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venerdì 19 aprile 2013

C.O.Gori. Resistenza. Artese Benesperi

Ricordo di Artese Benesperi compagno e amico di Silvano Fedi nella lotta politica e nella Resistenza *

 Verso la Festa della Liberazione: il ricordo del partigiano Artese Benesperi
18/4/2013 - 12:42
PISTOIA
Domani venerdì 19 aprile alle 21 nel Circolo Garibaldi in Corso Gramsci 52 sarà ricordata la figura del partigiano Artese Benesperi, scomparso il 17 aprile 2012 all’età di  96 anni.
Benesperi fu combattente nelle “Squadre Franche Libertarie” di Silvano Fedi, che, dopo l’uccisione di Silvano, prenderanno il suo nome. Artese assumerà il comando della formazione “Silvano Fedi” nell’ultima fase della Guerra di Liberazione e contribuì alla liberazione di tante realtà tra le quali la città di Vinci.
Alla serata saranno presenti alcuni familiari di Benesperi, un rappresentante dell'Anpi di Vinci e il vicepresidente dell'Anpi di Pistoia Renzo Corsini. Durante l'appuntamento i presenti potranno ascoltare un' intervista  audio a Artese Benesperi realizzata nei primi anni Novanta da Renzo Corsini. L'iniziativa è curata dall'Anpi di Pistoia - sezione Gherardini in collaborazione con il Cudir-Comitato unitario per la difesa delle istituzioni repubblicane del Comune di Pistoia.
Note biografiche e ricostruzione delle imprese di Artese Benesperi.
Artese Benesperi  nasce  a Pistoia il 19 agosto 1915,  poco dopo la morte del padre, e all’età di 9 mesi viene dato in adozione ad una famiglia di Lucca, con cui rimarrà fino a 17 anni, quando viene rimandato dalla madre naturale, che si è risposata ed abita a Casalguidi .
Conseguenza di  questi anni travagliati sono i comportamenti  trasgressivi di Artese, che, fino all’incontro catartico  con Silvano Fedi, lo portano in carcere per furto: egli si trova in prigione sia il 25 luglio del 1943, giorno della caduta di Mussolini, sia l’8 Settembre 1943, data dell’armistizio con gli Alleati ed esce di prigione il successivo 15 settembre.
Nell’ottobre 1943 Artese riesce a rubare una mitragliatrice posta sull’argine dell’Ombrone, a  Pontelungo,  e la vende ad un partigiano in cambio di 500 lire. Questa mitragliatrice passerà poi alla formazione di Magnino Magni, che il 17 aprile del 1944, a Treppio, la userà per coprire la fuga dei suoi compagni, assediati dai tedeschi, perdendo la vita nell’eroica impresa.
Artese conosce Silvano Fedi nel febbraio 1944 ed entra nelle squadre “Franche Libertarie”,  di cui fanno già parte una ventina di uomini (fra cui Tiziano Palandri, Marcello Capecchi, Enzo Capecchi, Danilo Betti, Tito Eschini, Carlo Giovannelli, Giovanni Ieri, Brunello Biagini, Santino Pratesi, Giulio Vannucchi, Giovanni La Loggia, Giovanni Pinna, Iacopo Innocenti), organizzati  in piccoli gruppi.  L’ 'incontro con questi compagni costituisce per lui una sorta di redenzione: da allora, fino alla fine della guerra, Artese partecipa alla lotta armata a fianco e al posto di  Silvano, rivendicando “il diritto della collera”. Le loro imprese ardimentose, simili a quelle dei GAP (Gruppi di azione patriottica), si svolgono in città e sulle colline che circondano Pistoia.
Nella notte del  29 marzo del 1944, Artese, insieme a Silvano Fedi, Tiziano Palandri  ed un altro partigiano, si reca a Valdibrana  per recuperare armi e vettovagliamenti in una caserma della milizia posta nei pressi della stazione ferroviaria. Casualmente la squadra  si imbatte in un ufficiale tedesco  che è in compagnia di una ragazza: ne nasce una sparatoria, a seguito della quale l’ufficiale rimane ucciso e Artese viene ferito alla mano sinistra. Per evitare la rappresaglia dei tedeschi, che già hanno programmato la fucilazione di dieci pistoiesi, Silvano, dopo aver fatto curare Artese,  chiede aiuto al noto drammaturgo Giovacchino Forzano, amico di Mussolini,  che abita a  Serravalle,  e grazie al suo intervento riesce a evitare la strage.
Successivamente Silvano si procura (dietro ricompensa in danaro e viveri) la copertura e l’aiuto del  pistoiese Licio Gelli, tenente della milizia e ufficiale di collegamento fra il fascio pistoiese e la Kommandantur tedesca, per  poter condurre,  accompagnato da Artese,  altre spericolate imprese.
Nella notte del 1 giugno 1944 Benesperi  partecipa al quarto assalto della “Franca” ai magazzini militari della Fortezza di Santa Barbara (dopo quelli del 17, 18 e 20 ottobre 1943): il bottino, consistente in generi alimentari, sigarette, vestiario militare e armi, viene depositato a casa del suocero di Licio Gelli, in via Erbosa, e distribuito a varie formazioni , fra cui quella di  Pippo, in Garfagnana.
Nel pomeriggio del 26 giugno 1944 una piccola squadra riesce ad entrare nel Carcere Mandamentario delle Ville Sbertoli, con l’intento di liberare i prigionieri, molti dei quali politici.  Silvano e Artese  arrivano al carcere apparentemente ammanettati,  condotti da Enzo Capecchi, travestito da ispettore della polizia repubblicana, e da Licio Gelli, alla guida di un’auto militare (quest’ultimo sarà ricompensato con 40.000 lire, viveri e sigarette).  Gelli si fa aprire la porta con la richiesta di tradurvi i due “ribelli”, ma ben presto i tre  partigiani impugnano le armi, disarmano le guardie e liberano 54 prigionieri, compresi due ebrei destinati a breve alla eliminazione, segregando le guardie nelle celle.
Sempre nel giugno del ’44, Artese partecipa ad un assalto alla questura di Pistoia, posta in piazza San Leone, nel Palazzo della Provincia, con ingresso in via Palestro: le squadre “Franche” entrano nell’edificio e costringono gli agenti a consegnare le armi presenti nell’edificio; poi mettono fuori uso l’impianto telefonico e distruggono tutte le pratiche in archivio.
Artese, agli arresti da alcuni giorni,  non è presente il 29 luglio 1944 a Montechiaro, nei pressi della Croce di Vinacciano, all’imboscata tesa dai tedeschi a Silvano Fedi  e  compagni,  in seguito ad una probabile delazione. Silvano rimane ucciso insieme al paracadutista Giuseppe  Giulietti;  Marcello Capecchi viene ferito, mentre Brunello Biagini vene catturato e fucilato il 1 agosto. Il giorno dopo l’imboscata a Pistoia viene effettuato un rastrellamento di antifascisti e gli arrestati sono portati nei locali della ex GIL di Pistoia, in piazza San Francesco, per essere sottoposti ad interrogatorio. Fra questi ci sono Artese, già agli arresti da alcuni giorni,  ed Enzo Capecchi; i due riescono rocambolescamente a fuggire, gettandosi da un  finestrone della palestra.
Dopo la morte di Silvano, Artese,  insieme con Enzo Capecchi, assume il comando della brigata, ricostituita con circa settanta uomini e intitolata a "Silvano Fedi". Il 2 settembre, alla testa della formazione, Artese raggiunge Vinci e, dopo aver messo in fuga alcune pattuglie tedesche, libera il paese, issando sul campanile la bandiera tricolore. Il 3 settembre libera San Baronto, in seguito ad un duro scontro con i tedeschi,  e il giorno successivo la “Silvano Fedi” scende a Casalguidi, dove affronta il nemico in numerosi scontri a fuoco, nei quali vengono uccisi  alcuni compagni, fra cui Marcello Capecchi.
In seguito al ferimento di Enzo Capecchi, Artese Benesperi  guida da solo la formazione fino alla liberazione di Pistoia, dove giunge la mattina dell'8 settembre 1944  fra i primi liberatori.
Dopo il ritorno della Democrazia e la nascita della Repubblica,  Artese non approfitta  della  grande notorietà, dovuta alle sue rocambolesche imprese di partigiano,  per ottenere onori e vantaggi:  dopo aver fatto per alcuni anni il corbellaio, nel 1955 viene assunto dal Comune di Pistoia come spazzino e svolgerà questa mansione  fino all’età della pensione.  



