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sabato 3 ottobre 2015

Proprio oggi sul "Corriere delle Sera" un articolo di Sergio Romano sull'' Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia (A.F.I.S.): 1º aprile 1950-1º luglio 1960

L'Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia (A.F.I.S.): 1º aprile 1950-1º luglio 1960

Non molti giorni fa, in uno dei miei post, così scrivevo su FB pubblicando anche questa immagine dell'alzabandiera italiana in Somalia apparsa sulla copertina di "Epoca" del 6 dicembre 1952 come segnalazione e premessa ad un coevo reportage con foto del giornalista Lino Pellegrini: 
"2/2 sono convalescente a casa ed ho molto tempo a disposizione: e tra l'altro soffro d'insonnia: non potendo per la postura stare molto al computer mi sono messo a rimettere a posto vecchie riviste....ed ecco che spunta questa foto relativa a un numero dedicato all'Amministrazione fiduciaria della Somalia che l'Onu assegnò nel dopoguerra all'Italia fino al 1960. Qui non ho ancora avuto il tempo, come invece ho fatto nell'1/2 su San Marino "rossa" 1945-1957 per scrivere il post: ma lo farò tra breve."
In verità il post sulla Somalia, un Paese oggi purtroppo diviso, conflittuale ed allo sbando, non è esattamente questo che pubblico qui ora: ho infatti intenzione, fra non molto e se le forze mi tornano,  di avviare su Goriblogstoria360 una breve serie di post titolata "Paesi, conflitti e migrazioni d'oggi" nel quale vorrei prendere in esame , appunto, la Somalia, insieme all' Eritrea, l'Afghanistan, la Siria, l'Irak, la Nigeria ecc.; ci sto ora studiando e fra breve in quell'ambito mi soffermerò più approfonditamente anche sulla Somalia nel post ad essa dedicato, analizzando soprattutto, ovviamente, le vicende successive di quel Paese, dall'indipendenza al tempo attuale, periodo complesso durante il quale emerge la figura del generale Mohammed Siad Barre presidente e dittatore della Somalia dal 1969 al 1991.
Oggi invece, Sabato 3 ottobre 2015, cogliendo la palla al balzo, pubblico qui una interessante nota su questo argomento dell'amministrazione fiduciaria italiana della Somalia su mandato Onu, apparsa , sul "Corriere della Sera" nella rubrica "Risponde Sergio Romano", a firma del sempre competente ed illuminante ambasciatore e ministro emerito. 
Dirò solo qui sommariamente per introdurre l'argomento che la "Somalia italiana" fu dal 1889 al 1908, un Protettorato e poi, dal 1908, una Colonia italiana. 
Nel 1936 "Africa Orientale Italiana" (sigla A.O.I.) fu la nuova e complessiva denominazione ufficiale delle colonie italiane nel Corno d'Africa nel quadro  dell'Impero Coloniale Italiano proclamato da Benito Mussolini il 9 maggio 1936, dopo l'annessione dell’ Impero etiope seguita alla conquista italiana dell'Etiopia. 
L'Africa Orientale Italiana univa le colonie dell'Eritrea e della Somalia Italiana alla quale era stato aggiunto l'Ogaden, ed era a sua volta divisa in sei governatorati: Governatorato di Amara, Governatorato dell'Eritrea. 
Nell'estate 1940, nel corso della seconda guerra mondiale, le truppe italiane occuparono la Somalia Britannica e parte del Kenia vicino all'Oltregiuba. Questi territori furono annessi alla Somalia Italiana ingrandendola ed ottenendo -anche se per pochi mesi- l'unione territoriale di tutti i Somali nella "Grande Somalia". 
Nel 1941 in seguito alla sconfitta del contingente italiano, culminata nella resa dell'Amba Alagi in Etiopia, la Somalia fu occupata da truppe britanniche, che ne mantennero il controllo fino al novembre del 1949, quando le Nazioni Unite la diedero in Amministrazione fiduciaria alla Repubblica italiana.
