
...Storia e storie...personaggi, fatti e monumenti fra Pistoia, Toscana e...oltre, negli scritti di Carlo Onofrio Gori in parte già postati su Historiablogori.splinder.com/ (ora chiuso ed in archivio) e sul nuovo Goriblogstoria360. Questo sito non utilizza cookie ma altri siti o web server esterni collegati potrebbero utilizzarli. Proseguendo nell'uso del sito acconsenti all’eventuale uso dei cookie.
domenica 20 dicembre 2015
giovedì 17 dicembre 2015
lunedì 16 novembre 2015
Segnalazione. Festa della Toscana. Iniziative a Pistoia
Segnalazione. Festa della Toscana. Iniziative a Pistoia
Le
riforme di Pietro Leopoldo e la Toscana moderna: iniziativa economica, delle
comunità, dell’organizzazione corporativa, dei diritti umani
Quest’anno ricorre la quindicesima
edizione della Festa della Toscana. Le iniziative che il Consiglio regionale
promuove sul territorio sono finalizzate a sottolineare l’alto valore di questa
ricorrenza, non solo come evocazione di un avvenimento storico coincidente con
l’abolizione della pena di morte nel 1786 ad opera del Granduca Leopoldo di
Toscana, ma anche come rappresentazione e riflessione sui diritti dell’uomo e
della pace.
Nel 2015 la Festa della Toscana è
dedicata a “Le riforme di Pietro Leopoldo e la Toscana moderna: iniziativa
economica (liberalizzazioni); delle comunità (enti locali e loro identità);
dell’organizzazione corporativa (scioglimento delle corporazioni e costituzione
delle camere di commercio); dei diritti umani (abrogazione della pena di morte
e della tortura)”.
La stagione di Pietro Leopoldo ha
rappresentato infatti un momento storico di grandi riforme, un balzo in avanti
per i diritti civili, con l’abrogazione della pena di morte e della tortura, ma
anche un periodo che ha lasciato il segno indelebile nell’organizzazione dei
comuni contribuendo a fare crescere l’identità e l’autonomia degli enti locali,
tratto distintivo della Toscana.
Oggi si auspicano le grandi riforme e la
Toscana rappresenta il territorio che storicamente ha dato la spinta più forte
in questa direzione e quindi un esempio attuale da seguire.Voglio anche
aggiungere che la memoria del Granduca di Toscana ci deve servire a non
dimenticare quale straordinaria vittoria civile sia stata l’abolizione della
pena di morte, una forma di giustizia arroccata su radici barbare e medioevali
la cui abolizione ha significato l’ingresso nell’era moderna. La memoria non ha
una data di scadenza, al contrario lancia un messaggio sempre attuale sul quale
si fondano le solide radici della libertà.
Eugenio Giani Presidente del Consiglio
regionale della Toscana
sabato 14 novembre 2015
mercoledì 11 novembre 2015
lunedì 9 novembre 2015
Segnalazione: "Il Metato", n. 78 (ottobre 2015)
È USCITO “IL METATO”
PISTOIA. “Il Metato” di ottobre, cioè il numero 78, si può ancora trovare in distribuzione presso l’edicola “La Civetta” in via Salvo d’Acquisto, la libreria “Il Globo” in via Buozzi, l’edicola “Meglio a Sapersi” di Pontelungo (via Provinciale Lucchese) e l’edicola Ospedale San Jacopo, presso l’ecomostro-gommone del campo di volo.
In quest’ultima uscita del periodico dell’associazione culturale Amici di Pupigliana e della Valle del Brandeglio trova spazio, tra i vari articoli, un ritratto inedito dell’artista Alberto Fremura, “il maestro del pennello”, durante la visita al campionato della bugia de Le Piastre.
Viene restituito anche un ricordo dell’epopea garibaldina a Pistoia, con il passaggio e soggiorno, ricordato ancora oggi da alcune lapidi dislocate in città, dell’eroe dei due mondi. Una tappa contraddistinta del clamoroso furto del poncho rosso, un furto subito dal Generale durante il viaggio a Gavinana per lanciare la sottoscrizione pubblica per la statua al Ferrucci.