La foto è stata scattata nel 2004 dallo storico pistoiese Carlo Onofrio Gori

Fonte: Comune di Pistoia

* Ricevo dal Comune di Pistoia e volentieri pubblico questo questo comunicato sull'appuntamento di stesera nel ricordo dell'amico Artese Benesperi
                     
                                                                                   

                                  COG 






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 http://www.anpi.it/media/uploads/patria/2006/9/27-30_GORI.pdf
  
 http://resistenzatoscana.it/biografie/fedi_silvano/

Aggiungo qui sotto, segnalandolo, l' immagine questo bel DVD curato da Renzo Corsini ed edito dall'ANPI Pistoia, che, tra l'altro, riporta una mia foto del 2004 ad Artese presa fuori dal Circolo Garibaldi in Corso Gramsci, durante l'intervista su Silvano Fedi che gli feci nel 2004 per un articolo su "Microstoria".






 

domenica 14 aprile 2013

Carlo Onofrio Gori. Risorgimento e...dintorni. Policarpo Petrocchi, pistoiese, letterato e patriota. 2.


Petrocchi e Pistoia

Policarpo Petrocchi, pistoiese di montagna,  amava, ricambiato, il suo borgo di Castello di Cireglio, ma non era tenero con la Pistoia del suo tempo che, rispetto a quelle che gli apparivano le glorie cittadine di alcune epoche precedenti,  giudicava insieme a Clementina:  “pettegola, maldicente iniqua”.
Con l’ abituale schiettezza  Policarpo - come ricorda in una nota Luciano Bruschi nella sua pregevole biografia -  ebbe, tra l'altro a scrivere,  ricordando in negativo anche la nostra biblioteca cittadina: “tutti si lamentano... che i signori pistoiesi tengano i loro capitali ad usura piuttosto... che impiegarli nelle industrie. Ma per sapere d'industrie bisogna essere istruiti; per essere istruiti bisogna aver studiato e per studiare ci vogliono delle buone scuole” e per dare un giudizio sulle scuole pistoiesi “c'è un sicuro termometro: basta guardare le biblioteche...Visitate la Forteguerriana la principale biblioteca...date un'occhiata a suoi cataloghi: ne venite via spaventati”.
Dopo la prematura morte dell'illustre lessicografo Pistoia cercò in qualche modo di sdebitarsi, verso un personaggio - com'è accaduto a vari pistoiesi affermati -  conosciuto in città solo dopo aver ottenuto successo fuori. Tuttavia Policarpo - come testimoniano, tra l’altro, alcuni scritti di Rabizzani -  quand’era in vita non fu mai unanimemente compreso nella sua  “patria”,  come si diceva allora. Lo avrebbe senz’altro meritato, ma indubbiamente il detto latino “nemo propheta in patria” forse vale più a Pistoia che in altre città.  Ma come accade a molti, la morte ed il tempo vengono a placare le polemiche. Alla prematura scomparsa della autore del Novo dizionario nel 1909  seguì  un commosso necrologio sul giornale socialista “L'Avvenire”.
Ma era quasi un po' scontato che sul foglio dei socialisti pistoiesi si esaltasse la figura di Petrocchi  perché questa era la voce di un partito per il quale Policarpo, pur non aderendovi, aveva avuto - come si legge nello stesso articolo - “affetto e deferenza”.
E' noto che Policarpo nella sua permanenza a Milano ed a Roma aveva conosciuto esponenti di spicco del socialismo italiano quali Filippo Turati ed Enrico Ferri e tra l’altro,  com'è stato anche ricordato qui, nel 1901, anche per tutelare i legittimi, ma disattesi interessi della gente del suo amato borgo di Castello, non aveva potuto fare a meno di intervenire, purtroppo senza successo, nelle vicende elettorali cittadine appoggiando la lista d' opposizione popolare dei partiti  socialista, repubblicano,  e radicale.  
Tuttavia in nell’occasione della sua scomparsa  anche altri giornali, non ultimo il liberale “Popolo pistoiese”, dedicarono all'illustre lessicografo vari articoli.  Nel 1909  venne inaugurato il suo monumento in Castello di Cireglio e nuovamente “Il Popolo pistoiese” dedicò  addirittura tutto  il n. 38 del 12  settembre 1909 all'avvenimento ed alla figura di Policarpo.
Molte personalità parteciparono alla cerimonia  fra le quali, come ci mostra una foto dell’epoca, quell'onorevole Morelli-Gualtierotti che Policarpo a suo tempo aveva aspramente criticato, insieme agli altri  politici del gruppo dirigente cittadino espressione del patriziato terriero,  bollandoli tutti come “corrotti ed iniqui”.
Dunque Policarpo se amava profondamente il suo borgo di Castello non era certo indulgente nel giudicare il capoluogo comunale:  una città "iniqua" amministrata da politici "iniqui"!
Da allora è passata molta acqua sotto i ponti, pensiamo che alcune cose siano cambiate in meglio, non solo per le trasformazioni portate dallo scorrere del tempo, ma anche nella sostanza.
Intanto, segno del mutare dei tempi,  la classe dirigente politica cittadina non è più, e non da oggi,  espressione del patriziato terriero. Non ho elementi per esprimere un giudizio sull’odierna idoneità formativa delle scuole cittadine, ma so che se in quell’ambito ci sono problemi, non sono solo problemi pistoiesi. 
In quanto alla Forteguerriana sono convinto che oggi Policarpo la troverebbe cambiata in meglio e non solo per i cataloghi informatizzati ed Internet, ché fine a sé stessi possono essere sinonimo di vana modernità,  ma per quanto è si è cercato di fare da vari anni a questa parte per migliorare  i servizi.
E che dire poi della città nel suo insieme? Pistoia indubbiamente è stata per lungo tempo città portata per mentalità più a conservare che ad innovare, in alcuni casi ha volto in positivo questa sua, all'apparenza non esaltante, caratteristica riuscendo, ad esempio, a preservare le sue pregevoli peculiarità storico-urbanistiche al contrario di quanto è avvenuto in città anche vicine.
