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domenica 17 giugno 2012

Carlo O. Gori. Resistenza. Il Comandante "Pippo". Convegno a Lucca Venerdì 22 giugno 2012









Sui sentieri del Comandante Pippo

06/21/2012 2:51 PM 0 COMMENTS

Ricordare Manrico Ducceschi, il mitico Comandante “Pippo” e la formazione dell’XI Zona: è questo lo scopo principale di “Per i sentieri della Libertà”. Un’interessante iniziativa organizzata dalla Anpi-Sezione Intercomunale di Lucca  per il 22 e il 24 Giugno,  con lo scopo di  “avvicinare un pubblico di non esperti ad una delle pagine più importanti della Resistenza  in Lucchesia, quella della Formazione e  soprattutto alla figura di Manrico Ducceschi, il Comandante Pippo, che operò tra il 1943-45 nel territorio a Nord di Pescia fino a San Marcello,  alla Linea Gotica, alla zona della Lima, quella di  Bagni di Lucca, il Rondinaio, dell’Alpe Tre Potenze e del Giovo”.L’iniziativa si svolgerà in due fasi distinte:  il 22 Giugno, alle ore 16:00,  nella Sala di Rappresentanza di  Palazzo Ducale a Lucca, “Maria Luisa”,  si terrà una  conferenza – incontro dal titolo “La Resistenza in Lucchesia: il contributo della formazione XI Zona e il suo comandante Pippo” a cui prenderanno parte autorità e associazioni tra cui la FIAP ( con il delegato Walter Ramacciotti) e l’ASSOARMA  (con il suo presidente Filippo Marchini) oltre che ai rappresentanti dell’Istituto storico di Lucca e di Pistoia. Ad aprire l’incontrò sarà la vice presidente dell’Anpi lucchese Paola Rossi, seguiranno gli interventi di: Laura Poggiani nipote di Pippo e dell’assessore Mario Regoli.
Gianluca Fulvetti direttore dell’Istituto storico della Resistenza di Lucca parlerà, poi, di “Guerra e Resistenza in Lucchesia”, il dottor Carlo Onofrio Gori ripercorrerà gli eventi salienti della vita del Comandante Pippo, il dottor Mario Giannini racconterà della guerra in Val di Lima e Garfagnana, infine, Carlo Giuntoli focalizzerà l’attenzione sul periodo trascorso da Pippo in Valle del Serchio. La mattina  del 24 Giugno dalle ore 10:30, organizzata in accordo con la sezione del CAI di Lucca, si terrà, invece, una gita commemorativa che partirà da Pian di Novello (nel comune di Cutigliano) per arrivare sino al Monte Poggione dove si terrà la cerimonia civile di deposizione di una corona al monumento in onore del  Comandante Pippo e in memoria dei Caduti per la Libertà .


martedì 12 giugno 2012

Carlo O. Gori. Risorgimento. Lev Ili'ič Meč'nikov in Italia. Recensione su "Slavia". 2011 - 150th Anniversary of the Unification of Italy


In due libri, il lungo viaggio del garibaldino russo-ucraino Lev Ili'ič Meč'nikov in Italia


Nel 2007 venne pubblicato, per le edizioni del CIRVI, Memorie di un garibaldino, il meraviglioso ed inedito diario-reportage di Lev Ili'ič Meč'nikov (Лев Ильич Мечников) sulla Spedizione dei Mille tradotto e curato dallo slavista Renato Risaliti (Рэнато Рисалити). 
Si trattava della raccolta degli articoli del volontario russo, ufficiale garibaldino ferito gravemente nella decisiva battaglia del Volturno (Вольтурно), comparsi nel 1861 sulla rivista "Russkij Vestnik"(Русский вестник).
Quel libro, andato col tempo esaurito, è stato quest'anno ripubblicato dalla suddetta casa editrice torinese in edizione rivista ed accresciuta col titolo Memorie di un garibaldino russo ed altri scritti.
In particolare Risaliti, pistoiese, aggiunge nelle ultime pagine della nuova edizione la copia di un significativo ed originale documento concernente l'elenco degli 8217 pistoiesi di tutte le classi sociali, clero compreso, che dal 4 dicembre 1859 al 4 aprile 1860 generosamente aderirono alla sottoscrizione nazionale lanciata dal Generale "pel fondo di un milione di fucili".
In questo 2011 a fianco delle Memorie, ampiamente recensite, sia nel  2077 che attualmente, sulla stampa nazionale, sempre a cura di Risaliti e sempre per le edizioni del CIRVI compare il libro Sull'Italia risorgimentale che riporta tre dei tanti saggi sull'Italia (gli altri scritti dell'intellettuale russo sono attualmente in via di reperimento nelle biblioteche russe e ucraine, da parte di Risaliti e dello studioso ucraino Mykola Varvarcev che Lev Ili'ič Meč'nikov scrisse successivamente al suddetto diario-reportage: Da Siena, Lettere dalla Maremma toscana e Aspromonte, articoli che ampliano il quadro dell'Italia del Risorgimento e sono coevi agli avvenimenti narrati nelle Memorie, infatti Meč'nikov fino al 1864 scriverà vari articoli e saggi sull'Italia, fra cui quello fondamentale su Francesco Domenico Guerrazzi. 
Una volta smobilitato Meč'nikov si stabilisce in Toscana (Тоскана), smette la camicia rossa di ufficiale garibaldino e si trasforma in attivo militante politico e propagandista delle idee del Generale.
In Toscana incontra la donna della sua vita, Olga Skarjatina, che era però già sposata e con una figlia e,  per poter mantenere la nuova famiglia, in questo periodo vive facendo il corrispondente dall’Italia (Италия), (sempre sotto pseudonimo, dato i suoi cattivi rapporti con l’autocrazia zarista) per riviste russe, anche arricchendo la sua collaborazione con reportage di suoi saltuari viaggi  in varie parti del mondo, dal Marocco al Giappone.
La corrispondenza Da Siena, firmata con lo pseudonimo "un garibaldino", fu pubblicata nel 1862 sulla rivista russa “Sovremmenaja letopis”, mentre le Lettere dalla Maremma toscana  e  Aspromonte furono pubblicati dalla rivista  “Sovremennik” ,  (Современник - Il Contemporaneo) fondata da Puskin e in quel periodo diretta da Nikolaj Nekrasov (Никола́й Алексе́евич Некра́сов). Questi due articoli, come altri successivi, recano la firma di Leon Brandi, una traduzione letterale in italiano del nome russo Lev Meč'nikov.
Per quanto riguarda la permanenza e le corrispondenze da Siena (Сиена) dell’intellettuale russo, le cui fonti non erano solo i giornali dell'epoca, ma anche i racconti dei suoi amici garibaldini, sparsi un po' ovunque, si sa anche che Meč'nikov fu redattore capo di un foglio della sinistra locale, “Il Flagello”, di cui oggi è rimasta sola copia. Comunque le notizie che ci fornisce nell'articolo Da Siena sono di estremo interesse perché nella storiografia locale non è rimasto quasi nulla dei conflitti politici cittadini nel primo anno post-unitario. Tuttavia, è possibile mettere in risalto quanta importanza avesse il problema di Roma Capitale e la soluzione della "questione romana" in quel momento: un dissidio lacerante, che sarà ricomposto solo circa 70 anni dopo.
Di passata ricordiamo che il conflitto Stato-Chiesa nasce in seguito all'iniziativa dei democratici guidati da Garibaldi (Гарибальди) di intraprendere la Spedizione nell'Italia Meridionale e che il successo di questa operazione costrinse Cavour e Casa Savoia a rompere gli indugi mandando la truppe regie comandate dal generale Cialdini a Napoli occupando parte dello Stato Pontificio, Lazio escluso. Questa operazione mandò in frantumi il sogno giobertiano del neoguelfismo, la formazione di una Confederazione italiana sotto la Presidenza del Papa.
Le Lettere dalla Maremma toscana, oltre ad essere uno specchio fedele dei processi economico-sociali e politici in atto in seguito all'unificazione, forniscono lo spaccato di un triste fenomeno presente un po' ovunque nella Penisola, quello del banditismo, che non fu solo un fenomeno meridionale, ma anche settentrionale. Se in Maremma nacque il mito degli Stoppa, dei Tiburzi o di tanti altri, nelle Romagne quello del Passator Cortese, ecc., fu perché il banditismo fu un fenomeno generale, un diffuso fuoco latente che copriva quasi tutti i territori del nuovo stato nazionale e che dopo il 1860 divenne in Meridione vero e proprio incendio per il noto convergere di nuovi variegati fattori di insoddisfazione politica e sociale che si sommarono a quelli endemici.
Nel terzo scritto, Aspromonte, Meč'nikov dà conto della sfortunata impresa del Generale. L’episodio, nota Risaliti, finì con una sconfitta di Garibaldi (Джузеппе Гарибальди) perché l’Eroe non aveva ben valutato le reazioni internazionali alla sua "adunata" che produsse spargimento di sangue fratricida, il fatto tuttavia servì per richiamare l'attenzione del Paese sul problema di Roma Capitale, poi risolto nel 1870 in seguito alle note favorevoli contingenze internazionali.
Il fatto però che questi articoli o saggi siano apparsi in Russia subito dopo gli avvenimenti cui si riferiscono, dimostrano, ci dice Risaliti, almeno tre cose:  primo, l'eco mondiale che circonda gli avvenimenti del Risorgimento italiano e la figura di Garibaldi;  secondo, il fatto che apparissero sulla rivista russa più diffusa, soprattutto fra la gioventù e gli intellettuali che si stavano orientando verso le teorie populiste, attesta che gli ideali del Risorgimento italiano ebbero un peso decisivo nella formazione del populismo russo e che questi scritti di  Meč'nikov vanno messi in relazione con gli scritti di Debroljubov sull'Italia e con la permanenza di importanti russi presso lo stato maggiore di Garibaldi; terzo, il mito del “brigante buono” troverà una vasta eco in Russia negli scritti di Bakunin (Бакунин), che fra l'altro era a Firenze (Флоренция) nello stesso periodo in cui c’era anche Meč'nikov.
Dopo il 1864 le corrispondenze di Lev Meč'nikov dall’Italia si interromperanno bruscamente perché il governo sabaudo colpirà l’attivista garibaldino con un provvedimento, improvviso e senza cerimonie, di estradizione: amara “ricompensa” per le gravi ferite riportate dall’intellettuale russo nella battaglia del Volturno!         


