, futuro podestà di Pistoia ed artefice dell'operazione "Pistoia-Provincia", occupa con gli ex-combattenti ai suoi ordini la sede dei telefoni e dei telegrafi e, soprattutto, l'importante stazione ferroviaria (6).  
Quindi quella numerosa presenza di fascisti in città  che a prima vista  appare  come una disobbedienza gli ordini dei quadrumviri che invitavano a tralasciare il controllo delle città "sicure” per portarsi a Roma (7) , diventa invece determinante nel quadro generale della "marcia". 
Curzio Malarparte asserì che fascisti pistoiesi avessero avuto precisi ordini in tal senso . Lo scrittore-giornalista pratese scrisse infatti di un treno di carabinieri respinto da alcune fucilate fasciste al ponte di Vaioni e di un camion di guardie regie provenienti da Lucca fermato a Serravalle dal fuoco di alcune mitragliatrici (8) . 
Di ciò non si hanno prove, si ha comunque fondata notizia che a Pistoia il 28 ottobre  venne bloccato in stazione un treno che portava a Roma un battaglione di alpini, carabinieri e guardie regie (9). 
Intanto la colonna guidata da Spinelli aveva proseguito in treno per Chiusi e Orte dove trovava la linea interrotta da alcuni carri rovesciati. Dopo aver aggirato l'ostacolo pretendendo posto in un altro convoglio si era diretta per Monterotondo dove giungeva nelle prime ore del pomeriggio del 29. Poco dopo la mezzanotte del 30,  i fascisti pistoiesi ripresero la marcia per Roma fermandosi in attesa di ordini, come tutte le altre colonne, alle porte della città.  In questi momenti domina in loro l'incertezza. 
Un partecipante, Giulio Innocenti, scrive: "... non sappiamo ancora quale piega hanno preso gli avvenimenti. La piazzaforte di Roma dispone, si dice, di cinquantamila uomini, "se sparassero?". Questa è la domanda muta". (10 )  
Infatti se lo stato d'assedio avesse avuto il suo corso e fossero intervenute le truppe, per gli squadristi non ci sarebbe stata partita, ma nella Corona e nei ceti dominanti prevale la tesi, ora che il movimento operaio è stato praticamente stroncato, di non sbarazzarsi del fascismo, ma di inserirlo, condizionandolo, nel sistema. Quindi il re respinge la  firma dello stato d'assedio dichiarato da Facta  (che si dimette) e il 30 ottobre affida il governo a Mussolini. Quest’ultimo giunge a Roma in treno e presenta subito il suo ministero nel quale figurano anche esponenti liberali e cattolici.  A questo punto gli squadristi possono entrare in città come fa anche la "colonna Spinelli", raggiunta nel frattempo a Roma dagli altri duecento fascisti pistoiesi  della "colonna Lensi". 
Il pistoiese Martino Moscardi  annota : "La nostra entrata è stata trionfale. Tutti i militari indistintamente, tutti i picchetti delle caserme ci accoglievano con l'onore delle armi, fraternizzando entusiasticamente con noi"(11). 
Le due colonne dopo essersi unite alla squadre di Bottai in una sanguinosa "spedizione punitiva" nei quartieri "rossi" del Trionfale e di S. Lorenzo marciarono poi, insieme alle altre, nella parata della vittoria che ebbe luogo nel pomeriggio  del 31 davanti al Re al Quirinale. Poco dopo la sfilata vennero devastate le sedi di vari giornali,  la Direzione nazionale del Partito Socialista e la Casa del Popolo di Roma. Si contarono molti morti e feriti. 
I primi atti del governo Mussolini, saranno l'abolizione della nominatività dei titoli, più volte auspicata dagli industriali, il ritiro di un precedente progetto di riforma agraria, già passato alla Camera e l'istituzione della Milizia: primi passi di un “regime” ventennale e liberticida, con buona pace di coloro, non ultimi i giornalisti del liberale "Popolo pistoiese" e del cattolico "La Bandiera del popolo",  che avevano salutato l'avvento di quel ministero con fiduciosa speranza o con inerte rassegnazione (12).  

                                          

    


                             Carlo Onofrio Gori







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1) Cfr. A. Cipriani, Il fascismo pistoiese. Genesi, sviluppo, affermazione, in "Microstoria", n. 16 (mar./apr. 2001); C.O.Gori, Figure del fascismo pistoiese. Una città che non seppe esprimere figure forti, in "Microstoria", n. 16 (mar./apr. 2001).
2) Cfr. C.O. Gori, Il "calmiere Lavarini" durante il Biennio rosso. Le giornate pistoiesi ripercorse attraverso i giornali di allora,  in "Microstoria", n. 11 (mag. 2000). Su questi aspetti cfr. anche: R. Risaliti, Nascita e affermazione del fascismo a Pistoia, in Farestoria, n. 1 (1983);  G. Petracchi, La genesi del fascismo a Pistoia, in 28 ottobre e dintorni, Firenze, Polistampa, 1994
3) Cfr. M. Francini, Primo dopoguerra e origini del fascismo a Pistoia, Firenze, Libreria Feltrinelli, 1976, pag. 133,  n.21
4) "L'Azione fascista" (28 ott. 1922).
5) G. Innocenti, Ave Roma!... Diario della marcia su Roma..., Pistoia, Arte della stampa, 21 aprile 1923, pag. 7
6) ivi, pag. 6
7) E' questa la tesi dello storico Marco Francini in Primo dopoguerra ...cit., pagg. 132-133
8) Cfr. C. Malaparte, Tecnica del colpo di stato, in Opere scelte, Milano, Mondadori, 1997, pagg. 264-265 
9) Cfr. M. Francini, Primo dopoguerra...cit., pag. 134
10)  G. Innocenti, Echi di guerra, in  "L'Azione fascista", (4 nov. 1922) 
11)  cfr. Innocenti, Ave Roma! ...cit. pag. 18
12) Cfr. "Il Popolo pistoiese" e "La Bandiera del popolo" del 4 novembre 1922. 