Inoltre Pistoia è oggi città laboriosa ormai venutasi ad inserire, come ha ricordato, nel sollecitare la soluzione dei nostri problemi di viabilità, anche il Presidente Ciampi nella sua recente visita alla città, in una conurbazione metropolitana  che senza soluzione di continuità,  passando per Prato si spinge fino Firenze. Già Petrocchi ai suoi tempi ricordando il panorama che si gode da Castello guardando verso Firenze descriveva la veduta di   “...tre città, una pianura seminata di case, nel fondo una corona d'altri poggi famosa”. Oggi più che di una pianura “seminata” di case dovremo parlare di una piana “fitta”, se non “zeppa”, di abitazioni in cui si perdono i contorni delle tre principali città.   Infatti proprio noi che non siamo più giovani, se da Pistoia ci spostiamo verso Castello di Cireglio e, già appena la strada inizia a salire, ci fermiamo al Borghetto,  possiamo, gettando lo sguardo sulla piana sottostante,  meglio considerare questo progressivo fenomeno di urbanizzazione che dagli anni Sessanta in poi sta coinvolgendo tre province.  Speriamo che, anche per questo forzato allargamento, non solo fisico, d'orizzonte,  cui oggi contribuiscono fenomeni ben più complessi che tutti abbiamo sotto gli occhi e che coinvolgono tutto il Paese, come la globalizzazione, l’emigrazione a livello internazionale,Internet  e  la diffusione planetaria dell'informazione, e così via, la città abbia superato certi suoi tratti  provinciali e municipalistici e sia oggi un po' meno “pettegola” e “maldicente” di come la giudicava allora Petrocchi.
Mi sovviene tra l'altro che proprio Pistoia, alcuni anni fa, in una delle annuali classifiche nazionali sulla qualità della vita stilate da giornali e da vari organismi, raggiunse il primo posto per la cultura. Il fatto che essa, come ora mi suggerisce qui Ottanelli, abbia quasi subito perso questo suo “primato” culturale del quale era stata forse troppo benevolmente accreditata, non mi esime dal pormi questa domanda: i pistoiesi, al di là della ristretta cerchia degli studiosi, cosa sanno oggi di Policarpo e degli altri loro illustri concittadini ai quali sono stati intitolati vie piazze e monumenti?
Policarpo è stato alcune volte ricordato in quest’ultimi cent’anni in particolare nel 1952, Cinquantenario della morte, anno nel quale sembrava - almeno a stare all'appassionato articolo di Bottiglioni apparso sul “Bullettino storico pistoiese” - permanere vivo il ricordo del suo celebre Novo dizionario sul quale generazioni di italiani  si erano addestrate a scrivere e parlare una lingua comune e tuttavia, anche se  neppure sei anni fa si tenne qui in Pistoia un importante Convegno sulla sua figura,  sono convinto che ancora oggi molti dei pistoiesi che con le loro auto passano sul trafficatissimo  viale Policarpo Petrocchi, del quale tutti - anche chi non guida - conoscono l'ubicazione, non sanno bene però chi sia Policarpo e cosa abbia fatto. Forse a molti manca il tempo e la voglia di farlo. Troppo frenetiche, non si finirà mai di dirlo abbastanza, sono le attività odierne e non sempre ispirate da quegli alti ideali che sostenevano l’azione di Policarpo.
Anche per questo la Forteguerriana, per l'impulso del suo attuale direttore Maurizio Vivarelli,  collaborando fattivamente con gli enti ed associazioni presenti a questo Convegno, ha colto l’ occasione degli anniversari petrocchiani, come un momento importante per tornare a parlare di Policarpo alla città, ma non sola ad essa. Pensiamo in qualche modo di esserci riusciti.
Ricordiamo i messaggi di illustri personalità quali il Presidente della Repubblica, il Presidente del Senato, il Presidente della Regione Toscana e di tanti altri ancora, fra i quali numerosi studiosi, che con convinto entusiasmo hanno accettato di far parte dei Comitati d’onore e scientifico delle celebrazioni petrocchiane contribuendo a conferire a livello nazionale a queste nostre manifestazioni pistoiesi un autorevole carattere di ufficialità ed un notevole spessore culturale. Ma ne abbiamo avuto sentore già dall' appassionata partecipazione di un folto pubblico, composto non solo da paesani di Castello, alla Festa popolare per l'inaugurazione del restauro al suo monumento svoltasi il 18 agosto, dalla numerosa presenza allo spettacolo teatrale Policarpo la tua Valle ti ricorda messo in scena in quell’occasione dalla Compagnia dei Semplici e replicato a Pistoia mercoledì scorso, dall'interesse che ha suscitato fra le insegnanti il corso volta ad illustrare ed approfondire la figura di Petrocchi condotto da Ottanelli, Bruschi e Chelucci, ed infine dalla consistente e competente adesione al Convegno di quest'oggi.
Vorrei anche sottolineare l’eco che queste manifestazioni petrocchiane hanno avuto sulla stampa e nell'informazione, non solo a livello locale, contribuendo a ricordare ulteriormente la figura e le opere del nostro illustre concittadino.
Anche sul sito Internet della nostra biblioteca sono da tempo comparse, a cura di chi vi parla, alcune pagine che illustrano la vita e le attività di Policarpo Petrocchi,  la cadenza di queste manifestazioni del 2002. Ed a proposito diInternet vorrei fare un piccolo inciso. Oggi questo strumento d'informazione è talmente diffuso che a molti viene spontaneo quando si trovano a studiare un argomento o un personaggio di andare su un motore di ricerca e di digitare tra virgolette un nome ed un cognome. Anch'io mi sono tolto questa curiosità digitando “Policarpo Petrocchi” ed ho avuto la sopresa di trovarmi di fronte a ben sette pagine di links.
Linksnon solo dedicati ad aspetti  toponomastici – ci sono tantissime vie intitolate Policarpo Petrocchi in molte città, e già questo è un segno della notorietà del personaggio  –  ma dove tutt'oggi  non pochi si scambiano informazioni e discutono  sul Novo dizionario e su altri aspetti dell'attività petrocchiana. 