                                                                                                                                    
                                                                                
                                           
                     Carlo Onofrio Gori








Карло Онофрио Гори


Lev Ili'ič Meč'nikov, Memorie di un garibaldino russo ed altri scritti, a cura di Renato Risaliti, Torino, CIRVI, 2011, pagg. 386, Euro 29;
Lev Ili'ič Meč'nikov, Sull'Italia risorgimentale, a cura di Renato Risaliti, Torino, CIRVI, 2011, pagg. 82, Euro 9

Pubblicato in "Slavia", rivista trimestrale di cultura, a. 21, n. 2 (2012).




Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.

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Carlo O. Gori. Intellettuali e fascismo: la figura di Berto Ricci




Il "fascismo impossibile" 

dell’intellettuale fiorentino 

Berto Ricci


Alcuni libri pubblicati dagli anni Ottanta del '900 in poi hanno riproposto ad un pubblico più vasto la figura, interessante e controversa del professore fiorentino e “fascista eretico" Berto Ricci (1905-1941), poeta, letterato, matematico, giornalista, la cui memoria in precedenza era rimasta pressoché circoscritta a ristretti ambienti letterari o nell'ambito politico della destra.
Eppure Berto Ricci negli anni Trenta, con i suoi attesissimi Avvisi, che apparivano nella sua rivista "L'Universale", influenzò sensibilmente molti giovani. Il suo anticonformismo piaceva - come rilevò lo storico comunista Paolo Spriano - anche a dirigenti del PCI clandestino, come Ruggero Grieco e ad altri: ad esempio il grande “eretico” comunista russo Lev Trotzki lo citò in un articolo apparso su un giornale francese, mentre, in Italia, Benedetto Croce nei "Quaderni della Critica", nella sua generale condanna del fascismo, assolverà soltanto quei giovani fascisti alla Ricci cui "deve rendersi giustizia".
In effetti la vita di Berto Ricci, nelle sue scelte politiche apparentemente controverse, ma vissute con intensità e sofferta partecipazione, paradossalmente è stata un paradigma di rara onestà intellettuale e coerenza.
Roberto Ricci nasce il 21 Maggio 1905 a Firenze da famiglia piccolo-borghese. I suoi interessi giovanili testimoniano della sua prima contraddizione: la passione verso la matematica che lo porterà a laurearsi in questa materia nel 1926 ed ad insegnarla nelle scuole superiori e gli interessi poetico-letterari nei quali, fin dai quindici anni, fonde il mazzinianesimo e l'anticlericalismo del primo Carducci con il suo giovanile anarco-populismo. Sono versi di politica come All'Italia,Vento d'Aprile, Ode al re, o d'amore come La serenata a Lucia eAmore o in quelli cui si esalta la natura come Vento d'Aprile, Meriggio,Fiore di monte.
C’è altra, di ambito politico, e ben più importantente contraddizione nel professor Ricci: Berto, già anarchico, antifascista intransigente e severo critico della sinistra moderata, chiederà poi l’iscrizione al PNF. Non c'è tuttavia nessun calcolo utilitaristico nella sua richiesta di adesione al fascismo, che ormai, siamo nel 1927, sta divenendo "partito-stato" e quindi "regime": c’è in Ricci la consapevolezza di “volgere al meglio” un potere che si stava consolidando ed è quindi la sua un'adesione ragionata alle idee del “primo Mussolini” che avevano dato vita ad un movimento che, al suo sorgere, si era proposto come “terza via” fra comunismo e capitalismo, un contributo personale al ritorno ai presupposti fondanti di quel movimento e al superamento del successivo compromesso mussoliniano con i “poteri forti” (monarchia, industriali, agrari, chiesa, ecc.).
E' quindi la scelta di un fascista che già, fin da neofita, diventa "critico", verso la retorica “di regime” e che anzi,  proprio con l'entusiasmo del neofita, vuole riproporre i postulati sociali del programma sansepolcrista del 1919.
Scriverà Romano Bilenchi che "…per capire Berto Ricci bisogna rendersi conto che nel fascismo c'era un'anima di sinistra, …E ci nauseava il fatto che Mussolini, pur rispolverando di tanto in tanto il suo "socialismo" si cacciasse (credendo di dirigere il giuoco e in realtà finendo giuocato) nelle mani del re, del papa, della confindustria".
Quando a Ricci verrà chiesto perché non si fosse iscritto prima, risponderà infatti : “Perché ero di idee contrarie”.
Per l'opposizione del concittadino Alessandro Pavolini, in quel periodo " federale " di Firenze, Ricci avrà la tessera del partito solo nel febbraio del 1934 ( tra l'altro già nel 1935 gli verrà sospesa  per la pubblicazione di un articolo di critica ad un'organizzazione del partito) e dopo la notorietà che gli verrà da tre anni di successi de "l'Universale".
E' intensa in questo frattempo la sua attività letteraria e giornalistica. Collabora con Il libro italiano e un'antologia del 1928, Il Meglio del Petrarca, è la sua prima opera. Conosce il francese, il tedesco, il portoghese e l'inglese e, colto umanista, traduce Ovidio e Shakespeare e scrive numerosi articoli sulle espressioni della letteratura europea contemporanea.
In seguito all'incontro e all'amicizia con quelli che saranno i futuri fondatori de "L'Universale", Ottone Rosai, Romano Romanelli, Gioacchino Contri, Mario Tinti,  inizia la collaborazione con la rivista "Selvaggio" di Maccari.
Gli interventi sul quel foglio saranno caratterizzati da trentatré liriche oltre a diverse prose di contenuto anti-borghese scritte con un linguaggio ispirato alla scuola toscana, sarcastico, colorito, tagliente. Ma al di là dell' influsso dell'ambiente vociano e lacerbiano di Papini e Soffici , nella prosa di Ricci si ritrova il Carducci con la sua toscanità anti-retorica e anti-manzoniana  e si riscoprono Dante e Jacopone da Todi. Toscanità intesa come italianità essenziale, acuta e popolare, una tradizione culturale che non fosse semplice ripetizione, ma interpretazione della modernità secondo le categorie mussoliniane.
In tal senso Ricci si batterà, tra l'altro, con forza per il progetto dell’ architetto razionalista pistoiese Michelucci per la nuova stazione di Firenze e Mussolini gli darà ragione.
Ricci termina nel '29 la collaborazione con il foglio vallecchiano, ed inizia una serie di contributi su vari giornali, "Critica fascista" ed "Il lavoro fascista" che gli faranno fare la conoscenza di importanti personaggi come Bottai e Volpicelli.
E' tuttavia il 1931 l'anno di svolta per Berto Ricci, sia perché escono per Vallecchi i saggi  Errori del nazionalismo italico e Lo scrittore italiano, lodato anche da Vittorini ne "Il Bargello", ma soprattutto perché nel gennaio fonda a Firenze il bimensile, "L'Universale" con una redazione di allievi-amici: Bilenchi, Roberto Pavese, Indro Montanelli, Edgardo Sulis, Dino Garrone, Diano Brocchi e Camillo Pellizzi (oltre a quelli già ricordati).
La rivista solleva fin dalle premesse ai lettori una definitiva chiusura con tutto ciò che viene prima. Gli unici maestri riconosciuti non sono che i classici della letteratura toscana, il Machiavelli soprattutto. Niente più lacerbiani e vociani, critiche alla scuola gentiliana, erede dell'idealismo ottocentesco, sberleffi ai "fastidiosi esibizionismi" dannunziani, accuse di "passatismo" ai futuristi per la loro raggiunta accademicità.
In sostanza “L' Universale” si caratterizza come un foglio dell'ala "movimentista" di un fascismo inteso come "rivoluzione permanente", unica alternativa possibile al liberismo ed al collettivismo e sempre pronto ad attaccare violentemente, negli scritti di Ricci e dei suoi amici,  gli "sbandamenti" conservatori, conformisti e reazionari del regime e dei suoi gerarchi.
Ben presto “L' Universale” comincia a dar noia all'autorità ed a scandalizzare i moderati. Ricci scrive infatti che la Russia “...con la rivoluzione dei comunisti ha fatto bene a sè stessa” ed elogia gli italiani che avendo dato col fascismo una mazzata al liberalismo e a tutti i socialismi trasformisti, “...non possono sentirsi più vicini a Londra parlamentare e conservatrice, che a Mosca comunista... L'antiroma c'é, ma non é a Mosca. Contro Roma, città dell'anima, sta Chicago, capitale del maiale”.
Ricci tocca poi  il tema scabroso della proprietà affermando: " La proprietà inviolabile non é affatto un principio dello Stato fascista... La proprietà inviolabile é un dogma liberale non fascista, inglese e non romano: da noi proprietario é depositario e non altro...[la storia italiana ] é storia di spogliazioni compiute dallo Stato per il popolo". Si dichiara apertamente in contrasto con Gentile e la sua concezione dello Stato etico, oppure, come in un Avviso dell'ottobre 1932, "non entusiasta " del concetto di “corporazione proprietaria”, esposto da Ugo Spirito durante il Convegno di Ferrara.
Inoltre il Manifesto Realista del gennaio 1933, sottoscritto e pubblicato dal Professore e dai suoi amici, definisce sì il " ...marxismo incompatibile con la natura umana e soprattutto con la natura italiana ", ma teorizza che: "Il tramonto inarrestabile del sistema liberale esiga da una parte l'eticità dell'economia, dall'altra la graduale partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende e la fine d'ogni proletariato …  la società futura avrà a fondarsi sul dovere del lavoro e sul diritto del produttore alla proprietà nei limiti utili allo Stato; ...e l'iniziativa individuale sia da favorirsi oppure da limitarsi e reprimersi secondo lo stesso criterio ".