Ed ecco come risponde Sergio Romano ad un lettore italiano che scrivendogli dal Canada, dove dimora, gli pone questo quesito: "ho un coinquilino somalo, emigrato nel Nuovo Mondo nel 1994, quando era bambino. Gli ho chiesto la sua opinione riguardo all'Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia tra il 1950 e il 1960; e lui m'ha spiegato che, in base ai suoi ricordi personali e a quanto gli dicevano i suoi parenti, gli italiani si sono comportati «abbastanza bene» durante gli anni di questo protettorato. Ha aggiunto che fecero meglio gli italiani dei britannici, e che i problemi seri iniziarono quando gli europei lasciarono la Somalia al suo destino. E d'accordo con queste parole? Che cosa fu di preciso l'amministrazione fiduciaria italiana della Somalia? Davide Chicco"
Sergio Romano: "Caro Chicco, l'amministrazione fiduciaria della Somalia fu il premio di consolazione che l’Italia ricevette per una battaglia perduta. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando cominciarono i negoziati per il Trattato di pace, De Gasperi e il suo ministro degli Esteri, Carlo Sforza, ,si batterono con gli Alleati per evitare che l’Italia fosse privata di tutte le sue colonie. Sapevano che l'Etiopia era irrimediabilmente perduta, ma speravano che la conservazione delle altre (Eritrea, Libia e Somalia) fosse ancora possibile.Usarono tutti i classici argomenti del colonialismo italiano. L'Italia era una nazione proletaria, priva di materie prime, ma ricca di braccia e affamata di terra per i suoi figli. In Libia aveva reso coltivabili larghe zone che non avevano mai conosciuto l'aratro, creato città e borghi, costruito una grande strada, la Balbia, che si estendeva lungo l'intera costa. Se il Paese fosse stato privato delle sue colonie, la piaga della disoccupazione avrebbe frenato il processo di ricostruzione e creato una pericolosa instabilità sociale. La realtà, fortunatamente, sarebbe stata alquanto di versa, ma quello ero lo stato d'animo diffuso allora nel Paese e quelli erano gli argomenti di cui i diplomatici italiani si servivano al tavolo delle trattative. Vi fu una schiarita quando Roma e Londra sembrarono prossime a un accordo sulla creazione in Libia di due zone d'influenza: la Tripolitania all'Italia, la Cirenaica alla Gran Bretagna. Ma l'Unione Sovietica si oppose e la Libia, qualche anno dopo, divenne un regno sotto l'ala protettrice degli inglesi. Terminata male la battaglia per la conservazione delle colonie, l’Italia cercò di conquistare almeno un posto nel processo di decolonizzazione e riuscì a diventare il tutore e custode della Somalia nella fase che avrebbe preceduto l'indipendenza. Per evitare parole come «protettorato» e «mandato», fu coniata l'espressione «amministrazione fiduciaria»: e per impedire che il provvisorio diventasse permanente fu deciso che la missione italiana sarebbe durata dieci anni, dal 1950 al 1960. Palazzo Chigi, dove era allora il ministero degli Esteri, prese la cosa molto seriamente e si servi dei funzionari dell'Africa italiana ancora in servizio per creare le strutture amministrative del nuovo Stato. Una parte del personale fu formata in Italia. Gli allievi del corpo di polizia frequentarono i corsi della scuola allievi carabinieri e qualche aspirante diplomatico fece un tirocinio in ambasciate o consolati italiani. Quando giunse il momento di consegnare la Somalia ai somali, fu inviato a Mogadiscio un ministro della Repubblica. Era Giuseppe Medici, un notabile modenese di vecchio stile con il mento ornato da una piccola barba, molto elegante. Vi fu una cerimonia durante la quale la bandiera italiana venne ammainata, scrupolosamente ripiegata e consegnata al ministro che l'avrebbe riportata in Italia. Qualche tempo dopo Medici mi disse che non era riuscito a trattenere le lacrime. Così finì, caro Chicco, il colonialismo italiano."
Ma ripeto questa nota di Sergio Romano e questo post è solo un anticipo:  tornerò qui anche sulla Somalia fra non molto in una breve serie di post titolata "Paesi, conflitti e migrazioni d'oggi", intanto, qui sotto, altre foto del 1952 che illustrano quel servizio  di Lino Pellegrini. 
                            Per il resto...A presto! 