Insomma Petrocchi è ancora “vivo” e tutto questo ci fa molto piacere, tra l'altro, attualmente, sulle prime pagine di vari motori di ricerca, a proposito di Policarpo Petrocchi, viene messo in evidenza il nostro convegno odierno. 
Ma non c'è solo Internet, anzi questo strumento è solo la parte emergente ed emersa dell'iceberg dell'informazione alla cui base, per essere utile e produttiva, è ancora oggi necessario un vasto e profondo lavoro di studio e di ricerca su libri e su documenti. Infatti, a questo proposito, un altro mezzo per concorrere alla conoscenza di Policarpo è la valorizzazione e la divulgazione dei documenti conservati nel Fondo Petrocchi della nostra biblioteca e acquistati  - come testimonia il carteggio che va dagli anni 1954 al 1974 - per il tramite del nipote Arrigo Petrocchi.
Dei documenti di Policarpo e della famiglia Petrocchi  è stato egregiamente prodotto da Daniele Cianchi un inventario informatizzato di tutto l’archivio strutturato su vari livelli di analiticità a seconda della natura del materiale da trattare; il database usato è l’applicativo di ISIS già utilizzato dalla biblioteca per la descrizione dei carteggi, articolato in varie maschere a seconda del tipo di materiale da trattare: principalmente quella per i carteggi, per i manoscritti, per le opere a stampa, e per il materiale vario.
L’archivio della famiglia Petrocchi, che comprende le carte di Policarpo, Carlo, Guido e Arrigo, si presenta in modo abbastanza ordinato, condizionato entro 6 scatole di uguale fattura, altre 2 buste contenenti il carteggio di Carlo, una busta contenente carte del sec. XVIII acquistate da Arrigo sui mercati di antiquariato, altre carte sciolte contenute entro un'altra busta, un album di fotografie e poco altro; di questo materiale esistono degli elenchi dattiloscritti, e per ogni scatola le fotocopie delle camice dei vari fascicoli.
Passando ora alla stesura di alcune statistiche sui materiali reperiti, si può dire che si ha una prevalenza dei carteggi: oltre ad una lettera di Policarpo al padre Luigi datata 1869 ed una della madre Carolina Ieri a Policarpo datata 1875, molto corposo (nonché struggente dal punto di vista del contenuto) è quello tra Policarpo e la consorte Clementina Biagini, limitatamente agli anni 1872-76 (tot. 4 lettere di Policarpo a Clementina - l’ultima è del 1899, e 143 lettere di Clementina a Policarpo); quindi il carteggio tra Policarpo ed il collaboratore Paolo Bardazzi risalente agli anni ’90 dell’800 (67 di Policarpo a Paolo, e 13 di Paolo a Policarpo); esiste inoltre una copia della lettera di Emile Zola a Policarpo datata 1879, e 4 lettere di Policarpo al figlio Carlo degli anni 1899-1902; infine altre 8 lettere scritte da Policarpo tra le quali una intestata a Franco Fedi datata 1895.
Interessante il carteggio tra Guido Petrocchi (morto nella prima guerra mondiale) e la fidanzata Lucy Zenker (26 di Guido a Lucy ed una di Lucy a Guido, degli anni 1914-15). Sono presenti inoltre altre 49 lettere degli anni 1879-1959, tra le quali spiccano una probabilmente dello scultore russo Rodcenko allo scultore pistoiese Lorenzo Guazzini datata 1912, una di Gabriele D’Annunzio a Felicina Petrocchi datata 1916, una di Gabriele Carnazza a Benito Mussolini del 1923, ed una della Società statunitense dedicata a Policarpo del 1952.
Segue quindi il corposo carteggio relativo a Carlo Petrocchi, composto per lo più da lettere a lui inviate da varie personalità della politica in occasione delle varie promozioni da questi ottenute durante la sua carriera ministeriale, databili dagli inizi del XX secolo fino alla sua morte, avvenuta nel 1959 (337  lettere a Carlo spedite da personalità quali Adolfo Berio, Filippo Turati, Alessandro Chiappelli, Arturo Carlo Iemolo, Lorenzo Guazzini, Paolo Studiati, Ivanoe Bonomi e Furio Diaz, e 22 lettere spedite da Carlo).
Infine esiste un piccolo carteggio afferente ad Arrigo Petrocchi, dalla fine deli anni 1950 agli anni ’80, composto da 13 lettere ricevute ed una inviata. Fra le curiosità: una fotografia con dedica di Giosuè Carducci datata 1930 (record 854).
Passando alla descrizione di altri manoscritti, sostanzialmente opere letterarie, contenute nell’archivio, sono presenti: una copia della cronaca di Felice Petrocchi, al secolo Pietro, frate del convento di Giaccherino, datata 1708; 11 manoscritti di opere scientifiche di Antonio Maria Matani della metà del ‘700, un ms. di Giordano Riccati al Matani degli stessi anno; appunti del Matani presi in occasione di lezioni universitarie tenute da Domenico Gotti e da Giovanni Battista Caracciolo.
Relativamente alle opere di Policarpo Petrocchi, abbiamo dei manoscritti non datati: “Il mio paese”; memorie per la redazione de “Il mio paese” e “Note al Mio paese”; La valle Intragna; Una gita a Tivoli, I Vespri; Ideale e reale; Il nuovo Giaufré Raudel (2 versioni); Dante Alighieri (2 versioni); “Un nodo scorsoio”; “Una giornata della nonna Teresa”; “Iride”; “Il duello. In morte di Felice Cavallotti” (a stampa); testo per la lapide di Giosuè Carducci scritto da Stefano Grosso; “Lingua parlata. Il nonno in collera”; “Nota alla visita del Carducci. La polemica Rizzi-Carducci”; “Una visita del Carducci a Cireglio”; “Per la mia difesa” (2 copie); “Lingua - vocaboli imposti d’autorità”; 2 ms. di versi vari ; 3 ms. privi di titolo.
Fra le opere datate troviamo: Garibaldi a Gavinana (1869, della quale è presente anche la bozza di stampa); Al pittore Francesco Hayez nel suo ottantesimo anniversario” (1870); sonetto Al re d’Italia (1881); Un saluto barbaro alla gentile Lina nel suo giorno onomastico (1882); dattil. Giosuè Carducci - impressioni e memorie (1882); Lo schiaccianoci  (2 versioni, 1883); Ipnotismo (4 versioni, 1887); Chiacchiere serali - La religione nelle scuole (anni ’90); Esposto al Comune di Pistoia concernente la strada da Cireglio al Castello (1893 ca.); sonetto a Lorenzo Luchetti (1900); versi per Clementina (3 quaderni, 1873-75 e 1901); 4 diari (1878-1902, dei quali esistono 2 copie dattiloscritte dal nipote Arrigo); 3 quaderni di appunti (anni 1880, di cui uno s.d.); 7 quaderni copialettere degli anni 1872-98.