A tal proposito Gramsci noterà come il fascismo, pur avendo instaurato un regime totalitario senza un'opposizione politica, dovesse tenere a bada giovani critici nati dalle sue stesse fila.  E, anche in questo caso, non era una contraddizione da poco se il gerarca cremonese Farinacci dalle pagine del suo "Regime Fascista" accusasse Ricci di " bolscevismo " e se la polizia era di casa in tipografia e il sequestro del giornale fosse sempre un rischio concreto e presente ad ogni numero.
Ruggero Zangrandi a questo proposito afferma: "Non so quali protezioni avesse Ricci, se non quella che gli derivava dal suo temperamento aggressivo e dalla povertà  in cui viveva, in una casa modesta, insegnando in un liceo di Prato (il che lo costringeva a andare avanti e indietro ogni giorno) e dedicando il resto del tempo e tutta la sua energia all'impegno che si era assunto di trasformare il fascismo".
Tuttavia Ricci non era uno sprovveduto, riusciva a mantenere in vita "L'Universale" anche costruendosi amicizie importanti e creando così dei rapporti umani che lo salvarono in molte situazioni. Ad esempio, malgrado il contrasto con Gentile, collaborava alla gentiliana "Vita Nova", o ad altri fogli, più o meno allineati, come "Il Cantiere" (di "sinistra") o il "Secolo fascista"  (di "destra"): fondamentale in tal senso anche l'amicizia con Ciano allora direttore dell'ufficio stampa del duce.
Berto Ricci riteneva inscindibile il binomio Mussolini-fascismo, e Mussolini ne ricambiava la stima, leggeva i suoi Avvisi e considerava il professore fiorentino quasi il prototipo dell'italiano nuovo nato dal fascismo. Mussolini ricevette infatti a Roma gli "universali", li incitò a proseguire ed offrì loro la collaborazione a "Il Popolo d'Italia". Ottone Rosai sconsigliò Ricci di accettare, perché probabilmente intuiva il tentativo da parte del duce di controllare direttamente gli "eretici", forse puntando alla chiusura de "L'Universale", rivista interessante, ma certo troppo aggressiva per quei “finanzieri, industriali e borghesi che in fondo, davano a Mussolini la possibilità di governare”.
Berto non è un ingenuo comprende le intenzioni di Mussolini, ma lo stima troppo per non accettare e quindi comincia a scrivere sul "Popolo d'Italia".
Tuttavia la diffidenza di Rosai, risultò ben motivata: già nel '35, in seguito ad ulteriori polemiche arriverà un primo provvedimento di censura de “L'Universale".
Nel frattempo Ricci, che si era sposato nel 1932 e insegnava all'Istituto Tullio Buzzi di Prato, allo scoppio della guerra d'Etiopia sente l'obbligo morale di partire come semplice volontario: " i suoi compagni seppero – noterà l'amico Paolo Cesarini – che era un professore soltanto quando i superiori comandi lo inviarono d'autorità a seguire un corso ufficiali a Sanganeti".
Dal giugno all'agosto 1935 Bilenchi, il suo piu' vicino collaboratore, lo sostituisce nella direzione de “L'Universale" non attenuando i suoi toni polemici della rivista, ma la guerra e l'unanimismo preteso in tali frangenti da Mussolini, contribuiscono alla chiusura del giornale, che avviene il 25 agosto 1935.
Ricci accetta gli ordini del duce e congedandosi dai lettori scrive: " questo giornale finisce quando deve finire, quando il suo desiderio di battaglia e di grandezza trova appagamento nel valore del capo".
Un successivo progetto di varo de "La Tribuna dell'Universale" fallirà sia per ritrosia di Ricci ad insistere presso Mussolini, sia per la sua vincita di un concorso alla cattedra di matematica all’istituto tecnico-industriale "Vittorio Emanuele III” di Palermo.  Il trasferimento in Sicilia, non interruppe tuttavia la partecipazione alla vita politica e culturale del giovane reduce attraverso la rubrica Bazar sul "Popolo d'Italia" ed articoli sulla rivista di Giuseppe Bottai "Critica Fascista". 
L'importante lettera circolare ai collaboratori de “L'Universale" del 3 aprile 1938 (l'anno delle leggi "in difesa della razza") scritta per annunciare il tentativo (poi fallito) di rinascita della rivista  offre ulteriore testimonianza del pensiero dello scrittore fiorentino.
Riguardo la Germania nazista scrive Ricci: “Rispetto e simpatia per la nazione tedesca... avversione assoluta all'ideologia razzista e specialmente a qualunque sua introduzione in Italia”.
Sulla giustizia sociale dice: "Un socialismo di Stato anche attuato completamente e cioè una politica di "assistenza" sarebbe semplicemente semplice demagogia... bisogna ricreare l'antitesi Fascismo-Capitalismo... finché non si organizza su nuove basi la produzione e non solo la ripartizione, si resta nel sistema borghese...".
Sul diritto di critica così si esprime: “Affogare nel ridicolo chi vede nella discussione il diavolo; chi non capisce la funzione dell'eresia; chi confonde unità ed uniformità... muoversi saper sbagliare. Sapere interessare il popolo all'intelligenza... libertà da conquistare, da guadagnare, da sudare... una libertà come valore eterno, incancellabile, fondamentale”.
Ma in giro qualcosa sta cambiando: si agitano nuovi venti di guerra e alcuni dei più stretti collaboratori di Berto ormai cominciano perdere  fiducia nella possibilità di riportare il fascismo alla sue origini “rivoluzionarie”.
Indro Montanelli lo va a trovare a Firenze e francamente glielo dice. Ricci l'ascolta "…senza mostrare né sorpresa né indignazione" e poi gli risponde: "Queste sono faccende in cui s'ha da vedersela con la propria coscienza e nessuno può essere d'aiuto a nessuno…pensa a quelli che per restare coerenti con le nostre idee ci sono rimasti…e pensa che se imbocchi quella strada devi batterla fino in fondo, fino al confino, sino all'esilio: questo solo ti chiedo, di poter stimare come avversario, visto che devo cessare di stimarti come amico e alleato. Perché per me, purtroppo il problema non si pone, sebbene le mie delusioni non siano state meno gravi delle tue: sono già convertito e non mi posso riconvertire per la seconda volta".
Romano Bilenchi che lo aveva incontrato per la stessa ragione, così racconta il loro colloquio alla vigilia della partenza di Ricci, per la seconda volta, come volontario per la guerra:  « "Tu sei comunista " mi diceva …"Io dico quel che ho detto sempre" gli rispondevo "e quel che sempre hai anche tu. Non siamo stati certo noi a tradire". "No" replicava, "bisogna che ci sia qualcuno che faccia il proprio dovere fino in fondo. Io non cambio, queste sono le mie idee". E io ribattevo…"…Io non mi sento di far deleghe a chi mi parte dal verde e mi arriva al turchino". Ma non c'era verso  di fargli cambiare idea: non credeva più ma voleva esser fedele a quello in cui aveva creduto. E ripeteva che andava a combattere contro gli inglesi  di fuori per aver poi il diritto di eliminare tutti gli "inglesi" di dentro. Sapevo che non sarebbe tornato. Non tornò"».
Infatti Berto fu uno dei pochi privilegiati che muoiono nel momento "giusto":  alle 9.30 del 2 febbraio del '41 a Bir Gandula, Cirenaica, venne colpito da uno "Spitfire"  inglese mentre, “triste e calmo”, guidava la sua batteria antiaerea.
Moriva a così a 35 anni, risparmiato all'esperienza di Salò (o della Resistenza?!) uno dei maggiori esponenti del fascismo "di sinistra", quel tipo di fascismo che traeva le proprie origini dalle istanze nazionali, repubblicane, sindacaliste, futuriste, del programma sansepolcrista (una “terza via” fra socialismo e capitalismo) che farà definire a Togliatti nel 1948, rivolgendosi ai superstiti di Salò, come "dovuta per gran parte a malinteso la convinzione che fra noi e una massa ingente di giovani fascisti – esistesse – una distanza enorme". Occorre osservare tuttavia che forse ciò che rendeva “breve” la distanza fra queste due opposte sponde era, oltre al medesimo “sentire sociale”, la comunanza nella devozione per un “capo”, per uno “stato forte”, per un “partito forte”:  in sostanza la vocazione al “totalitarismo”. 
In effetti molti coetanei di Berto, come lui  fascisti “integrali” o “eretici” o “di sinistra”, a seconda dei punti di vista, divennero nel dopoguerra comunisti. Permea infatti la storia del ' 900 il  mito, vissuto e sentito in gran parte dell’intellettualità europea, della rivoluzione; un mito “trasversale” che si sottrae  alle categorie di “destra” e di “sinistra” e che in sostanza durerà fino alla “caduta del muro”. Tra le due guerre mondiali, in ambienti di intellettuali, docenti,  scrittori e artisti, maturò la convinzione, frutto di una visione estetica  e  “religiosa” della politica,  che la decadenza e la corruzione della società del tempo derivassero dai mali insiti, prima nel vecchiume monarchico-conservatore, e poi nel liberalismo, nel capitalismo e nella democrazia parlamentare. E che non esistesse altra prospettiva, fallite le soluzioni innovative, ma controverse, “velleitarie” e “deboli”,  dell’anarchismo e del riformismo, che affidarsi ad un partito ed a un leader, capaci di proporre e guidare un processo, “forte” e  parallelo,  di  rigenerazione dell’uomo e di costruzione una civiltà nuova, basata su diverse forme di  economia e di Stato.
Tornando alla personale vicenda di Berto Ricci, nel dopoguerra si accese una polemica che, sebbene attenuata, dura tutt'ora: Zangrandi, che lo conobbe, scrisse (e così la pensava anche Bilenchi) che la partecipazione di  Berto alla guerra, più volte da lui  sollecitata a Pavolini ed infine ottenuta,  fu "un consapevole suicidio" mentre la moglie parlò di una decisione dettata da "un punto d'onore" di un amareggiato, ma non di un rassegnato.
La destra dopo averlo allora elevato a "eroe fascista" così lo ricorda anch’oggi in molti siti internet gestiti soprattutto dai giovani che si definiscono come appartenenti alla "destra sociale".