C’è inoltre spazio per un aspetto minore della storia sportiva locale: l’attività dei cronometristi, che offrivano il servizio di cronometraggio durante le gare di velocità. Celebri quelle che, alla metà degli anni Trenta, si svolgevano sulla Firenze-Mare, e videro Giuseppe Furmanik e Tazio Nuvolari sfrecciare a velocità da record. Un’esclusiva intervista al pistoiese Luigi Canepuzzi – già presidente dell’Associazione Cronometristi Pistoiesi, che il prossimo anni festeggia il 75° compleanno – esperto del settore con ruoli di prestigio nella Federazione Italiana Cronometristi, organo del Coni dal 1921, permette di conoscere da vicino una realtà sostanzialmente fondamentale per molte discipline sportive, non solo per il motorismo.
Infine una menzione al libro fotografico recentemente pubblicato, curato da Dorando Baldi, “Pupigliana, immagini fotografiche 1890-1990”, con prefazione di Andrea Ottanelli che paragona l’opera ad una sorta di antologia Spoon River dei paesi montani.
Il Metato di ottobre ha visto la collaborazione di: Luigi Pulcini, Calogero Armato, Carlo Bartolini, Carlo Onofrio Gori, Silvana Agostini, Sauro Corsini, Antonio Frintino, Rodolfo Cocchi, Vanni Melani, Raffaele Accarino, Andrea Bolognesi, Associazione OltrePistoia e Alfio Signorini.
Reg. n. 11/13 Tribunale Pistoia · Designed By Franchising Way
Il mio articolo in questo numero:
Metato Storia
Storie di seguaci pistoiesi del condottiero nizzardo e del furto che lo fece
Storie di seguaci pistoiesi del condottiero nizzardo e del furto che lo fece
quasi piangere
di CARLO ONOFRIO GORI
A Pistoia una lapide posta all’altezza del n. 40 di via della Madonna ci rammenta che il: “XIV Luglio MDCCCLXVII Giuseppe Garibaldi qui fu ospitato, di qui parlò al popolo plaudente fatidiche ed amorose parole mallevando prossima la liberazione di Roma. Sciogliendo il voto del popolo pistoiese, a perfetta memoria del fatto, la famiglia dell’avv. Giuseppe Gargini QLP II Luglio MDCCCLXXXII”. Tuttavia i rapporti fra Pistoia (che già aveva dato il suo tributo di volontari alla prima ed alla seconda guerra d’indipendenza) e Garibaldi risalivano a ben prima: ad esempio c’è fra i “Mille” un pistoiese, Pietro Beccarelli. Com’è noto la nave garibaldina “Piemonte”, nel viaggio verso Marsala, sostò per rifornimenti al largo del forte di Talamone e Beccarelli, uno dei tanti pistoiesi che stagionalmente si recavano in Maremma a far carbone, colse l’occasione per unirsi ai temerari. Il noto garibaldino Giuseppe Bandi, di Gavorrano, fondatore de “Il Telegrafo” di Livorno, nel suo I Mille, racconta che mentre aspettava di tornare a bordo gli si avvicinò il Beccarelli chiedendo aiuto perché era senza lavoro ed affamato, quasi al punto di morire, al che il tenente Bandi affermò: “Come! Chiedi la carità a me che ho già fatto testamento e mi son fatto ungere ... Hai moglie, hai figlioli ? - Né figlioli, né moglie. - Allora, caro mio, morire per morire, l’è meglio morir da bravo con noi, che crepar di fame. Almeno ti metteranno in musica. Hai tu paura delle palle? Il Maremmano fe’ cenno che no. - Allora - soggiunsi - monta meco su questa barca, e da ora in poi sarai soldato di Garibaldi. - Viva Garibaldi sempre! - esclamò il disgraziato, non più disgraziato e mi seguì. Si chiamava Becarelli, da Saturnana nel pistoiese, ed era bracciante”. Successivamente ed in più riprese altri 250 pistoiesi avrebbero raggiunto Beccarelli.