Il Fondo contiene inoltre: versi poetici di Clementina Biagini (s.d.); 31 fascicoli (1883-1951) di  documenti legali; due alberi genealogici della famiglia Petrocchi; ritagli di giornale, dalle riviste “Il Pistoia”, “Il Risveglio”, “Corriere Pistoiese”, ”Corriere della Sera” (tra i quali alcuni relativi allo Stato libero di Cireglio, 1897-1943)
Oltre a ciò l'archivio consta di: 6 ritratti fotografici di Policarpo; 12 fotografie relative all’Asilo intitolato a Carlo Petrocchi; 3 fotografie relative ad iscrizioni dettate da B. Lazzerini esistenti nell’oratorio di S.Donato de’ Petrocchi a Stazzana (con ritr. Di F. Turati e T. Galimberti); un album di fotografie sui funerali di Guido Petrocchi (1915), ed alcuni articoli di Carlo Petrocchi, 4 libri di versi (1896-1952), due quaderni di bozzetti (1900-28); Massime più o meno morali (1916-50); 2 quaderni di memorie (1924-55); Pro memoria: per la verità e la giustizia (1951); Funzionari fascisti e “Memorie di un burocratico (2 copie, s.d.); La legislazione italiana sulle bonifiche (1953-57, a stampa); Carlo Petrocchi e Vilfredo Pareto, una polemica sulla teoria della miseria crescente pubblicato da L. Iraci Fedeli su “Mondo operaio” del 1963; 2 fasc. di carte e fotografie varie
Inoltre 4 inventari dei mss. di Policarpo fatto da Arrigo, con elenco anche degli articoli di giornale (1954); 3 elenchi dattiloscritti di appunti per una sua bibliografia (dal 1876 al 1952); 2 elenchi dattiloscritti di appunti di Arrigo per una biografia di Policarpo; il carteggio relativo all’acquisto da parte della biblioteca delle carte Petrocchi (1954-74); comunicazioni tra Arrigo e Sabino Cassese per la pubblicazione di opere di Carlo (1983-84); vari appunti di Arrigo (1984); carte varie relative a Policarpo.
Infine una lettera di Augusto Mancini a Luigi Petrocchi Vani tentativi (1924, a stampa); Unguibus er rostris, appello di L. Farinati degli Uberti a Mussolini (1930, a stampa); varie incisioni e immagini di personaggi del passato; Statuto della Soc. operaia di mutuo soccorso di Cireglio, certificato di ammissione del socio onorario Carlo Petrocchi, 1923; una medaglia della Società statunitense di mutuo soccorso con l’effigie di Policarpo.
Nell’ambito delle iniziative per queste celebrazioni, collateralmente a questo  Convegno è stata, inoltre, allestita nei locali della Biblioteca Forteguerriana, a cura di chi vi parla e di David Mariani, una Mostra.
Una mostra piccola, considerato lo spazio disponibile, ma crediamo significativa, che ripercorre le tappe fondamentali della vita di Policarpo Petrocchi.
Questo itinerario è stato suddiviso in otto sezioni, infatti, il materiale esposto corredato da altrettante schede tematiche, cerca di illustrare e di dare particolare rilevo a quattro aspetti della vita e dell’attività di Policarpo: il Petrocchi insegnante ed autore di libri per la scuola, il Petrocchi lessicografo, autore del Novo Dizionario della lingua italiana, il Petrocchi letterato, il Petrocchi pacifista.
Nella prima sezione titolata: 1852 Policarpo nasce a Casello di Cireglio, nella quale si parla dei genitori e dell’infanzia del Petrocchi, abbiamo pensato di inserire due foto dell’epoca, che raffigurano la casa natale del letterato pistoiese, e il Casello di Cireglio, borgo al quale Policarpo Petrocchi fu sempre molto legato, anche se passò gran parte della sua vita lontano dalla Toscana.
Nella seconda sezione titolata: 1872 inizia l'epistolario con Clementina, ci soffermiamo sulla vicenda del rapporto personale tra il lessicografo pistoiese e Clementina Biagini. Un rapporto amoroso, inizialmente difficile e contrastato dalle convenzioni e dalla morale pubblica, fra un giovane e promettente studioso ed una donna sposata e con una figlia, che tuttavia segnò positivamente la vita di entrambi, allietata dalla nascita di ben sei figli. Qui sono state esposte due lettere, una spedita da Pistoia nel 1872 da Clementina a Policarpo, nella quale veniva descritta la passione che la donna ebbe per l'amato, anche con brevi cenni sul carattere del Petrocchi, l’altra, invece, spedita dal lessicografo a Clementina nel 1976.
Abbiamo notato, dall’inventario del Cianchi, che le lettere spedite da Clementina a Petrocchi erano molto più numerose, esattamente 143, di quelle spedite dal lessicografo alla amata, solo 4. In più in questa sezione abbiamo esposte delle foto che raffiguravano Policarpo con Clementina e la famiglia.
Nella terza sezione titolata: 1875 inizia sua attività al Collegio Militare di Milano, viene descritta l’appassionata attività di insegnante che il Petrocchi svolse per tutta la sua vita. Qui sono state esposte una foto del Petrocchi risalente alla sua permanenza a Milano ed alcuni dei suoi testi letterari-didattici del medesimo periodo come: Antologia italiana di prosa e di poesia: per le scuole elementari superiori, primi corsi militari, commerciali, ecc., Milano, Fratelli Rechiedei, 1886; In casa e fuori: libro d’istruzione e di educazione: racconto dialogico illustrato in cui sono spiegati e commentati circa 2000 vocaboli per la lingua e le idee, Milano, Fratelli Treves, 1886; La Grammatica della Lingua Italiana per le scuole elementari e superiori, Milano, Fratelli Treves, 1887;Grammatica della lingua italiana di Policarpo Petrocchi: per le scuole ginnasiali, tecniche, militari, ecc.,Milano, Fratelli Treves, 1904; La grammatica italiana, prefazione di Aniello Fratta, Sorrento, F. Di Mauro, 1992; La religione nelle scuole: chiacchiere serali, Milano, Fratelli Dumolard, 1895.