     
  



                             Carlo Onofrio Gori













Rielaborazione dell’articolo: Carlo O. Gori, Il "fascismo impossibile" del professore fiorentino Berto Ricci . Dalle colonne de “L’Universale” il sogno di un fascismo di sinistra, in “Microstoria”, n. 20 (nov.-dic. 2001)

Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.


















venerdì 18 maggio 2012

Carlo Onofrio Gori. Resistenza. Caduti partigiani a Pistoia


25 APRILE 2012
ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE D’ITALIA
INSIEME PER LA PACE
lungo le vie, nelle piazze e nei giardini del paese
ore 15.30 Piazza Falcone – Lamporecchio
Ritrovo cittadini ed autorità
ore 16.00 CORTEO per le Vie del Paese
ore 16.30 Piazza Berni - Lamporecchio
Deposizione della Corona d’alloro.
ore 16.40 Teatro comunale Lamporecchio
Intervento Ufficiale del Dottor LIBERO MANCUSO
Nel corso dell’Iniziativa saranno effettuati interventi musicali da parte della
BANDA COMUNALE “GIACOMO PUCCINI” di Lamporecchio
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ore 17.10 Teatro Comunale, Lamporecchio
Presentazione del libro:
DESTINI INCROCIATI. ITALIA E FRANCIA NELLA SECONDA GUERRA D’INDIPENDENZA
di GIAMPAOLO AIUTI, LUIGI ANGELI, CARLO ONOFRIO GORI
Edito da ISRPT, col patrocinio dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Lamporecchio con il contributo della CARIPT
Saluti e introduzione di CHIARA FRANCESCONI
Assessore alla Cultura del Comune di Lamporecchio 
Interventi di:
ROBERTO BARONTINI Presidente dell'Istituto Storico della Resistenza Pistoia
RENATO RISALITI Storico, docente emerito dell'Università degli Studi di Firenze
GIAMPIERO GIAMPIERI Saggista, Vice Presidente Associazione Amici di Casa Giusti
CARLO ONOFRIO GORI Storico, Associazione Culturale Prometeo Pistoia
letture di: MAURO RADDI, Letterato
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ore 18.00         Area Verde Via Aldo Moro – Lamporecchio
“MERENDA NEL VERDE”
Offerta dal CIRCOLO RINASCITA LAMPORECCHIO
ore 20.30 Spazio polivalente ex Cinema Progresso, Larciano
CENA DELLA LEGALITÀ. Partecipa LIBERO MANCUSO
La cena, del costo di € 15,00, è su prenotazione.
Per informazioni e prenotazioni: 328/2823514 – sindaco@comune.larciano.pt.it
INTERVENTI MUSICALI CONCLUSIVI DI UN GRUPPO LOCALE



lunedì 23 aprile 2012

Carlo Onofrio Gori. Appuntamenti 25 Aprile 2012: Risorgimento e Resistenza


25 APRILE 2012
ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE D’ITALIA
INSIEME PER LA PACE
lungo le vie, nelle piazze e nei giardini del paese
ore 15.30 Piazza Falcone – Lamporecchio
Ritrovo cittadini ed autorità
ore 16.00 CORTEO per le Vie del Paese
ore 16.30 Piazza Berni - Lamporecchio
Deposizione della Corona d’alloro.
ore 16.40 Teatro comunale Lamporecchio
Intervento Ufficiale del Dottor LIBERO MANCUSO
Nel corso dell’Iniziativa saranno effettuati interventi musicali da parte della
BANDA COMUNALE “GIACOMO PUCCINI” di Lamporecchio
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ore 17.10 Teatro Comunale, Lamporecchio
Presentazione del libro:
DESTINI INCROCIATI. ITALIA E FRANCIA NELLA SECONDA GUERRA D’INDIPENDENZA
di GIAMPAOLO AIUTI, LUIGI ANGELI, CARLO ONOFRIO GORI
Edito da ISRPT, col patrocinio dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Lamporecchio con il contributo della CARIPT
Saluti e introduzione di CHIARA FRANCESCONI
Assessore alla Cultura del Comune di Lamporecchio 
Interventi di:
ROBERTO BARONTINI Presidente dell'Istituto Storico della Resistenza Pistoia
RENATO RISALITI Storico, docente emerito dell'Università degli Studi di Firenze
GIAMPIERO GIAMPIERI Saggista, Vice Presidente Associazione Amici di Casa Giusti
CARLO ONOFRIO GORI Storico, Associazione Culturale Prometeo Pistoia
letture di: MAURO RADDI, Letterato
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ore 18.00         Area Verde Via Aldo Moro – Lamporecchio
“MERENDA NEL VERDE”
Offerta dal CIRCOLO RINASCITA LAMPORECCHIO
ore 20.30 Spazio polivalente ex Cinema Progresso, Larciano
CENA DELLA LEGALITÀ. Partecipa LIBERO MANCUSO
La cena, del costo di € 15,00, è su prenotazione.
Per informazioni e prenotazioni: 328/2823514 – sindaco@comune.larciano.pt.it
INTERVENTI MUSICALI CONCLUSIVI DI UN GRUPPO LOCALE



lunedì 2 aprile 2012

Carlo Onofrio Gori. Resistenza e Liberazione. Franco Andreini

Breve e intensa vita di Franco Andreini, partigiano pistoiese, poi volontario nella divisione "Cremona", caduto sul fronte del Senio, medaglia d’argento della Liberazione

Franco Andreini nasce a Pistoia da famiglia contadina, tradizionalmente cattolica e fieramente antifascista. Dante, suo padre,  conduce un podere nella zona dove attualmente si trova il mercato ortofrutticolo ed ha quattro figli: Franco e tre femmine.
Franco aiuta il padre nel lavoro dei campi e frequenta le elementari agli"Spalti" in via Bellini. Successivamente, volendo diventare tecnico qualificato,  si iscrive al "Pacinotti.
Al momento della costruzione dell'aeroporto, la casa degli Andreini viene, come altre, abbattuta, e la famiglia si trasferisce a Canapale in un podere nella zona del Mulino. Franco nel 1943, a 18 anni, è assunto dalle Ferrovie dello Stato come cantoniere e lavora a Firenze.
Sportivo, audace, quasi spericolato, manifesta spesso apertamente il suo antifascismo e dopo l'8 settembre si procura una pistola che a volte non teme di ostentare. Nei primi giorni del gennaio 1944 entra nella formazione partigiana capeggiata da Amerigo Mungai e formata da circa quaranta elementi fra cui Angiolo Bruni, Armando Valdesi, Ofelio Baronti, poi tragicamente perito nel luglio 1944 e dal quale la formazione prenderà il nome.
L' "Ofelio" agisce nella zona fra l'autostrada Firenze-Mare e la ferrovia e conduce una intensa attività di sabotaggio alla vie di comunicazione nazifasciste. Al momento del ritiro dei tedeschi Franco si distingue nello sminamento di alcuni ponti da questi sabotati nella zona di Canapale. L'8 settembre 1944,  partecipa con i compagni alla liberazione di San Piero Agliana e di Pistoia.
Fra il novembre il dicembre si arruola fra i primi nel Gruppo di Combattimento (divisione) “Cremona” del ricostituito esercito italiano impegnato con quattro divisioni a fianco degli Alleati sul fronte del Senio e dell’Appennino.
La mattina del 25 febbraio si offre volontario per una rischiosa missione e cade in località Case Matteucci nei pressi di Alfonsine.
Viene decorato di medaglia d'argento al v.m. con la seguente motivazione: “Porta arma di squadra pionieri, in due mesi di permanenza in linea partecipava volontariamente a tutte le azioni in cui erano destinati elementi del suo reparto, prodigandosi con generoso slancio e sprezzo del pericolo ad apportare a favore dei suoi compagni il contributo prezioso ed efficace della propria arma che manovrava con singolare perizia. Offertosi di far parte di un nucleo pionieri destinato a rinforzare un caposaldo avanzato, sebbene fatto segno a raffiche di armi automatiche, si portava allo scoperto per meglio battere l'obiettivo fino a quando, colpito a morte, cadeva eroicamente nell'adempimento del dovere (Casa Matteucci, Comune di Alfonsine, 25 Febbraio 1945)”. 

Un cippo posto a Canapale nel dopoguerra lo ricorda insieme ad Ofelio Baronti, mentre, successivamente, è stato a lui intitolato anche il campo sportivo di via Guido Rossa.