Mio articolo già pubblicato con lo stesso titolo su: "Microstoria",  n. 25 (set.-ott. 2002)





e successivamente su: 

http://members.xoom.virgilio.it/marivan53/fatti.htm#La "marcia su Roma" dei fascisti pistoiesi


e su: 


http://historiablogoriarchiviosplinder-cog.blogspot.it/2012/01/storia-avventure-di-viaggio-giovedi-06.html


Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.

Scocciante, ma necessario e doveroso "avviso ai naviganti": anonimi estensori della voce "Storia di Pistoia" su Wikipedia, hanno dal 2007 in poi ampiamente "saccheggiato", inserendoli pari-pari e senza virgolette in quella pagina (ed in particolare nei capitoli "La genesi", "La marcia su Roma" e "Gli irriducibili della Valtellina"), questi miei articoli sul fascismo pistoiese precedentemente comparsi sulla rivista "Microstoria": Carlo O. Gori, Figure del fascismo pistoiese. Una città che non seppe esprimere figure forti in "Microstoria", n. 16 (mar.-apr. 2001); Carlo O. Gori, La “marcia su Roma” di un fascio diviso. Pistoia presidio fascista sulla Porrettana, in "Microstoria",  n. 25 (set.-ott. 2002); Carlo O. Gori, Gli irriducibili fascisti pistoiesi della Valtellina. Le vicende di Giorgio Pisanò e degli altri fedelissimi del regime, in "Microstoria", n. 33 (gen.-feb. 2004) e successivamente riprodotti da me stesso sui miei siti web (marivan xoomer virgilio) e blog (historiablogori.splinder.it e goriblogstoria.blogspot.com). Li ringrazio per la fiducia, ma l'hanno fatto senza citare le fonti:  il sottoscritto, la rivista o i blog da cui essi li hanno tratti.   