La quarta sezione è titolata: 1879 grande notorietà gli viene data dalla traduzione dell’Assomoir di Zola. Questa sezione tratta, appunto, del Petrocchi traduttore, saggista, conferenziere in prestigiosi circoli culturali e autore di una notevole produzione letteraria. L’opera più importante che qui è stata esposta è la traduzione dell’Assomoir di Zola che gli dette grande notorietà nazionale e internazionale. In questa sezione sono, quindi, presenti: L’Assommuar; traduzione in lingua italiana parlata dei prof.ri Petrocchi e Standaert; prima traduzione autorizzata dall’autore; con illustrazioni eseguite in Italia su fotografie mandate da Parigi, Milano, G. Pavia & C., 1880; Nei boschi incantati: novelle,illustrata da Carlo Chiostri, Firenze, R. Bemporad & Figlio, 1924;Dell’opera di Alessandro Manzoni letterato e patriota: discorso storico critico,Milano, Fratelli Rechiedei, 1886; La leggenda della bella Xita novella fiabesca; aggiuntovi Giovannino dalle penne d’oro, illustrazioni di C: Chiostri, Firenze, Bemporad & Figlio, 1924; Lettere toscane: racconti ameni, Milano, Tip. Giac. Agnelli, 1879; Il mio paese, curato e illustrato da Sigfrido Bartolini, con nota di Arrigo Petrocchi, Pistoia, Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia SPA, stampa 1997; La prima giovinezza di Alessandro Manzoni (1785 – 1806): con notizie tratte da documenti inediti e con vari ritratti, Firenze, G.C. Sansoni, 1898; Teatri vernacoli e teatro popolare italiano: memoria / letta al terzo Congresso drammatico di Milano da Policarpo Petrocchi; seguita in una commedia in quattro atti in lingua impossibile, Milano, Francesco Vallardi, 1881.
La quinta sezione titolata 1880: fonda la Società Onore e Lavoro dimostra il grande amore che   l'illustre lessicografo ha sempre avuto per il suo paese natale, il Castello di Cireglio, dove ritornava ogni estate con la famiglia per passare le meritate vacanze. Spinto da questo sentimento di forte affetto fondò la “Società Onore e Lavoro” per dotare il piccolo borgo dei servizi e delle infrastrutture necessarie ad una vita dignitosa.
In questo contesto possiamo trovare l’esposizione dello Statuto della Società Onore e Lavoro, Pistoia, Tip. Niccolai, 1880; quindi gli Statuti fondamentali della Società Policarpo Petrocchi di mutuo soccorso,  West Pittston, Pa., Philadelphia, La voce del popolo, 1907, e una suggestiva medaglia della stessa associazione americana a lui intitolata da emigrati della montagna pistoiese.
Nella sesta sezione titolata 1891 inizia il Thesaurus / 1894 esce la prima dispensa del Novo Dizionario viene mostrata l’opera più importante di Policarpo Petrocchi il Novo Dizionario, che venne considerato per lungo tempo il vocabolario della lingua italiana per antonomasia, ed infatti, ancora nel 1952 veniva scritto: “non vi è italiano, anche di modesta cultura, che non conosca ed adoperi anche oggi con il massimo profitto il Dizionario universale di Policarpo Petrocchi.”
Come detto, le opere esposte in questa sezione sono: Nuovo dizionario universale della lingua italiana, Milano, fratelli Treves, 1887; Thesaurus: enciclopedia manuale illustrata, Milano, Vallardi, 1891; Dante Alighieri: (dalThesaurus), Milano, Antonio Vallardi, stampa 1921.
Nella settima sezione titolata: 1895 a Roma in una trattoria ha un forte diverbio con il Carducci a proposito della figura e delle opere di Crispi / significativo il libro pacifista Le Guerre, sono state messe in risalto le amicizie importanti del personaggio Petrocchi, come quella con Carducci, e il suo accanito pacifismo e la sua insoddisfazione per la politica condotta del Presidente del Consiglio Crispi. L’opera esposta è  Le Guerre, Milano, Carlo Aliprandi, stampa 1899, con il quale Policarpo vinse il Premio Siccardi, devolvendone l’importo all’allestimento di opere pubbliche a favore di Casello di Cireglio.
Nella ultima ed ottava sezione titolata: 1902 Policarpo muore il 25 Agosto a Castello di Cireglio, si evidenzia  il momento della scomparsa del grande lessicografo pistoiese, avvenuta durante la tradizionale festa d’agosto del suo piccolo paese, come chiusura un percorso di vita che aveva visto le sue tappe più importanti svolgersi lontano dalla pur tuttavia mai dimenticata Toscana.
Qui abbiamo esposto due giornali locali: “L’Avvenire”: giornale socialista del  Circondario di Pistoia,  a.2, n.35 (31 Ago.1902), e “Il popolo pistoiese”, a.30, n.38 (12 set.1909), affiancati dal suggestivo modellino del monumento eretto nella piazza principale del Castello di Cireglio opera dello scultore Lorenzo Guazzini.
Infine a corredo di questa nostra Mostra, della quale sarà fra breve visibile sul sito Internet della biblioteca anche una versione “digitale”, oltre una recente riedizione di una Grammatica petrocchiana, sono state esposte altre importanti odierne opere critiche su Policarpo, non poche di relatori presenti a questo nostro Convegno. 
Vorrei concludere ricordando che a queste Celebrazioni del 2002 faranno seguito altre iniziative,  dalla pubblicazione degli Atti di questo Convegno, alla pubblicazione dell'Inventario e alla cerimonia di intitolazione a Policarpo Petrocchi della scuola elementare di Cireglio.
Tutte queste iniziative che ci hanno visto, e spero ci vedranno anche in seguito, collaborare tutti insieme in modo proficuo, vogliamole considerare anche come una sorta di significativa “riparazione”, della città, delle amministrazioni e delle istituzioni culturali, verso uno dei suoi concittadini più illustri per “felice ingegno, forte capacità di lavoro e grande onestà intellettuale e morale”.
                                                                                     