Fra questi Giuseppe Civinini (1835-1871), poi noto politico e direttore de “La Nazione”, che si distinse per competenza e correttezza nell’intendenza dell’esercito garibaldino tanto che divenne segretario del Generale. Il giovane capitano pistoiese seguì poi l’Eroe nel ‘62 sull’Aspromonte, ne condivise la prigionia al Varignano, l’esilio a Caprera, e nel ‘66 fu di nuovo vicino a lui a Bezzecca, nel pieno della mischia. Oltre ai due citati, altri pistoiesi tra i quali Giuseppe e Raffaello Becherucci, Olimpio Banci, Torello Orlandini, Luigi Gianni, Ettore Regoli, Giuseppe Tesi, Aristide Turi, Pilade Fabroni, si distingueranno nelle diverse fasi dell’ epopea garibaldina.
Infine un famoso ufficiale dell’Eroe, il colonnello Stefano Dunyov (1816-1889), ungherese di origine bulgara, diverrà cittadino pistoiese d’adozione dal 1872 ed oggi alcune epigrafi, poste all’altezza di quella che fu la sua abitazione in via Verdi n. 19, dal Comune e dai due Stati, ne commemorano le gesta. Ma torniamo a quel 1867 che resterà per lungo tempo vivo nel ricordo dei pistoiesi. In seguito alle elezioni del marzo di quell’anno, a Firenze (capitale italiana dal settembre ‘64) era stato rieletto il Parlamento ed il capo del governo, Rattazzi, subentrato a Ricasoli, sembrava obiettivamente incoraggiare Garibaldi ad una nuova spedizione per la presa di Roma, ultima meta agognata dei patrioti e dei democratici dopo che col 1866 anche il Veneto era riunito all’Italia. A Pistoia
nel 1867 la vita politico-amministrativa, complice anche un suffragio elettorale ancora appannaggio di pochi istruiti ed abbienti, sembrava ormai egemonizzata dai moderati tanto che lo stesso Civinini, faticosamente eletto al parlamento nel 1865 per la Sinistra, era stato ora rieletto nelle file della Destra ricasoliana. I democratici pistoiesi (garibaldini, mazziniani e qualche “anarchico”, tutti strettamente sorvegliati da sottoprefetto e polizia) vedevano nell’ambita visita del Generale alla città anche un motivo d’orgoglio e di rivalsa, sia nei confronti dei “paolotti” filopapalini, sia verso i liberalmoderati, i cosiddetti “malvoni” (dagli effetti emollienti della malva), patriottici ed anticlericali, ma sempre e comunque filogovernativi. L’occasione sembrò presentarsi quando Garibaldi giunse a fine giugno alla Grotta Giusti di Monsummano, ufficialmente per curare una vecchia artrite, ma probabilmente, data la vicinanza di Firenze capitale, anche per una serie di contatti politico-organizzativi in vista della progettata spedizione romana. Pochi giorni dopo 150 garibaldini guidati da Francesco Franchini e Giuseppe Gargini, con banda musicale al seguito, si mosse da Pistoia per rendere omaggio al Generale che parlò di una sua imminente visita alla città. Terminate le cure, il 1 luglio Garibaldi venne ospitato in quel di Vinci dai suoi amici fratelli Martelli e dal borgo leonardiano avvertì il Gargini che, avendo l’intenzione di rendere omaggio alla tomba di Francesco Ferrucci a Gavinana, sarebbe stato suo ospite a Pistoia il 14 e il 15 luglio.