Carlo O. Gori. Fascismo. Figure del fascimo pistoiese


Figure del fascismo pistoiese. Una città che non seppe esprimere figure forti

Quasi tutto il fascismo toscano delle origini, anche quello pistoiese, fu tributario del suo sviluppo al violento e fazioso squadrismo fiorentino del “granduca” Dino Perrone Compagni, dei Dumini, dei Tamburini, dei Barlesi, ecc., tuttavia durante l’arco del ventennio, il fascismo pistoiese non espresse in sede locale figure “forti” capaci poi di affermarsi anche a livello nazionale come, ad esempio, uno Scorza a Lucca, un Ricci a Massa Carrara, un Chiurco a Siena, i Ciano a Livorno, un Pavolini nella stessa Firenze. A Pistoia parte decisiva nella genesi del fascismo locale la ebbe Dino Philipson: ricco proprietario terriero fiorentino con possedimenti nel pistoiese, di origine ebraica, massone, avvocato, ex-combattente, deputato liberale nel 1919 che, pur rivendicando poi esperienze squadristiche, non fu mai un fascista in senso vero e proprio e che, in anni successivi, troveremo nelle file dell’antifascismo. 
La paura suscitata dal “biennio rosso” 1919-20, determinò il vero scopo.di Philipson, quello di servirsi delle squadre fasciste per distruggere le organizzazioni operaie e contadine ed in un secondo tempo ricondurre il fascismo nell’alveo della legalità. A tal fine nel marzo-aprile 1922 ispirò la nascita dell’Unione Democratica Pistoiese privando così il fascio locale (nato ufficialmente il 22 gennaio 1921 sotto la guida di Nereo Nesi) dell’apporto diretto di vari esponenti del notabilato agrario e conservatore. Ciò aprì la strada all’affermazione della componente della media e piccola borghesia urbana che ebbe l’esponente di punta nella figura di Enrico Spinelli, studente universitario di farmacia, ex-combattente. Violento nelle imprese squadristiche lo Spinelli, che partecipò alla marcia su Roma guidando una colonna pistoiese (l’altra colonna era guidata da Ilio Lensi), non era tuttavia privo di una parte propositiva riassumibile in alcune teorie, più volte espresse sul foglio “Azione fascista”, riconducibili al cosiddetto “fascismo di sinistra”: primato dell’industria, collaborazione fra un capitale “controllato” e il lavoro, lotta alla rendita parassitaria, un partito di “duri e puri”. Si circondò inizialmente di collaboratori provenienti dall’ interventismo repubblicano, ex-socialista, sindacalista, quali Filippo Civinini, Giovanni Martini, Ildebrando Targioni. 
Il fascismo agrario pistoiese, mai definitivamente battuto, individuò il suo uomo di punta nel commerciante Ilio Lensi, squadrista rozzo, violento ed ambizioso. Spinelli tuttavia resse con forza il partito riuscendo, dopo clamorose faide interne, a far espellere quest’ultimo ed i suoi seguaci ed epurando poi la componente massonica dei Civinini, dei Martini, dei Lavarini. L’esigenza mussoliniana di “normalizzazione” determinò il tramonto di Farinacci e dell’ala intransigente a livello nazionale ed anche le fortune dello “spinellismo” cessarono nel 1926 quando il gruppo fu espulso dal partito. 
L’uomo che condusse il PNF pistoiese sui binari dell’equilibrio imposti dal “fascismo-stato” fu il federale e podestà avvocato Leopoldo Bozzi. Enfatizzando i valori risorgimentali pistoiesi e raccordandoli a quelli fascisti condusse, mobilitando l’establishment culturale cittadino, felicemente in porto l’ “operazione-Provincia”, creata nel 1927 ed ampliata con la Valdinievole nel 1928. Allargò la base del partito cercando di sviluppare il consenso al regime anche con lo sviluppo delle organizzazioni socio-politiche “collaterali” e con l’avvio di opere pubbliche, orientò l’economia della provincia in senso agricolo e artigiano. La sua prematura morte, in seguito ad incidente, privò Pistoia di una importante figura di raccordo e di mediazione, sia con Roma, sia all’interno del fascio pistoiese dove ripresero le lotte fra le varie fazioni e l’instabilità. 
Da allora non ci pare emergano nomi significativi (a parte quello di Armando Barlesi, ma solo perché fondatore nel ’32 de “Il Ferruccio”), infatti in seguito ad una ispezione effettuata nel 1941 dal “centro” sulla federazione fascista si rileva tra l’altro che a quella data si erano avvicendati alla sua guida “ben 14 federali” alcuni dei quali non pistoiesi. 
Le esigenze belliche ridiedero il primato all’industria e fiato, specie con i federali Alzona e Pigli, all’ala intransigente del partito che ebbe poi modo di affermarsi soprattutto nel periodo della repubblica di Salò con i federali del PFR Giorgetti e Lorenzoni. 
Emergono in quest’ultimo periodo, raccolte attorno al periodico “Tempo nostro” le figure di giovani irriducibili combattenti repubblichini: Valerio Cappelli (GNR) e il “parà” Rolando Chelucci caddero in combattimento, Ruy Blas Biagi  (“NP” Decima Mas) fu fucilato a Firenze dopo un’azione di sabotaggio oltre le linee nemiche ed al suo nome venne poi intitolata la Brigata Nera di Pistoia alla quale appartennero Giorgio Pisanò e Agostino Danesi, arresisi in Valtellina solo dopo la morte di Mussolini, Mafilas Manini morì in clandestinità a Milano nel ’45. Alcuni, come Pisanò,  avranno un ruolo nel neo-fascismo del dopoguerra. 
Si segnala infine, soprattutto per la sua ambiguità politica, la figura di un altro giovane fascista, Licio Gelli, ma questa è un’altra storia.
                                                                    
                                    
                                    
                                 Carlo Onofrio Gori                        





Mio articolo già pubblicato con lo stesso titolo su:  "Microstoria", n. 16 (mar.-apr. 2001) vd. qui sotto


carlo onofrio gori microstoria


Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.

Scocciante, ma necessario e doveroso "avviso ai naviganti": anonimi estensori della voce "Storia di Pistoia" su Wikipedia, hanno dal 2007 in poi ampiamente "saccheggiato", inserendoli pari-pari e senza virgolette in quella pagina (ed in particolare nei capitoli "La genesi", "La marcia su Roma" e "Gli irriducibili della Valtellina"), questi miei articoli sul fascismo pistoiese precedentemente comparsi sulla rivista "Microstoria": Carlo O. Gori, Figure del fascismo pistoiese. Una città che non seppe esprimere figure forti in "Microstoria", n. 16 (mar.-apr. 2001); Carlo O. Gori, La “marcia su Roma” di un fascio diviso. Pistoia presidio fascista sulla Porrettana, in "Microstoria",  n. 25 (set.-ott. 2002); Carlo O. Gori, Gli irriducibili fascisti pistoiesi della Valtellina. Le vicende di Giorgio Pisanò e degli altri fedelissimi del regime, in "Microstoria", n. 33 (gen.-feb. 2004) e successivamente riprodotti da me stesso sui miei siti web (marivan xoomer virgilio) e blog (historiablogori.splinder.it e goriblogstoria.blogspot.com). Li ringrazio per la fiducia, ma l'hanno fatto senza citare le fonti:  il sottoscritto, la rivista o i blog da cui essi li hanno tratti.   