                                                         
                                    


                              Carlo Onofrio Gori









Carlo Onofrio Gori, Franco Andreini, in "Storialocale", n. 5 (2005)




Attenzione: il post di questo blog e questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente solo previo consenso o citazione esplicita dell'autore e del sito web e/o rivista. 













sabato 24 marzo 2012

Carlo Onofrio Gori. Resistenza e Liberazione. Il ricordo delle formazioni partigiane e dei soldati della Divisione Garibaldi in Jugoslavia e dei Gruppi di Combattimento del ricostituito Esercito italiano sulla Linea Gotica


Combattenti pistoiesi nella Resistenza e nella Liberazione


L’8 settembre 1944, a circa un anno dall’occupazione tedesca della città, varie formazioni partigiane, agli ordini del comandante della XII Zona, Vincenzo Nardi, dopo alcuni scontri nelle zone periferiche con i tedeschi in ritirata, raggiunsero il centro cittadino e liberarono Pistoia.
Alcune di queste formazioni erano di orientamento comunista (Volante,Baronti, Valiani, Valoris, Calugi, Stella rossa, Banda comunista n. 1, SAP Lamporecchio, Fantacci), altre di ispirazione azionista (Giustizia e Libertà, Pieve a Celle, Puxeddu, Castellina, Corallo, Frosini, Fedi); esse ebbero inoltre il valido apporto dei gruppi di Difesa della donna e di altre piccole squadre, tra le quali una di ispirazione cattolica.
Nella stessa giornata, proveniente dalla colline del Montalbano, anche la libertaria Silvano Fedi, guidata dopo la morte del suo comandante da Enzo Capecchi ed Artese Benesperi, dopo aver occupato in seguito a duri scontri con i tedeschi e varie perdite le località di Vinci, Lamporecchio e Casalguidi, raggiungerà il centro cittadino.
Occorre inoltre ricordare per rilevanza militare altre due note unità partigiane nelle quali erano presenti molti pistoiesi e che in quel momento operavano attivamente tra la Montagna pistoiese e la Garfagnana,: l’XI Zona di “Pippo” (Manrico Ducceschi)  e la garibaldina Bozzi.
Per molti patrioti pistoiesi tuttavia la lotta non finì con la liberazione della loro città:  se gli uomini di “Pippo”, combattendo al fronte con la V Armata, raggiungeranno poi con essa Milano (4),  numerosi altri partigiani smobilitati, insieme a giovani volontari,  aderendo all'appello del CLN e dei partiti antifascisti coalizzati nel governo Bonomi, volontariamente si arruoleranno  nei reparti del ricostituito esercito italiano per continuare la lotta armata fino alla definitiva sconfitta del nazifascismo.
Il 26 febbraio 2005, a ricordo di quei volontari, anche a Pistoia venne infatti inaugurata su un lato della Piazza del Duomo, una lapide la cuiscrizione recita: “Il 16 febbraio 1945 partirono dalla piazza del Duomo, per arruolarsi nei Gruppi di Combattimento, i Volontari della Libertà della provincia di Pistoia. Nel sessantesimo anniversario la provincia e la città di Pistoia, grate, li ricordano. Comitato unitario per la difesa delle istituzioni repubblicane del Comune di Pistoia, febbraio 2005”.
Quel giorno i volontari si radunarono nel grande atrio del Politeama di via del Can Bianco, sede dell'ANPI e, dopo aver ascoltato i  saluti di alcuni oratori, si diressero in corteo nell'ampia piazza gremita di folla, dove li attendevano gli autocarri messi a loro disposizione, dopo tante sollecitazioni, dall’ autorità militare alleata.
Cerimonie analoghe avvenivano quasi contemporaneamente in varie località della Toscana, dell'Umbria,  delle Marche e del Lazio da dove i volontari si avviavano al centro di addestramento di Cesano per essere poi assegnati alle 6 unità riorganizzate dai britannici e destinate al fronte: Cremona, Friuli, Folgore, Legnano, Mantova e Piceno.
Erano a tutti gli effetti divisioni italiane che gli angloamericani vollero invece definire Gruppi di Combattimento (GdC), sminuendone così l’importanza per sottolineare che il nostro contributo era quello di un  “cobelligerante” e non di un “alleato”.
A Pistoia quei volontari del febbraio ’45, molti dei quali provenienti dalla garibaldina Bozzi, furono senz'altro il contingente più consistente, ma non il primo a partire; ad esempio, fin dagli ultimi mesi del '44, si erano, tra gli altri, già arruolati nel Cremona Roberto Gasperini, Angiolo Cresci, Franco Andreini, già partigiano della Ofelio Baronti, che cadrà sul fronte del Senio e sarà decorato di medaglia d’argento; inoltre nella stessa Divisione vi erano, sia veterani in servizio di leva, come ad es. Gualtiero Degl'Innocenti ed Arrigo Della Foglia, sia militari di carriera, come il magg. Alberto Bongiovanni, poi autore di un bel libro di memorie, recentemente ristampato, dal titolo La guerra in casa (6).
I volontari pistoiesi furono destinati anche ad altre formazioni, come ad es. la Legnano dove, tra gli altri, combatterono Alfredo Ferrini, Mario Olla, Sergio Tesi.
Attilio Ciantelli, già comandante partigiano della Fantacci e assegnato allaFolgore insieme a Pietro Ghelardini, Mario Innocenti, ecc., ha calcolato in circa 600 il numero complessivo dei giovani pistoiesi confluiti a più riprese nei GdC  dei quali ne abbiamo potuti ricordare qui, ovviamente, solo alcuni.
La vicenda ci offre qui l’occasione per soffermarci brevemente sul contributo delle Forze Armate italiane, riorganizzate e ricostituite dopo la dura prova dell' 8 settembre, alla Liberazione ed al riscatto del Paese.
E' stata questa una pagina per lungo tempo sottovalutata della nostra storiografia che solo recentemente è stata riaperta per essere collocata nella sua giusta dimensione.
Le ragioni di questa sottovalutazione sono individuabili in un complesso iter culturale che non staremo qui a ripercorrere, ma che, detto in estrema sintesi, è riconducibile alle aspre divisioni politiche del dopoguerra. La paura dell'isolamento spinse infatti l'opposizione di sinistra a sottolineare un suo ruolo ed una sua identità “nazionale” e ciò si tradusse  nell'affermarsi  di una vulgata storiografica che finì per identificare quasi del tutto la Resistenza con la lotta partigiana e popolare di liberazione nazionale guidata dal partito comunista. Non si vuol negare che il contributo alla Resistenza delle brigate partigiane costituite dal PCI sia stato indubbiamente molto alto, sia sotto l’aspetto qualitativo che quantitativo, ma solo oggi sembra finalmente chiaro e ampiamente condiviso, il fatto che esso, obiettivamente, non sia stato il solo meritevole di attenzione e rilievo sul piano storiografico. Per  vari anni finirono infatti per essere sottovalutati o ignorati, altri contributi e altri fenomeni importanti, persino laddove il ruolo degli stessi militanti comunisti non era stato certamente irrilevante come, ad esempio, nei Gruppi di Combattimento del rinnovato esercito italiano. Noto anche il caso dell’on. Alessandro Natta, dirigente comunista, già militare deportato, al quale gli Editori Riuniti rifiutarono la pubblicazione di un suo libro sulla Resistenza degli I.M.I. nei lager nazisti. E questo solo per fermarsi a due esempi. Quanto alla partecipazione popolare alla lotta contro il nazifascismo, spesso disinvoltamente accreditata come quasi unanime in pagine agiografico- apologetiche  degli anni Cinquanta-Sessanta, andremmo molto, molto cauti.