L’ 8 luglio il Generale interruppe il suo soggiorno a Vinci per una visita a Pescia e fu salutato dal fatidico grido “o Roma o morte”. Il 14 luglio, una calda domenica, mantenne la promessa, festeggiato al suo arrivo alle 11,30 alla stazione di Pistoia, da una moltitudine entusiasta che, fra le vie della città imbandierata a festa, lo accompagnò a casa dell’avvocato Gargini. Qui Garibaldi da una finestra rivolse un breve, ma appassionato indirizzo dfestato con la vostra dimostrazione di oggi. - Se il patriottismo di Pistoia avrà seguito come spero anche nelle altra Città d’Italia, compiremo l’Unità della Patria. - Con uomini come voi, ogni impresa diventa facile - L’Italia la vogliamo, e la vogliamo a dispetto dei nemici interni, e di qualunque despota straniero - L’impeto di una Popolazione trionfa di tutto (Una voce grida Roma o morte) Si, a Marsala io lo ho detto per primo: o Roma o morte, ora dobbiamo dire Roma e vita, si dobbiamo dire Roma e vita, perché l’Italiani devono andare a Roma come a casa loro (Una chiesa in vicinanza suona le campane, e delle voci della folla gridano che sono i Paolotti che fanno suonare.) Di campane ne va lasciata una per segnare le ore, e del resto ne faremo tanti soldi, e se occorrerà tanti cannoni (Una voce della folla grida Viva il Martire d’Aspromonte) Io non sono Martire, il poco che ho fatto e sofferto non lo cambierei con qualunque Impero - però la palla che mi colpì al piede, non mi poteva uccidere, perché quella che mi ucciderà dovrà colpirmi a cuore. - Sebbene vecchio, spero che sarò con voi a Roma - Addio”. La giornata si chiuse all’Arena Matteini, strapiena per l’occasione, dove Garibaldi assistette ad una rappresentazione teatrale, mentre negli intervalli l’attore Lollio declamò alcuni versi, composti per l’Eroe da Giulia Civinini Arrighi, sorella del suo ex-segretario on. Civinini, la cui assenza fu notata. Alle 21, erano quelli allora i ritmi della vita, tutto finì ed una banda musicale scortò il Generale fino a casa Gargini, sorvegliata tutta la notte da una guardia d’onore di 20 garibaldini. Prima di addormentarsi l’Eroe ricevette l’omaggio floreale di alcune signore che ricambiò col dono di una foto con dedica.
Lunedì alle 5 Garibaldi, col Gargini e altri amici, salì verso Gavinana ed in ogni paese incontrato nel viaggio ricevette doni e calorosi festeggiamenti. Al termine del patriottico pellegrinaggio il Generale lanciò una sottoscrizione affinché venisse eretto un monumento a Ferrucci. La bella e significativa giornata fu però inopinatamente rovinata perché qualcuno, durante il ritorno, rubò il poncho al quale Garibaldi, fin dalle sue imprese americane aveva quotidianamente indossato, tanto che, “quasi ne pianse”. Il 16, alle 5,30, salutato da una banda musicale e da fedelissimi inneggianti alla presa di Roma, il Generale, raggiunta Porta Lucchese, ripartì, senza poncho, per Vinci. Garibaldi non poteva immaginare che di lì a poco, il 24 settembre, avrebbe di nuovo, suo malgrado, fatto sosta a Pistoia, nell’allora importante stazione ferroviaria, mentre veniva tradotto prigioniero ad Alessandria dopo esser stato “scaricato” dal governo ed arrestato a Sinalunga nei pressi del confine pontificio. In quel frangente i garibaldini ed i democratici pistoiesi tentavano inutilmente di liberare il Generale dando poi vita a tumulti protrattisi in città fino al giorno 26. Nemmeno un mese dopo, il 20 ottobre, altri 66 pistoiesi sarebbero stati di nuovo accanto a Garibaldi nella sfortunata impresa di Mentana.
martedì 20 ottobre 2015
Con letteraria curiosità: “spaccato di vita” del PCI a Pistoia, negli anni ’70.
Con letteraria
curiosità: PCI a Pistoia, negli anni ’70, in un romanzo di Vauro
Carlo Gori - Carlo O. Gori - Carlo Onofrio Gori
Con
letteraria curiosità: mia segnalazione letteraria- per i concittadini pistoiesi
circa uno storico-politico “spaccato di
vita” del PCI a Pistoia, negli anni ’70.
Ecco
come il mio vecchio compagno di scuola Vauro Senesi, il noto vignettista e
opinionista televisivo “Vauro” descrive nel suo recente libro “Toscani
innamorati” la cerimonia di inaugurazione del Circolo Ricreativo Arci “1 Maggio”
di via Porta S. Marco ed in particolare, si sofferma su un suo personaggio, “Tubo”,
il quale, in questo passo del “vauriano”
romanzo-verità, letterariamente da’ il seguente curioso ed irriverente giudizio,
politico-personale (che francamente a me appare un po' greve, insomma "tagliato con l'accetta": "pazienza ed ironia - diceva Lenin - "sono le virtù del rivoluzionario", caro Vauro...) su un allora conosciuto personaggio di spicco del PCI pistoiese del tempo (nel libro il nome ovviamente
cambia...ma c’è assonanza J …come noterete.. ), oggi - pure lui a Roma come Vauro - noto - anche per il recente dibattito sul
nuovo assetto del Senato - senatore ,
della minoranza del PD.