Carlo O. Gori. Attualità e storia: riassetto amministrativo province toscane




1923-2013...Toscana: cartine e…riassetti amministrativi

(Una riflessione da post pubblicati sul mio diario Facebook) .
Qui di fianco la cartina della Toscana con le Province del 1923 ed accanto quella ipotizzata dal 2013.
1923: Firenze, Arezzo, Grosseto, Siena, Massa, Lucca, Pisa (grandissima), Livorno (piccolissima). In alto a destra., in rosso, quella parte di "Romagna Toscana" (prov. FI) che quell'anno venne deciso di passare alla prov. di Forlì in Emilia-Romagna.
Sotto la Provincia di Firenze nel 1924 (da cartina conservata nella Biblioteca Marucelliana di Firenze)
Le zone in colore diverso sono i Circondari all'interno della Provincia di Firenze che erano 3, quelli di: Pistoia, San Miniato, e Rocca San Casciano (quest'ultimo ceduto alla Prov. di Forlì).
Fabio Pacini: Successivamente,nel 1928, fu eretta ,come sappiamo,la provincia di Pistoia,includendo anche la Valdinievole da Lucca,venne annessa a Forlì la zona di Rocca san casciano e venne annessa a Pisa la parte delk territorio di san Miniato,ma non quella di Empoli. Una soluzione, al tempo,molto rispetttosa della storia e delle tendenze geoeconomiche delle varie parti: la cosidetta " Romagna granducale,già da sempre abitata da romagnoli gravitava su Forlì,la zona di San Miniato era da sempre pisana in quanto " naturalmente" ghibellina ( San Miniato era detta " al tedesco " in quanto sede del vicario imperiale in Toscana) e Pistoia meritava per vari motivi la sua provincia, già eretta dal Granduca negli stessi confini ( più Altopascio)
Carlo Onofrio Gori: Esatto, Fabio, non ho niente da aggiungere a quello che hai scritto, salvo, guardando la cartina della Toscana che ho postato un precedenza (o quella nella carta qui sotto piccola in basso a destra), che venne allargata, a spese di quella di Pisa, la Prov. di Livorno, già punita dal Granduca per la rivolta del 1848-49...
Fabio Pacini: E' verissimo, Carlo. La provincia di Livorno era piccolissima e mi sembra che giustamente il vasto territorio, storicamente pisano,venne suddiviso fra le due province. In quegli anni venne anche istituita la provincia di la Spezia,scorporandola da Genova.

                                                                        
                                



                                           (Carlo O. Gori)















Carlo O. Gori. Politica. 1967-69: “repubblica conciliare” pistoiese, prematura e discussa anticipazione del “compromesso storico"