La Resistenza, atto fondante della nostra democrazia repubblicana, fu infatti un fenomeno più vasto, variegato e soprattutto, come anche ci ha ricordato lo storico Claudio Pavone (4), più complesso. Molto più complesso.
Intanto, e  il Presidente Ciampi lo ha più volte in questi anni sottolineato, la Resistenza iniziò proprio da quei reparti che, in Italia ed all’Estero, nelle fasi concitate seguite all’armistizio dell' 8 settembre 1943 trovarono la forza ed il coraggio per non arrendersi alla prepotenza nazista. италијанска партизанска дивизија Гарибалди"
Fra questi, avendo soprattutto ben presente l’ambito locale, rammentiamo i pistoiesi nella Divisione Cremona che insieme alla Friuli contribuì in modo decisivo a liberare nel 1943, sotto la guida del gen. Magli, la Corsica dall’occupazione tedesca  e, soprattutto, dato che fu nelle isole greche e nei Balcani che fiorirono alcuni dei più nobili episodi della Resistenza italiana all’estero e che fu proprio in Jugoslavia che si svolsero le più lunghe ed accanite battaglie, vogliamo qui ricordare la Divisione di fanteria da montagna Venezia nella quale combatterono numerosi toscani fra i quali molti fiorentini e pistoiesi.
Rimasta senza ordini nel Montenegro, si oppose, per libera e unanime scelta dei soldati, alla resa imposta dai tedeschi e,  dopo tre mesi di duri combattimenti e perdite,  il 2 dicembre 1943, unendosi a Pljevlja  ai reparti della divisione alpina Taurinense, si costituì in Divisione italiana partigiana Garibaldi (италијанска партизанска дивизија "Гарибалди") per proseguire sul fronte partigiano jugoslavo la lotta di liberazione dal nazifascismo.Mantenendo  le caratteristiche di unità dell'esercito italiano, dopo 18 mesi di eroiche battaglie, i  circa 5000 superstiti, guidati dall'ultimo loro valoroso comandate, il  ten. col. Carlo Ravnich, con tutte le loro armi efficienti,  tra '8 e il 9  marzo ' 45 sbarcavano  a Bari rientrando invitti  in  Patria.
Molti di loro, equipaggiati dagli inglesi ed inquadrati nel GdC  Folgore, furono poi avviati al fronte verso il Nord Italia, ma solo il repentino crollo delle truppe nazifascite, seguito agli avvenimenti del 25 aprile, non permise la loro partecipazione attiva anche a  quest'ultima fase della Guerra di Liberazione.
Non ci soffermeremo oltre sulla storia tragica, limpida e gloriosa della Garibaldi,  ricorderemo soltanto che anche Pistoia, il 25 aprile 1992,  alla presenza di numerosi reduci garibaldini provenienti da tutta la Toscana, rese omaggio ai suoi non pochi caduti e decorati nelle file della Divisione con una serie di manifestazioni celebrative e con un cippo, disegnato da Umberto Civinini, posto nell'area a verde del quartiere de “Le Fornaci”.
Successivamente il 20 settembre 1998, per opportuna e benemerita iniziativa del gruppo pistoiese dell’Associazione Nazionale Alpini, la città ha ricordato, con l'intitolazione di un giardino al cui centro campeggia  un basamento sovrastato da una grande penna alpina mozzata, opera di Jorio Vivarelli, il concittadino Villy Pasquali, uno dei primi caduti per la Libertà in terra jugoslava.
Vale la pena soffermarsi un attimo questa figura di eroe anche perché la sua è l'unica medaglia d'oro al valor militare assegnata ad un cittadino del comune di Pistoia  per il periodo della Resistenza. Il suo valore veniva infatti così già ricordato in una pubblicazione a carattere nazionale del marzo 1945: «…“La via che avete scelto – disse agli ufficiali un colonnello – è quella della fame e della morte”. Ma gli rispose il tenente veterinario “è soprattutto quella della dignità e dell’onore”. Il tenente veterinario Pasquale Villi [sic] morì più tardi in combattimento e fu decorato di medaglia d’oro alla memoria con una magnifica motivazione».
Che infatti così recita: “Pasquali Villy,  n. 1914 Pistoia. Tenente cpl. veterinario, Div. “'Garibaldi”. Ufficiale veterinario di una grande unità dislocata oltremare, all'atto dell'armistizio, fedele al proprio dovere di soldato, si univa alle eroiche file di coloro che avevano preferito la dura e pericolosa vita della guerriglia alla umiliante resa al tedesco. Assunto volontariamente il comando di una compagnia di artiglieri  trasformatisi in fanti, li guidava più volte al combattimento facendo rifulgere le sue splendide doti di combattente. Durante un attacco ad un forte presidio nemico, incurante dell'intesa reazione avversaria, si ergeva con fierezza alla testa dei propri uomini. Visto cadere un mitragliere lo sostituiva all'arma continuando il fuoco contro un pezzo anticarro tedesco; fatto segno al tiro concentrato di armi automatiche nemiche non desisteva all'azione, restando sul posto anche quando l'arma, più volte colpita, era resa inservibile. Sempre presente ove più aspro appariva il compito, durante una successiva azione, mentre con i suoi uomini formava una insormontabile barriera al nemico incalzante, stroncato dal fuoco nemico, immolava la sua giovinezza sul campo di battaglia. Nikic ‑ Cekanie ‑ Brijestovo (Montenegro), 9 settembre ‑ 17 settembre ‑ 10 novembre 1943”.
La Resistenza italiana, sulla base di queste prime prove di valore e sullo sfondo di un crescente consenso popolare (cosa però diversa dalla partecipazione), proseguì successivamente attraverso altre tappe fondamentali, fra queste: il rifiuto all'adesione alla RSI di oltre 600 mila Internati Militari Italiani (IMI) nei lager tedeschi,  la guerriglia sui monti e la lotta clandestina nelle città di oltre 185 mila partigiani e 117 mila patrioti, gli scioperi operai e l’aiuto contadino ai rifugiati e resistenti, l’unità di intenti, non facile né scontata, raggiunta dai partiti antifascisti coalizzati nel CLN e, non ultimo, il contributo bellico a fianco degli Alleati, al fronte e nelle retrovie, di oltre 400 mila soldati appartenenti alle ricostruite forze armate italiane . 
Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania da parte del governo Badoglio (13.10.43) iniziava infatti la difficile “cobelligeranza” italiana che i comandanti militari alleati vedevano essenzialmente circoscritta ad un supporto di retrovia, tuttavia, visto che le dure condizioni armistiziali potevano, secondo il “promemoria aggiuntivo” di Quebec,  esser  “modificate... dall'entità dell'apporto dato dal Governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania durante il resto della guerra”, dovettero poi acconsentire, soprattutto per motivi politici, alla costituzione di un reparto combattente, il “I Raggruppamento Motorizzato” (5300 uomini). 
Entrato in linea nel dicembre 1943 a Montelungo e distintosi a Monte Marrone, venne poi ampliato (18.4.44) a circa 14 mila uomini e trasformato in Corpo Italiano di Liberazione. Il CIL contribuì a liberare, anche in collaborazione con la valorosa unità partigiana Brigata Maiella, buona parte della Costa Adriatica; famosa la battaglia di Filottrano che vide il successo dei paracadutisti del Nembo su agguerriti reparti tedeschi.
Nel settembre 1944 il CIL, che constava ormai di 34 mila uomini, veniva sciolto e l’apporto bellico italiano cresceva alle già ricordate 6 Divisioni.
Si trattava di unità, come nel caso delle imbattute Cremona e Friuli sopravvissute al disastro dell’ 8 settembre e operanti in Corsica, alle quali furono poi aggregati quei reparti, già distintisi nel CIL, che andarono a ricostituire la Legnano e la Folgore.
Stava piano piano cadendo la diffidenza angloamericana verso i combattenti italiani dei quali, tra l'altro, ora c'era davvero bisogno, occorrendo forze nuove che sostituissero alcuni contingenti alleati distolti dalla Penisola e destinati allo sbarco in Provenza.
Nel dicembre ‘44 giunse così per primo al fronte il  Cremona che, avendo per obiettivo Venezia, operò nella zona del Basso Senio, fra la ferrovia Ravenna-Alfonsine e il mare Adriatico: subito impegnato dai tedeschi, malgrado il training britannico, si trovò in seria difficoltà, soprattutto per carenza di effettivi dovuta anche allo stillicidio delle non poche diserzioni avvenute dopo il rientro in Continente. Sembra strano, ma come più volte ci ha riferito l’amico Gualtiero Degl’Innocenti, di leva nel Cremona, fin dal rientro della Divisione in Sardegna, queste diserzioni erano, tollerate, se non tacitamente incoraggiate, da una parte dell’ufficialità.
In questa situazione, stante la situazione di estrema precarietà delle strutture statuali nell’Italia liberata, essendo alquanto problematico il ricorso alla leva, il governo Bonomi pensò allora di fare appello a giovani e motivati volontari delle zone liberate, principalmente esperti ex-partigiani: se nel ‘43 molte delle prime “bande” di resistenti furono costituite da soldati divenuti partigiani, erano ora i partigiani che diventavano soldati.
Dopo l’accantonamento della questione istituzionale in seguito alla togliattiana “svolta di Salerno”, a sinistra ora non si vedeva più nell'esercito “badogliano” il “braccio armato” della monarchia,  pertanto il PCI poteva affermare che era necessario “per la più rapida liberazione possibile del Paese...arruolarsi in massa nel nuovo Esercito” anche perché “un'ondata sana di antifascismo penetri nelle forze armate”..
Nei vari GdC, ma specialmente nel Cremona, dove i volontari raggiunsero quasi il 60% degli effettivi, ebbe così ben presto inizio un vivace esperimento di democrazia: gli ex-partigiani imposero ai vertici militari loro responsabili di plotone, di compagnia, di reggimento e perfino di Gruppo. I designati affiancarono nei vari adempimenti gli ufficiali, alcuni dei quali furono, da allora in poi, più sensibili, come anche molti dei soldati di leva, allo spirito propugnato dai volontari. Ovviamente non mancheranno i contrasti politici, anche aspri, fra volontari ed effettivi di sinistra ed l’establishment dell’ufficialità, in gran parte monarchica, tuttavia, e fatti lo dimostreranno sul campo, l'efficienza delle unità combattenti, facendo leva sul valore e sull’esperienza degli ex-partigiani, quasi sempre in prima linea, e sulla convinzione, piuttosto che sulla costrizione, ne uscirà in definitiva esaltata.
Per tutti i pistoiesi che si distinsero nelle file dei GdC, ci sembra giusto tornare qui a ricordare Franco Andreini del Cremona, uno dei primi ad arruolarsi volontario, medaglia d’argento con la seguente motivazione: “Porta arma di squadra pionieri, in due mesi di permanenza in linea partecipava volontariamente a tutte le azioni in cui erano destinati elementi del suo reparto, prodigandosi con generoso slancio e sprezzo del pericolo ad apportare a favore dei suoi compagni il contributo prezioso ed efficace della propria arma che manovrava con singolare perizia. Offertosi di far parte di un nucleo pionieri destinato a rinforzare un caposaldo avanzato, sebbene fatto segno a raffiche di armi automatiche, si portava allo scoperto per meglio battere l'obiettivo fino a quando, colpito a morte, cadeva eroicamente nell'adempimento del dovere (Casa Matteucci, Comune di Alfonsine, 25 Febbraio 1945)” .
Il Cremona, spesso coadiuvato nelle operazioni dai partigiani della 28° Brigata Garibaldina M. Gordini del leggendario “Bulow” (Arrigo Boldrini), sarà poi affiancato dal Gruppo di Combattimento Friuli operante nella zona di Riolo Terme, nell'alto Senio, e poi fra Forlì e Bertinoro.
Tali unità, raggiunte successivamente dal Folgore e dal  Legnano contribuirono in misura determinante, dagli inizi dell'aprile 1945, allo sfondamento alleato della zona centrale e orientale del fronte nazifascista ed alla liberazione di Bologna (Friuli, Folgore e Legnano), di Venezia (Cremona e Rgt. San Marco del Folgore) e di gran parte della Pianura Padana.
Nel corso del 1944-45 da poche migliaia di persone le forze armate italiane, rafforzate anche dal notevole afflusso dei volontari, arrivarono a contare più di mezzo milione di soldati (400.000 dell'Esercito, 80.000 della Marina, 35.000 dell'Aeronautica), un quarto degli uomini impiegati e circa un ottavo delle forze combattenti, dando un forte contributo alla Guerra di Liberazione, anche in termini di vite umane (87.000 vittime). Esercito : 76.000 (compresi 42.000 Imi morti nei campi) Marina: 9.000 Aviazione: 2.000 .
Fra questi decisivo fu il contributo dei ragazzi partiti volontari in quell'inverno 1944-'45, e fra essi dei volontari pistoiesi,: tutti diedero vita ad un'esperienza che, come affermò poi il gen. Musco, nel ’45 colonnello nel Cremona, “...non trova riscontro neppure nella storia delle nostre Quattro Guerre d'Indipendenza” e  dimostrarono in tal modo che l’impegno già profuso da molti di loro come partigiani non era stato un punto d’arrivo, ma un punto d’onore per fare sempre di più e sempre meglio, come poi effettivamente fecero, partecipando da soldati alla Liberazione dell’intero Paese.