                                                         
                                                                  Carlo Onofrio Gori















domenica 27 settembre 2015

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sabato 18 luglio 2015

"Repubblica" di Cospaia (1441-1826)

Cospaia (1441-1826): tra Toscana e Umbria una “Repubblica” nata per sbaglio e vissuta sul...fumo

Tutto nacque nel 1441 dalla risoluzione di un debito sembra di 25000 fiorini d’oro (altri parlano di  14000 ducati) contratto dal papa Eugenio IV, (Gabriele Condulmer Venezia, 1383 – Roma, 23 febbraio 1447) nei confronti Repubblica fiorentina, repubblica di nome, ma di fatto già Signora sotto Cosimo di Giovanni de' Medici detto il Vecchio.  Interessante la figura di Eugenio IV, proveniente dall’ordine agostiniano, un papa austero, antinepotista, colto e raffinato amante delle arti, protettore dei poveri, che ebbe un pontificato a dir poco per varie importanti vicende, conciliari e di rapporti internazionali, perlomeno “tormentato”, al punto che, essendosi, tra l’altro, messo in urto con l’aristocrazia romana, ed in particolare i Colonna, dovette passare circa dieci anni in esilio dall’Urbe, molti dei quali trascorsi proprio nell’amica Firenze. Fatto sta che evidentemente i soldi papa Eugenio IV in quel momento non li aveva pronti e per sdebitarsi con i Medici cedette ai fiorentini, prima in pegno e poi evidentemente in modo definitivo, una piccola parte del territorio dello Stato della Chiesa ed in particolare il borgo di Sansepolcro, oggi provincia di Arezzo, con i terreni circostanti.    
Si dovettero quindi stabilire e misurare sul terreno i nuovi confini fra Stato della Chiesa e Repubblica fiorentina, cioè fra il borgo di Sansepolcro, passato ora a quest’ultima, e il borgo di San Giustino, comune oggi in provincia di Perugia, rimasto nei territori pontifici.
Ogni Stato, e qui sorse il problema, nominò una propria commissione che sul terreno, evidentemente,  non agirono di concerto poiché come linea di demarcazione venne scelto un ruscello chiamato “Rio”, ma non fu considerato che originati dalla stessa sorgente, dal Monte Gurzole, si diramano poi due torrentelli chiamati entrambi Rio, i quali, scendendo verso il Tevere, avvolgono la collinetta di Cospaia fino a una distanza massima di circa 500 metri l’uno dall’altro circoscrivendo una piccola “isola” di 330 ettari con al centro il borgo di Cospaia. I tecnici Medicei scelsero come punto di riferimento il Rio che scorre nei pressi di Sansepolcro, mentre quelli pontifici presero come riferimento il torrente Rio che passa fra San Giustino e Cospaia.
Fu così che il piccolo borgo di Cospaia, “terra di nessuno” stretta tra i due territori,  si ritrovò libero sia dal governo mediceo che da quello papalino. I due Stati in seguito si resero abbastanza presto conto dell’errore, ma non  ebbero alcun interesse a rimediarvi: tutto sommato quel piccolo territorio si candidava a  “porto franco” per lo scambio di mercanzie senza obbligo di pedaggi e dogane, insomma uno sfogo fisiologico che conveniva all’economia di entrambi. Di tutto ciò ne approfittarono  i cospaiesi che liberi da sovranità, leggi, tasse, spese, dazi e balzelli di alcun tipo si proclamarono subito indipendenti e tali rimasero per quattro secoli. Ebbero una loro repubblica, ufficialmente non riconosciuta da nessuno stato, visto che essi erano…”terra di nessuno” ed  anche una bandiera nera e bianca su striscia diagonale, ma non ebbero capi, soldati e imposte, mentre l’unica legge scritta che comparve nel paese, fu l’emblematica e significativa iscrizione che si trovava, e si trova ancora, sull’architrave della Chiesa della Confraternita: “Perpetua et Firma Libertas”. Inizialmente il territorio divenne sede per l'esercizio del contrabbando favorendo da subito  il  benessere economico dei cospaiesi rispetto alle popolazioni vicine, ma la svolta economica del paese venne intorno al 1574 quando il cardinale Niccolò Tornabuoni, tornato da una missione in Spagna, inviò da Parigi al nipote Alfonso, vescovo di Sansepolcro, alcuni semi della pianta del tabacco (dal suo cognome poi detta "erba tornabuona") e nella terra libera di Cospaia ebbe inizio la produzione del tabacco. Infatti a Cospaia non entrarono mai in vigore quelle misure prese inizialmente da molti governi contro il nuovo vizio del fumo e del fiuto del tabacco che portarono a proibirne la coltivazione. Anche i papi arrivarono a scomunicare chi ne faceva uso di tabacco e solo nel 1724 papa Benedetto XIII revocò la scomunica contro i fumatori, quando già vari governi s’erano accorti che gli ostacoli alla coltivazione della pianta erano controproducenti per le rispettive economie poiché fumare significava alimentare le entrate statali tramite i dazi.
Cospaia nel frattempo aveva ovviamente eluso tutte le proibizioni ed il tabacco, produzione lì predominante e più che mai redditizia,  aveva fatto del paese praticamente la capitale del tabacco italiano.
Tuttavia col passare del tempo la piccola “repubblica”, oltre che per questa attività, era fatalmente divenuta nota come ricettacolo e rifugio di contrabbandieri e malfattori di ogni specie e come tale non serviva più, anzi era divenuta ingombrante, sia per il Granducato di Toscana che per lo Stato Pontificio che, dopo alterne vicissitudini, il 25 maggio 1826, raggiunsero un accordo per sopprimerne l’indipendenza de facto e per incorporare quasi interamente il territorio nello Stato della Chiesa con tutto il borgo aggregato al Comune umbro di San Giustino. Ci fu un atto di sottomissione al Pontefice da parte di quattordici rappresentanti del paese di Cospaia che ebbe come compenso per la libertà ceduta il privilegio di coltivare mezzo milione di piante di tabacco, coltivazione che, sebbene da allora in poi sottoposta a forti tassazioni prima del governo pontificio poi di quello italiano, rimase una delle principali attività di Cospaia, mentre con il 1860 quando l'intera regione umbra venne incorporata nel nascente Regno d'Italia la coltivazione venne allargata anche ai comuni di San Giustino, Sansepolcro e Citerna.
Ancora oggi nelle feste popolari del borgo vengono rievocati i tempi della “Repubblica” di Cospaia e della sua "libera" coltivazione del tabacco.


    
                                 

                                Carlo Onofrio Gori