Una Repubblica Conciliare nella Pistoia del 1967-'69


Il Presidente della Provincia di Pistoia, il socialista Vincenzo Nardi fino ad allora a capo di una giunta minoritaria di centrosinistra, aprì seduta del 17 dicembre 1968, con questa affermazione: “la dichiarazione programmatica che ho l'onore di fare è frutto della elaborazione di una commissione della DC, del PSU e del PCI”. Nasceva così ufficialmente la cosiddetta “repubblica conciliare” la cui portata, forse anche al di là delle stesse intenzioni dei protagonisti che indubbiamente ne intuivano l'eccezionalità, ebbe subito rilievo nazionale. Un esperimento politico, di lunga  gestazione e breve vita, clamoroso ed inconsueto per periodo in cui si svolse perché per la prima volta in Italia dal 1947, seppur a livello di governo locale, cadeva la pregiudiziale anticomunista e democristiani, comunisti e socialisti, tornavano a collaborare nella gestione della cosa pubblica. Si era nel clima della contestazione studentesca del ’68 ed alla vigilia dell’ “autunno caldo” operaio del ’69, ma tutti i maggiori quotidiani e periodici italiani, spesso con le loro migliori firme, come ad es. quella di Vittorio Gorresio su «La Stampa» di Torino, dovettero occuparsi anche di Pistoia che, come gran parte della “provincia” italiana, aveva fino ad allora vissuto in modo un po’ attutito gli echi delle grandi svolte che si andavano profilando in seguito ad eccezionali eventi di portata internazionale, non ultime le “aperture” giovannee del Concilio Vaticano II. In sostanza la città si trovò, forse suo malgrado, proiettata nel ruolo per lei inconsueto di “laboratorio politico”.
Infatti il discusso e singolare accordo pistoiese fu trovato soprattutto perché, nel pur positivo trend dell’economia locale negli anni che avevano fatto seguito al “miracolo” industriale italiano, incombevano due gravissimi problemi pratici: il più grave riguardava la SACA, cooperativa di trasporti pubblici nata a Pistoia nell'immediato dopoguerra e operante anche nelle province di Lucca, Massa e Firenze, dichiarata in procedura fallimentare per un forte dissesto finanziario dovuto ad un lungo e sfortunato contenzioso con la Lazzi; l’altro problema concerneva la più importante industria pistoiese, la Breda, il cui continuo stillicidio di personale faceva paventare la liquidazione, malgrado le Partecipazioni Statali ne avessero più volte promesso il rilancio. La positiva soluzione di questi problemi, visto il quadro politico locale, non poteva prescindere dalla governabilità di Comune e Provincia che poteva essere assicurata solo dall' impegno di un ampio arco di forze politiche.
Ma vediamo per sommi capi di riassumere la lunga e complessa vicenda. L'avvento dei governi di centrosinistra (DC-PSI-PSDI-PRI) ed il conseguente processo di unificazione socialista (PSI+PSDI) finì per mettere in crisi nel 1967, sotto la spinta dell' “uomo forte” della socialdemocrazia pistoiese, il potente on. Antonio Cariglia,  la tradizionale collaborazione fra PCI e PSI a livello locale. Caddero le giunte monocolori PCI (fino ad allora sostenute dall'esterno dal PSI) al comune (sindaco Corrado Gelli) ed alla provincia (presidente Luigi Nanni), ma mentre la prima venne poi salvata in extremis dagli stessi socialisti,  la giunta provinciale fu definitivamente affossata (11.9.67) e sostituita (25.9.67) da una giunta minoritaria di centro-sinistra capeggiata da Vincenzo Nardi. Il socialista Nardi, figura prestigiosa della Resistenza pistoiese ed integerrimo democratico, si rese ben presto conto di non poter governare se non facendo appello alla collaborazione del PCI, e dopo alterne vicende di scontri e lunghi mesi di trattative, il capogruppo Beragnoli, rispose (30.12.67) annunciando in consiglio il voto favorevole dei comunisti, vista la necessità di evitare la gestione commissariale,  avvertendo, però, che si aspettava in un futuro ravvicinato la costituzione di una “nuova maggioranza” di cui doveva far parte il suo partito. Ormai la giunta comunale comunista era condizionata dall'approvazione socialista, mentre la giunta provinciale di centro-sinistra era condizionata dall'approvazione comunista.
L'inedita intesa tra DC, PCI e PSU era praticamente avviata, anche se ufficialmente il patto non sarà sottoscritto che nel dicembre dell'anno successivo.
Una nuova crisi tuttavia sopravvenne nel corso del 1968, soprattutto in seguito agli effetti locali del cattivo esito elettorale del neonato Partito Socialista Unificato alle politiche di quell'anno, e dopo lunghe e complesse trattive si arrivò finalmente e ufficialmente alla  soluzione “conciliare” che vide il comune sostenuto dall'esterno dal PSU e dalla benevola astensione DC e la provincia di centrosinistra sostenuta dall'esterno dal PCI mediante il famoso “accordo programmatico” che impegnava i tre partiti a permanenti consultazioni ed ad una collaborazione qualificante volta alla difesa delle autonomie locali, dell'occupazione ed allo sviluppo economico provinciale. I principali effetti pratici di tali trattative ed accordi avevano nel frattempo già visto la felice conclusione della “questione SACA”, con il Consiglio provinciale promotore del Consorzio Pistoiese Trasporti-COPIT (costituito, inizialmente, da rappresentanti della Provincia e del Comune capoluogo) e successivamente vedranno l'avvio a definitiva soluzione della “vicenda Breda” con un nuovo stabilimento ed un ampio piano di sviluppo progettati e garantiti dalle Partecipazioni statali. Principali protagonisti dell'intesa e di questi suoi positivi risultati furono uomini di sincera fede democratica e di buona volontà come i DC Alberto Turco, Luciano Stanghellini, Vittorio Brachi, Florio Colomeiciuc, Angiolo Bianchi, Delio Chiti e Giovan Carlo Iozzelli, i comunisti Spartaco Beragnoli, Franco Monti, Vasco Mati, Luigi Filippini e Sergio Tesi, i socialisti Nardi e Luigi Franconi. La “repubblica conciliare” fu soprattutto un accordo politico-amministrativo e contingente, tuttavia si caricò strada facendo (o fu caricato principalmente a livello nazionale) di significati politici ben più ampi. In sede locale trovò il sostegno soprattutto dalla composita corrente dorotea della DC, ma venne fieramente avversato dalla destra di quel partito e dai fanfaniani. Anche l'ala carigliana del PSU, come, ovviamente, i liberali e le destre  ne furono strenui avversari paventandone il “contagio” a livello nazionale, mentre nelle ACLI e nell'area del dissenso cattolico (“Cineforum pistoiese”) ed a sinistra, nel PSIUP,  e perfino in parte della stessa base del PCI,  si vide nell'operazione  semplicemente un incontro di potere fra comunisti e cattolici.
Il direttore de “La Nazione” Enrico Mattei attaccò subito e con pervicacia  l' esperimento definendolo spregiativamente “repubblichetta conciliare”, appoggiato nella sua azione dalla stampa nazionale benpensante,  conservatrice e dal neofascista “Lo Specchio”. Anche il settimanale diocesano “La Vita”, criticando fermamente l'accordo e mortificando i cattolici che lo avevano voluto, non  brillò certo per spirito lungimirante, all'altezza delle “aperture” giovannee.
Si mossero invece a sostegno dell'iniziativa alcuni esponenti nazionali dei partiti coinvolti e giunsero a Pistoia i democristiani della corrente di “base” Galloni e Donat Cattin, i comunisti Modica e Napolitano ed il socialista Giolitti. Ben presto però l'avvento alla segreteria nazionale DC di Flaminio Piccoli (ossessionato da una possibile “spaccatura” della DC) e del fanfaniano Otello Verreschi a quella locale, determinarono la fine dell'esperienza “conciliare” pistoiese: i democristiani presenti in giunta furono via via isolati e sconfessati dal loro stesso partito e, dopo alcuni mesi di agonia, la “repubblica conciliare” pistoiese cessò quando, nella seduta del consiglio provinciale del 6 settembre 1969, a bilancio appena approvato, gli stessi furono costretti a rassegnare le dimissioni.
                                                                                                                                                                                                