           
                              

                            Carlo Onofrio Gori
                                 





       

Riporto questo mio intervento pronunciato al Convegno su Policarpo Petrocchi del 7 dicembre 2002 e poi pubblicato sugli "Atti" da me curati insieme ad Andrea Ottanelli.

Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.






mercoledì 10 aprile 2013

C.O.Gori. Storia. Seconda Guerra Mondiale. Deportati


La Lapide ai deportati collocata nella Stazione di Pistoia

Dopo l'8 settembre 1943  oltre un milione di soldati italiani che si trovavano in patria o all’estero, tra Francia, Iugoslavia, Albania, Grecia e isole dell’Egeo, vennero catturati e disarmati dai tedeschi ed in più di 600.000 mila finirono nei lager.
Anche sessanta militari di Pistoia subirono e condivisero questa sorte; per tutti riportiamo alcuni passi tratti da una testimonianza di Arnaldo Carobbi, allora militare in città: “Quando i tedeschi arrivarono al Distretto … Fummo costretti ad ammassare le armi nel piazzale…poi…incolonnati, senza nessun equipaggiamento…come pecore…fummo portati alla caserma Marini…Il giorno dopo … ci portarono a Firenze, ammassandoci nello stadio. Eravamo diverse migliaia…. Per noi cominciò il momento delle scelte difficili. Un ufficiale della Milizia … ci pose il primo dilemma impegnativo. Avremmo dovuto, secondo lui, accettare di entrare nella nuova Milizia fascista a fianco dei vecchi alleati nazisti e così saremmo rimasti in Italia; altrimenti i tedeschi ci avrebbero … deportati nei lager in Germania o in Polonia…i primi cento-centocinquanta avevano attraversato il campo era un po’ penoso guardarli…Poi all’improvviso si misero a cantare gli inni fascisti e allora scattò in quasi tutti noi  una molla di rabbia mista a vergogna, urlando la nostra decisione di rischiare piuttosto la deportazione che andare verso coloro che ci parvero i fascisti…. Ci portarono alla stazione ferroviaria e fummo caricati in cinquanta-sessanta per vagone, chiusi, senza vitto, coperte o altro. Iniziò così un viaggio terribile verso una meta infame e sconosciuta” (53).   
I nostri militari catturati non furono mai considerati come prigionieri di guerra, ma vennero classificati come “internati militari italiani” (IMI), il che comportava l’obbligo al lavoro forzato e l’impossibilità di poter usufruire dei controlli della Croce rossa internazionale e della tutela contemplata dalla Convenzione di Ginevra del 1929, firmata anche dalla Germania, che imponeva un trattamento umanitario.
Anche durante la loro prigionia nei lager tedeschi i nostri militari internati furono continuamente invitati, in cambio della loro liberazione, ad arruolarsi sia fra le truppe germaniche, sia, soprattutto, nelle forze armate della Repubblica sociale italiana. La stragrande maggioranza degli IMI oppose un categorico rifiuto a qualsiasi collaborazione rassegnandosi alle loro tragiche condizioni di vita.
La Resistenza nei campi di prigionia è costata, come confermato dai registri dei decessi compilati dai tedeschi in ogni lager, il sacrificio di ben 78.216 caduti.
Ma non solo i  militari dovettero sopportare gli effetti della occupazione tedesca di un Paese considerato “traditore”: nell’ Italia occupata, dal 1943 al 1945, poterono essere pienamente applicate le aberranti teorie razziste e politico-totalitarie del nazismo. 
Furono circa 40.000 gli italiani che vennero strappati dalle loro case dalle truppe tedesche di occupazione, spesso col supporto di militi della Repubblica Sociale, e deportati nei Lager che i nazisti avevano allestito in tutta Europa per l'eliminazione fisica di milioni di uomini, di donne e di bambini: ebrei, zingari, omosessuali, Testimoni di Geova, oppositori politici.
Fra i deportati italiani, quasi 10.000 furono gli ebrei e circa 30.000 i partigiani, gli antifascisti, i lavoratori, questi ultimi arrestati in gran parte dopo gli scioperi del marzo 1944. Soltanto uno su 10 poté tornare: il 90%  venne annientato dalla efficiente macchina di sterminio hitleriana.
A tutti loro e ai cittadini pistoiesi deportati, l'Amministrazione comunale di Pistoia, su invito dell'Associazione ex internati, ha dedicato questa lapide.
Inaugurata nel corso di una imponente e significativa manifestazione, tenutasi il 25 aprile 1994, la lapide posta alla stazione ferroviaria così recita: "Ai pistoiesi che non fecero ritorno nella loro città dai campi di deportazione e di internamento 1943 1945. Pistoia li ricorda con la speranza di un mondo senza più reticolati. 1994. La Città di Pistoia."
Il disegno di un filo spinato sottolinea significativamente queste parole.
                                                                
                                                                Carlo O. Gori

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53) A. Carobbi, Memoria dattiloscritta… cit., pp. 93-99. I deportati toscani nei campi di concentramento tedeschi furono circa 40.000 (di cui circa 10.000 ebrei) ed alla fine della seconda guerra mondiale solo il 10% tornò a casa. Ad esempio, nella vicina Prato, in seguito allo sciopero generale dei primi di marzo 1944 organizzato dal Comitato di liberazione nazionale contro il fascismo e la guerra, sciopero che in quella città riuscì al 100%,  furono arrestati per ritorsione circa 500 operai tessili e  deportati   nei campi di concentramento austriaci di Mauthausen e di Ebensee. Sui prigionieri militari (I.M.I.) ed i deportati civili italiani per cause politiche, razziali, religiose e sociali, soprattutto tra i libri editi in periodo più recente, ovviamente senza alcune pretesa di completezza, ci sembra giusto indicare alcuni dei titoli, che anche con particolare riguardo alle vicende toscane, ci appaiono fra i più interessanti, scusandoci per quelli che le ragioni di spazio ci impediscono di citare:  Toscana. Consiglio regionale, Un treno per la memoria [Videoregistrazione] : Firenze-Majdanek, 25-29 gennaio 2004, Firenze, Regione Toscana, 2004; Ilda Verri Merlo, La speranza tradita. Antologia della deportazione politica toscana (1943-1945), Pisa-Firenze, Pacini-Giunta regionale toscana, 1992; Memoria della persecuzione degli ebrei con particolare riguardo alla Toscana, Firenze, ANFIM, 1989; Michele Di Sabato, Il sacrificio di Prato sull'ara del Terzo Reich, Livorno, Nuova Fortezza, 1987; Nicola Della Santa (a cura),  I militari italiani internati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943.Atti del Convegno di Firenze 14/15 novembre 1985, Firenze, Giunti, 1986;  Mario Corona, Ricordare non è peccato : 1938-1944. Storia e vicissitudini di un condannato politico, Fucecchio, Edizionidell'Erba, 2000;  Minoranze, coscienza e dovere della memoria. Riflessioni recenti, 1998-2000. Documentazione storica, Napoli, Jovene, 2000; Gabriele Hammermann, Gli internati militari italiani in Germania. 1943-1945, Bologna, Il mulino, 2004; Primo Levi, Se questo è un uomo. La tregua, 29. ed.,  Torino, Einaudi, 2003;  P. Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986; Ada Neiger (a cura di), Primo Levi: il mestiere di raccontare, il dovere di ricordare. Atti del Convegno, Trento, 14 maggio 1997, Fossombrone, Metauro, 1998; Eraldo Affinati, Campo del sangue, Milano, Mondadori, 1997; Luigi Collo, La resistenza disarmata. La storia dei soldati italiani prigionieri nei lager tedeschi, Venezia, Marsilio, 1995;  U. Jona ( a cura di), Deportazione e sterminio: saggi, documenti, testimonianze, Firenze, Lito Terrazzi, 1997; A.N.E.I., Resistenza senz'armi. Un capitolo di storia italiana 1943-45, Firenze, Le Monnier,  1984;  Alessandro Natta, L'altra Resistenza. I militari italiani internati in Germania, Torino, Einaudi, 1997; G. Schreiber, I  militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945, Roma,  Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio storico, 1992; Istituto Storico della Resistenza in Piemonte, Una storia di tutti.  Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, Milano, Angeli, 1989; Nicola Labanca, Fra sterminio e sfruttamento, Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista 1939-1945, Firenze, Le Lettere, 1992; Hannah Arendt, La banalità del male, Milano, Feltrinelli, 1992; Alberto Cavaglion, (a cura di), Il ritorno dai lager, Milano, Angeli, 1993; Liliana  Picciotto-Fargion,  Per segreta destinazione, Milano,  Mondadori, 1994;  Lucio Monaco (a cura), La deportazione femminile nei lager nazisti, Milano, Angeli, 1995;   G. Tedeschi, Memoria di donne e bambini nei lager tedeschi, Torino, Zamorani, 1995; Enzo Traverso (a cura), Insegnare Auschwitz, Torino, Boringhieri, 1995; Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei in Europa, Torino, Einaudi, 1996, Un mondo fuori dal mondo : indagine DOXA fra i reduci dai campi nazisti , Firenze : La nuova Italia , 1971, Piasenti Paride, Il lungo inverno dei lager. Dai campi nazisti, trent'anni dopo, Firenze, La nuova Italia, 1973; Edeltraud Kendler-Rudolf Pekar, Mai più. Documenti e testimonianze sul lager nazista di Ebensee [edizione italiana a cura di Giuseppe Bicci], Prato-Firenze, Comune di Prato-Provincia di Firenze, 1987; Enzo Gradassi-Ezio Raspanti, Prigionieri ad Anghiari. La vicenda del parroco di Micciano e di un campo di concentramento in provincia di Arezzo, Siena-Arezzo, Protagon editori toscani-Biblioteca Città di Arezzo, 1998.