                                                                          Carlo Onofrio Gori  





Sintesi e rielaborazione dei seguenti miei articoli e di un capitolo di  un libro che ho pubblicato: 

Carlo O. Gori, Il ricordo dei combattenti pistoiesi  nella Divisione Garibaldi in Jugoslavia e nei Gruppi di Combattimento sulla Linea Gotica. Nel Sessantesimo della Liberazione la Toscana ha reso omaggio i suoi cittadini che combatterono nelle Forze Armate contro il nazifascismo, in “Camicia rossa”, n. 2 (apr.-giu. 2005).

Carlo O. Gori, Resistenti in divisa. Il ruolo dei pistoiesi nei Gruppi di Combattimento sulla Gotica e nella liberazione in Jugoslavia, in “Microstoria”, n. 42 (lug.-ago. 2005).


Carlo O. Gori, Pistoia e i suoi combattenti per la Liberazione. Un ricordo dei soldati e dei partigiani sul dopo 8 settembre, in “Patria indipendente”, n. 9 (21 ott. 2007). 

Carlo Onofrio Gori, Quando il nemico era italiano. Gli scontri tra il Gruppo Cremona e la X Mas sulla linea del Senio, in “Microstoria”, n. 18 (lug.-ago. 2001). 

Carlo Onofrio Gori, Senio e dintorni, in “QF-Quaderni di Farestoria”, n. 5 (dic. 2001).

Carlo Onofrio Gori, Guida ai monumenti delle memoria nel Comune di Pistoia, Pistoia, Edizioni del Comune di Pistoia, 2005 

Per bibliografia e note consultare gli articoli sulle riviste suddette ed il volume citato.

Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.














On 8 September 1944, after about a year from the German occupation of the city, various partisan groups, under the command of  the commander of Zone XII, Vincenzo Nardi, after several clashes in the border regions against the German troops, reached the city center and freed Pistoia.
Some of these formations were Communist oriented (Volante, Baronti, Valiani, Valoris, Calugi, Stella Rossa, Banda comunista n. 1, SAP Lamporecchio, Fantacci), other led by 000leftist liberals (Giustizie e Libertà, Pieve a Celle, Puxeddu, Castellina , Corallo, Frosini, Fedi) and they also had the valuable support of the Defense of Women's groups and other small teams, including a group inspired by Catholics ideals. 
On the same day, from the hills of Montalbano, also the anarchist group "Squadre Franche Libertarie",  under the command of Enzo Capecchi and Artese Benesperi (after the death of its commander Silvano Fedi), after freeing the villages of Vinci, Lamporecchio and Casalguidi, as a result of violent clashes with the Germans, entered in the city center.
It should also be remembered for their military importance, two notes partisan units in which there were many partisan of the county of Pistoia and at that time worked actively in  the Pistoia mountains and in the Garfagnana: the  "XI Zone" (under the command of  Manrico Ducceschi "Pippo") and the "Garibaldi-Bozzi"...