       
                                



                  Carlo Onofrio Gori








Originale dell'articolo di Carlo Onofrio Gori, Questo compromesso non s’ha da fare , pubblicato sul n. 37 (lug.-ago.2004) di: “Microstoria”
  
Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.










Un nuovo mio blog: ho iniziato la pubblicazione nei giorni di Goriblogstoria360 che affianca questo Goriblogstoria.
Mentre qui si scrive di "storia e storie" pistoiesi e toscane, nel nuovo blog si affronterà, appunto, a "360 gradi", tutto il resto: ovviamente, con categorie "storiche", la  "storia" mediante  fatti e biografie a livello nazionale e internazionale, ma anche molti altri aspetti "culturali" e "politici", "attualità" non esclusa.
Ambedue questi blog sono ”figli” del vecchio e “glorioso” (visitato 58023 volte) historiablogori.splinder.com, che portava in sé tutte le suddette caratteristiche (storia “locale” e nazionale e internazionale ecc. ecc.) chiuso il 31 dicembre 2012 quando Splinder cessò l’attività. Oggi il vecchio e “fermo” blog è consultabile qui su Blogspot archiviato in historiablogori.archiviosplinder.blogspot.com e conta a tutt’oggi  ben 21546 visualizzazioni di pagine.
In Goriblostoria ed in Goriblogstoria360 ci saranno quindi vecchi e significativi articoli insieme a nuovi post; ci saranno meno riproduzioni di miei articoli apparsi su riviste in quanto, anche e soprattutto sotto i morsi di questa crisi economica, molti periodici, a quanto pare (a cominciare dal glorioso “Microstoria”) o hanno chiuso o stanno chiudendo.
Arrivederci a tutti quindi anche su Goriblogstoria360!

       

        
                    

                         Carlo O. Gori








mercoledì 10 ottobre 2012

Carlo O. Gori. Resistenza e Liberazione: Brasiliani a Pistoia (1944-1945)


Brasiliani a Pistoia  (1944-1945)