   
                          


                       Carlo Onofrio Gori







P.S.

Il Comune di Pistoia il 27 gennaio 2010, nella Piazzetta dell’Ortaggio, adiacente alla Sala, ha collocato sulle mura del vecchio ghetto una memoria ricordando così la “profuga ebrea Regina Fiser, arrestata a Pistoia il 30 novembre 1943, deportata e uccisa ad Auschwitz.







Tratto da Carlo Onofrio Gori, Guida ai monumenti delle memoria nel Comune di Pistoia, Pistoia, Edizioni del Comune di Pistoia, 2005, pp. 60-62.


E' possibile la riproduzione parziale e/o integrale di questo articolo previo consenso dell'autore o comunque citando lo stesso. Carlo O. Gori

sabato 16 marzo 2013

C.O. Gori. Storia e antropologia. Gli Etruschi ancor oggi "vivi" in Toscana, nel Casentino e nel Volterrano.

Il mio sangue etrusco...

Una recentissima e seria ricerca scientifica sulla quale ci informa un articolo de "la Repubblica" di venerdì 8 febbraio 2013 (che pubblico qui sotto), ci dice che il DNA etrusco negli abitanti d'oggi sopravvive in Italia oggi sicuramente solo in due zone della Toscana: il Casentino (AR) e il Volterrano (PI). 
Per me, in quest'epoca incerta...una certezza...finalmente! Mio nonno materno Carlo Dei, detto "Carlone", poi trasferito a Prato ai primi del secolo scorso, era originario di Bibbiena, nel Casentino e così casentinesi erano i miei bisnonni Carlo Dei senior e Letizia Biancucci e poi i miei trisavoli e così via ..via...giù nel tempo...
Ringrazio, anche a nome dei miei figli, Simona, Alberto e Lorenzo,  mio nonno materno Carlo e i suoi genitori miei bisnonni, e i miei lontanissimi antenati del Casentino per avermi quasi sicuramente dato questa origine etrusca, oggi accertata... 
di quel popolo civilissimo (oggi ritenuto autoctono) che, partendo dalla Toscana, prima dominò gran parte della Penisola, Roma compresa, e che dopo si fuse con la civiltà latina... origini etrusche lontane delle quali mi sia consentito andar fiero. 
Oggi ci "riconosciamo": grazie nonno Carlone!

                                         
              

                         Carlo Onofrio Gori                                                                                                                         






"La ricerca: a distanza di duemila anni individuati grazie alla genetica i discendenti dell' antica popolazione. I risultati smentiscono anche la tesi che risale a Erodoto: non è vero che provenivano dall'Oriente. Gli Etruschi fra noi. Da Arezzo a Volterra resiste il loro Dna.
Gli davano per spacciati già prima dell' anno zero. Invece gli etruschi sono ancora vivi,arroccati in due località della Toscana. Nella zona del  Casentino e a Volterra la storia non è riuscita a cancellare la loro presenza. E una piccola goccia del DNA etrusco passata agli abitanti  moderni.
A individuarne le tracce, con le loro particolari "lenti" capaci di leggere il genoma di duernila anni fa, è stato un gruppo di genetisti delle università di Ferrara e Firenze e del Cnr.
Il ritrovamento di tracce genetiche etrusche oggi non è il solo aspetto stupefacente della ricerca a pubblicata su “Plos One”. I suoi autori concludono anche che gli antichi Tirreni sono nati in Italia e non provengono dall'Anatolia occidentale. L'ipotesi che il popolo etrusco abbia assunto contorni propri in Lidia per poi migrare nel centro Italia era figlia di Erodoto. Dionigi di Alicarnasso al contrario sostenne l'origine italica degli autori di capolavori come il Sarcofago degli Sposi. «Un'ondata di agricoltori e allevatori dell’l'Anatolia è effettivamente migrata in Italia 5-6mila anni fa. Così si spiegano le tracce genetiche osservabili nella penisola.
Ma gli Etruschi sono eredi della civiltà vìllanoviana locale» spiega David Caramelli, antropologo dell'università di Firenze. L'origine degli etruschi e il mistero del loro tramonto sono da decenni al centro delle indagini di archeologi e storici. Ora a queste discipline si è affiancata la genetica. Con strumenti sernpre più potenti, questa scienza riesce ormai a legger nei dettagli il genoma degli uomini di oggi come di quelli antichi.
Per il Dna degli etruschisono stati usati30 campioni di ossa ritovatie nelle necropoli di Tarquinia e Casenevole, vicino a Grosseto. I frammenti dl genoma antico sono stati messi a confronto con campioni di genoma medievale  e di individui contemporanei  (370 toscani e 5mila provenienti da altri paesi mediterranei). Mentre fra gli etruschi e toscani del medio evo c’è una continuità genealogica, nessun filo lega i Tirreni con gli abitanti odierni di Firenze e Murlo (le due località del centro Italia messe sotto speciale esame).
«L'eredità etrusca - spiega Guido Barbujani, generista dell'università di Ferrara - si è probabilmente dissolta con le migrazioni degli ultimi 5 secoli». Ma la presenza del Dna dei Tirreni ha tenuto duro appunto a Volterra e nel Casentino. «Capire  il perché non fa più parte del nostro lavoro. La palla torna a storici e archeologi» conclude Barbujani.
«Ma non è strano che nel giro di pochi chilometri il Dna vari di molto. L'abbiamo già notato in Sardegna: in Ogliastra c'è una continuità fortissima con i popoli nuragici. In Gallura, 100 chilometri più a nord, nessun legame». Barbujani ricorda come sua madre, originaria di Adria, gli avesse trasmesso l'orgoglio di essere etrusco fin da bambino. «Ad Adria però non abbiamo abbiamo trovato tracce. E lei non me l’ha mica perdonato» Elena Dusi" 
(La repubblica, 8 feb. 2013)


                                   
A Simone Fagioli L'originale piace questo elemento. Luisa Rossini beh, allora anche io! sono nata vicino a Volterra!