Se vi
interessa, ed è solo una curiosità, leggete sotto.
“…«Entrate,
compagni, entrate! [... ] «Sta per parlare il Segretario della Federazione.» […]
Tubo si ricompone come uno scolaretto che sia stato beccato a distrarsi durante
la lezione. Però niente da fare, di stare a sentire il discorso del Segretario
proprio non gli riesce. Carlino Viti, così si chiama. Del resto, se è stato
battezzato con un diminutivo, un motivo ci sarà pure, no? «Carlino. Che cazzo
di nome. "Ino" perché è un omino, con giacchettino e cravattino, e perché
c'ha un cervellino piccolino, piccolino per non parlare del pisellino ino ino,
ma ino così»: Tubo ne mostra le misure accostando fin quasi a unire indice e pollice,
quando confessa la sua profonda antipatia per quel piccolo burocrate
"burocratino" a qualche compagno di cui può fidarsi. E no, non lo
regge proprio 'sto quarantenne - "O di anni ne ha trenta? Boh, chi non ha
faccia non ha età" - eletto a dirigere la Federazione provinciale, perché
rappresenta benissimo la linea moderata del partito in quel periodo: «C'ha la
voce piatta come il marmo di una lastra tombale e la vitalità del cadavere che
ci abita sotto. Sarà anche serio e capace come dite voi, ma quello le palle le
ha appese all' albero di Natale e da lì un l'ha più tolte neanche a Pasqua o a Ferragosto!».
Perciò adesso evita anche di guardarlo là dov'è, in piedi dietro la scrivania
della presidenza (in realtà una vecchia cattedra scolastica offerta da un
compagno rigattiere), sotto il bandierone rosso con falce e martello appeso
alla parete per l'occasione. Preferisce guardarsi attorno, di sottecchi perché
Liliana non se ne accorga: vedere la stanza piena gli rallegra lo spirito assai
più del "bla bla bla" di "Ino" sotto il bandierone.
C'è
davvero un sacco di gente. Le sedie sono tutte occupate. Qualcuno, previdente,
la sedia se l'è portata addirittura da casa, perché in effetti con
l'arredamento del Circolo sono ancora un po' indietro. In compenso le pareti verniciate
di fresco sono di un bianco splendente e già sostengono i ritratti incorniciati
dei grandi dirigenti del PCI: ci sono Gramsci, Togliatti e l'attuale Segretario
generale Enrico Berlinguer... «Anche lui "ino", ma con due palle
così» sostiene Tubo, che pure non è tanto convinto della linea politica scelta
dai vertici del partito. In fondo, piccolo, seminascosto, c'è anche un ritratto
di Stalin. Qualcuno ha provato a dire che, be', forse non era il caso di
appenderlo, ma ... «Senza il compagno Stalin adesso parleremmo tutti tedesco,
perdio! Sarà anche passato di moda, ma io Stalin ce l'ho qui...» ha esclamato
Verdi ani battendosi il pugno sul cuore. «Perciò non mi venite a rompere i coglioni!»
Così, alla fine, seppur in proporzioni ridotte e non proprio in una posizione
d'onore, il ritratto di "Baffone" il suo posticino sulla parete del Circolo
Primo Maggio l'ha trovato. La sala è così gremita che ci sono anche molte persone
in piedi. Tante Tubo le conosce, almeno di vista. La città è piccola e il suo
quartiere ancora di più, ma si stupisce nello scoprire volti mai visti prima.