Non molti fuori città lo sanno, ma a Pistoia, alla deviazione della strada montalese presso il tabernacolo di Seiarcole, esiste un Sacrario Brasiliano, l’unico in Italia. 
Lo spazio, disegnato da Redig de Campos fra i filari di viti della campagna di San Rocco che a stento resiste all'avanzare delle costruzioni, ha oggi ben poco del Cimitero Militare come in effetti lo è stato fino al 1960 quando le spoglie dei caduti vennero - salvo una - portate in patria. Nessun cancello impedisce l’ingresso all’area ben curata in cui si alternano prati, giardini alberi di vario tipo, interrotti da un ampio viale che conduce ad un altare poggiante su un basamento cruciforme bianco, sovrastato da un alto padiglione che allude al calice liturgico, un altro padiglione sul lato destro ricorda una tenda militare, le sagome si stagliano di fronte ad una grande parete di pietra dove sono incisi i nomi dei caduti - alcuni di evidenti origini italiane - che si riflettono sull’acqua della lunga ed ampia vasca antistante. Il fuoco di un braciere che arde perennemente sullo sfondo suggestivo delle colline, che costituivano i primi contrafforti della Linea Gotica sembra ricordare i luoghi dove combatterono i soldati brasiliani. 
Desta curiosità pensare a dei brasiliani "guerrieri" nel freddo e nevoso inverno appenninico; nel nostro immaginario collettivo il Brasile, malgrado le innegabili contraddizioni sociali, evoca comunque sensazioni di allegria tropicale, sorge quindi la domanda sul perché il pacifico Brasile si unì agli Alleati nel 1944 nell'ultima fase della Seconda Guerra Mondiale e quattrocentosessantacinque di questi ragazzi, che anche la televisione  alcuni anni fa nel ciclo di Combat-Film ci ha mostrato cantare e ballare con la vivacità che contraddistingue quel popolo, caddero in combattimento per la liberazione di un paese lontano dal loro e vennero sepolti a Pistoia. 
Il populista Getulio Vargas era al potere dal 1930 (lo sarà fino al 1954), con un golpe nel 1937 proclamò il corporativo Estado Novo e divenne dittatore. Il suo governo, una sorta di fascismo moderato, era in lotta contro i comunisti di Prestes a sinistra, ed a destra contro i fascisti "puri" del movimento integralista sostenuto da Germania e Italia. 
Quattro date preludono all’intervento brasiliano: il vertice interamericano del luglio 1940 all’Avana, che aveva sancito l'obbligo per i paesi aderenti ad affiancare chi fosse stato aggredito da potenze straniere, la rottura delle relazioni diplomatiche con Italia, Germania e Giappone nel gennaio 1942, la dichiarazione di guerra dell’agosto 1942 seguita all'affondamento di navi brasiliane da parte dei tedeschi e l’incontro di Natal del gennaio 1943 fra Roosevelt e Vargas che decise l’effettivo intervento brasiliano. In pratica la guerra a fianco degli alleati sancì il rafforzamento dei legami politici ed economici con gli USA e il formale ritorno al costituzionalismo liberale da parte di Vargas. 
Mentre la popolazione si mobilitava in vari modi per sostenere lo sforzo bellico, venticinquemila uomini saranno via via inquadrati nella Fôrça Expedicionária Brasileira (FEB) ed inviati in Italia.  Un serpente con in bocca la pipa - racconta lo scrittore Jô Soares - era il simbolo della FEB, la voce popolare diceva infatti che era più facile che un serpente fumasse che il Brasile scendesse in guerra, ma: "Poi il serpente fumò". E per i brasiliani fu guerra vera. 
La FEB, dotata di una propria forza aerea, sbarcò a Napoli nel luglio 1944 e dopo un periodo di addestramento a San Rossore, ebbe a metà settembre il pass dal comando statunitense inizialmente propenso ad utilizzarla come truppa di retrovia - per entrare in linea. In quel periodo i tedeschi - in Toscana erano appena state liberate Prato e Pistoia - si stavano attestando sulla Linea Gotica che da Massa, traversati i principali passi e monti dell’Appennino, scendeva lungo la Valle del Foglia fino all’Adriatico. Schierata il 15 settembre sul Litorale Tirrenico la FEB iniziò subito le operazioni che da Massarosa a Camaiore e poi per la Valle del Serchio la portarono a liberare numerose località della Garfagnana fino a Barga. Da segnalare già in questi frangenti gli scontri anche con reparti italiani delle quattro divisioni dell'esercito di Salò appena rientrate dall’ addestramento in Germania: tedeschi e americani avevano voluto provare le proprie "riserve", sul cui valore combattivo nutrivano non pochi dubbi. 
Stabilito il quartier generale Pistoia, la FEB venne, alla fine di ottobre, trasferita nella Valle del Reno. Con l’avanzare del fronte appenninico nell’ inverno 1944/45 la FEB colse importanti vittorie, in particolare vengono ricordate quelle di Monte Castello - posizione tenuta dai tedeschi che aveva fama di essere imprendibile - Castelnuovo, Montese, Zocca e, dopo lo sfondamento nella Pianura Padana, nell’aprile del 1945 quella di Fornovo, dove costrinse alla resa la 148.ma divisione tedesca e reparti delle divisioni fasciste Italia e Monterosa. 
La FEB proseguì poi la sua marcia fino al congiungimento con l’esercito francese a Susa. Il 30 aprile 1945, a Milano, nella parata della vittoria, anche un reparto della FEB sfilò insieme ad americani, inglesi, italiani del Gruppo di CombattimentoLegnano e partigiani. 
Ciò a suggello della buona prova militare che offrì la FEB in Italia, dove si distinse anche per la grande disponibilità alla collaborazione con le forze partigiane, per spirito cavalleresco verso il nemico vinto e per l’attenzione alla popolazione ed uno spirito umanitario non frequenti. 
A Pistoia i brasiliani hanno lasciato un bel Monumento ed un buon ricordo. Nella città toscana fino al rimpatrio funzionò il Quartier Generale di Retrovia dove erano concentrati i più importanti servizi della FEB: l’ Ospedale da Campo, l’Intendenza di Finanza in Piazza S. Lorenzo, il Magazzino in via dei Baroni, il Parco Auto, il Servizio Postale ed, in via Monte Sabotino, una grossa Stazione Radio in collegamento diretto col comando in Brasile. I pistoiesi rimasero subito incuriositi dal fatto che i reparti brasiliani, a differenza degli statunitensi a quel tempo ancora "segregati", fossero misti di bianchi e neri. I medici dell’Ospedale da Campo, che aveva sede in Piazza d’Armi , si prodigarono spesso anche per i cittadini e col tempo - come ci ricordò il compianto Miguel Pereira (reduce e per lunghi anni custode del Monumento e delle memorie FEB, oggi egregiamente curate dal figlio Mario) in una sua preziosa e toccante testimonianza - si alimentò un clima di affabilità, nacquero amicizie ed anche amori, in alcuni casi, come il suo, divenuti matrimoni. 
                                                            
                                                                         





                       Carlo Onofrio Gori

Originale dell'articolo ... C.O. Gori, E il serpente brasiliano fumò. Storia della Fôrça Expedicionária Brasileira e del suo cimitero pistoiese, in "Microstoria",a. 2, n. 8 (feb. 2000)    




                      Questo articolo è riproducibile avendo però cura di citare chiaramente autore e fonti.





Da "Il Tirreno"
Brasiliani amici di guerra
22 maggio 2000 —   pagina -1   sezione: Pistoia
PISTOIA. Oggi l'ambasciata del Brasile a Roma ricorda l'intervento della forza di spedizione brasiliana in Italia, durante la seconda guerra mondiale, che ebbe a Pistoia il suo quartier generale di retrovia. Quei soldati della "Fôrça  Brasileira" ebbero un ruolo di prima importanza nella campagnadi liberazione. Combatteronoda Massarosa a Barga e successivamente sull'Appennino modenese in scontri sanguinosi e vittoriosia Monte Castello, Castelnuovo, Montese, Zocca ed infine a Fornovo dove costrinsero alla resa una divisione tedesca. I brasiliani avevano a Pistoia un grande ospedale da campo, in piazza d'Armi, l'attuale piazza Resistenza, nel quale furono curati anche numerosi cittadini pistoiesi.In via dei Baroni avevano dislocato il magazzino, il parco auto e il servizio postale,mentre in via monteSabotino c'era una potente stazione radio in collegamentodiretto col comando del Brasile. L'intendenza di finanza l'avevano stabilita in piazza San Lorenzo. In città si fecero benvolere."I pistoiesi oltre che ammirati per le cure che ricevevano nell'ospedale militare di piazza d'Armi, furono incuriositi dal fatto che i reparti brasiliani, a differenza degli statunitensi ancora"segregati", fossero mistidi bianchi e neri". Lo testimonia Carlo Onofrio Gori, studioso di quelle vicende, invitato in tale veste all'incontro romano. Fra i soldati della Feb (Fôrça expedicionária brasileira) e i pistoiesi nacque un clima diamicizia e affabilità; ancheper questo i brasiliani hanno lasciato alla nostra città il bel monumento del sacrario ai propri caduti che si trova sulla strada montalese presso il tabernacolo di Searcole. (p.g.)




Tre libri su "come eravamo" Presentati a Gello dagli Amici di Pupigliana
15 marzo 2000 —   pagina -1   sezione: Pistoia
PISTOIA. "Per tenere sveglia la memoria": l'associazione "Amici di Pupigliana e della valle del Brandeglio", in collaborazione conla circoscrizione 5, ha fatto ascoltare, sabato scorso, nell'edificio delle ex scuole elementari di Gello, vecchie canzoni, poesie e brevi scenedi vita popolare. Nella stessa occasione sono stati presentati ufficialmente tre opuscoli di recente pubblicazione, tutti rivolti alla ricerca del come eravamo: "Un passato di sofferenze e miserie - è stato sottolineato - ma che sta alla radice del nostro attuale benessere". Primo testo, "Microstoria" presentato dal vicedirettore RobertoNiccolai. E' il "mensile di storia e storie" delle province di Firenze, Pistoia e Prato. La nostra città e il suo territorio sono rappresentati da ottimi servizi di vario argomento. Angela Bertini parla della manifattura serica pesciatina tra '700 e '88, mentre Carlo Onofrio Gori riporta alla memoria la divisione brasiliana che combatté sulla lineagotica nell'ultima guerra mondiale. "A Pistoia - osserva Carlo Onofrio Gori - i brasiliani hanno lasciato un bel monumento e un buon ricordo". Cinzia Beneforti ci offre, a sua volta, una pagina di letteratura discutendo di Gianna Manzini ed infine, a cura della cooperativa itinerari,si può leggere la storia dei ghiacciaioli del Reno, della riserva naturale di Pian degli Ontani e del museo d'arte sacra di Popiglio. Altro testo proposto è stato "Il metato", voce delle iniziative dell'associazione di Pupigliana e della valle del Brandeglio. Il breve opuscolo riporta le immagini di tutti i presepi che nell'ultimo Natale sono fioriti lungo la valle, ambientati in scenari naturalistici col saporedella fiaba. Infine, Andrea Ottanelli, direttore del centro pistoiese per l'emigrazione "Mario Olla" ha tenuto a battesimo la recente opera edita dalla Regione "Quaderni dell'emigrazione toscana". Pistoia, la sua montagna e la Valdinievole rivivono i tristi tempi degli emigranti negli scritti di Adriana Dadà, Gabriella Aschieri, Claudio Rosati,Andrea Ottanelli, Rossella Barni, Nicoletta Franchi, Roberto Niccolai, Barbara Beneforti, Giovanna Pierattini e David Rovai. Sono presenti anche Carlo Cassola e Francesco Guccini dei quali si riportanopagine rispettivamente da "Il taglio del bosco" e "Cronache epifaniche". 
Paolo Gestri                                      
              
                                                                               
Resumo. A história da Fôrça Expedicionária Brasileira na Itália (1944-1945) durante a Segunda Guerra Mundial, e particularmente, em sua Sede em  Pistoia, Toscana. 
Summary. The history of the Brazilian Expeditionary Force in Italy (1944-1945) during World War II, and particularly at its headquarters in Pistoia, Tuscany.  




A Mario Pereira, Simone Fagioli L'originale,  Emanuel Carfora, Filomena Pavese, Claudio Gerati, Fabio Panerai, Emiliano Nappini, Maria Lorello, Marcello Martini, Selma Sanches Gonzalez, Ivone Nasser Cruchaki, Durval Junior, Carlos Siqueira, Claudevan Melo Melo, Anna Frulli, piace questo elemento