Tra
quelli in piedi scorge Bighe Boghe. Guarda caso sta proprio accanto alla tavola
del buffet. Bottiglie di aranciata e di spumante, vassoi con crostini e paste
secche coperti da tovaglioli di carta, ché ancora non è il momento dei brindisi
e del mangiare. Il Segretario di Federazione deve prima terminare il suo
discorso. Tubo lancia occhiatacce a Bighe […] «Ti vedo, brutto bifolco ignorante
e maleducato! Lo vedo che quatto quatto, facendo finta di nulla, freghi
crostini e paste da sotto i tovagliolini e ti abbuffi come un maiale. Cazzo,
falla finita!» vorrebbe gridargli, ma non può. Perciò insiste nel tentativo di
tradurre in mimica facciale il messaggio […] Le smorfie di Tubo non sono
sfuggite a Liliana, che lo gela con un sibilo. Tubo immobilizza all'istante i
muscoli del viso in una specie di sorriso imbarazzato che davvero potrebbe
essere facilmente scambiato per una paresi da ictus. Per fortuna, concentrata
com'è a seguire il discorso del Segretario, Liliana già non lo degna più di
alcuna attenzione e quindi non se ne accorge […], e poi anche Tubo si rassegna
ad ascoltare il Segretario. O almeno a far finta di farlo. « ... E avviandomi
verso la conclusione ... » Queste parole del discorso Tubo riesce a coglie bene
e, anche se non si fida molto dell' annuncio del Segretario, si lascia andare a
un respiro di sollievo. riflesso si volta verso il punto dove stava Vasco,
insieme al gruppo dei "famosi" giovani, per condividere con loro il
conforto ... "Ma dove cavolo sono finiti? Eran tutti Il fino a un momento
fa!" C'erano Ciccillo, il figlio di Redicazzi, e Civeba, Ilva, Esterina,
più altri tre o quattro capelloni sfaccenda che conosce solo di vista. C'era
anche il Bobo, capellone pure lui, anche se non più ragazzo. Comunque è l'unico
che lavora, operaio alla Breda. E ora di colpo non c è più nessuno. "Si
vede che il discorso del burocratino . ha fatti scappare ... " si dice
Tubo.
"D'altronde
il caro Segretario li ha subito guardati con aria di sospetto e di disprezzo.
Mi dispiace per Vasco, che si è dato tanto da fare, ma mi sa che il suo
'progetto giovani' si è schiantato ancor prima di decollare ... " Lo
scroscio di applausi che segue la fine del discorso lo distoglie da quelle
riflessioni. Anche Tubo applaude accostando lentamente le mani senza battere i
palmi. in modo da non produrre rumore. Un bell'applauso alla BreZnev",
come quelli che ha visto fare nei filmati al decrepito leader sovietico dal
palco sulla piazza del Cremlino.
E ora,
come da prassi, dovrebbero partire le note dell'Internazionale, per dare avvio
alla festa […]
«Scusatemi,
compagni, ma io devo proprio andare ... » il Segretario abbandona la cattedra.
«Davvero vorrei restare con voi a festeggiare l'apertura di questo Circolo, ma
l'impegno politico mi chiama» conclude con un sospiro drammatico mentre assume
l'espressione di chi è oberato da chissà quante e quali importanti responsabilità
e con eroico spirito di abnegazione vi si dedica rinunciando ai piaceri della
vita.
Si fa
largo tra . è in piedi e chi è ancora seduto stringendo mani e distribuendo
pacche sulle spalle. Praticamente ha già piede fuori dalla porta quando un
sibilo acuto e violento lo inchioda sul posto come se fosse stato centrato da
un fulmine.” …
Con
letteraria curiosità: mia segnalazione letteraria- per i concittadini pistoiesi
circa uno storico-politico “spaccato di
vita” del PCI a Pistoia, negli anni ’70.
Ecco
come il mio vecchio compagno di scuola Vauro Senesi, il noto vignettista e
opinionista televisivo “Vauro” descrive nel suo recente libro “Toscani
innamorati” la cerimonia di inaugurazione del Circolo Ricreativo Arci “1 Maggio”
di via Porta S. Marco ed in particolare, si sofferma su un suo personaggio, “Tubo”,
il quale, in questo passo del “vauriano”
romanzo-verità, letterariamente da’ il seguente curioso ed irriverente giudizio,
politico-personale, su un allora conosciuto personaggio di spicco del PCI pistoiese del tempo (nel libro il nome ovviamente
cambia...ma c’è assonanza J …come noterete.. ), oggi - pure lui a Roma come Vauro - noto - anche per il recente dibattito sul
nuovo assetto del Senato - senatore ,
della minoranza del PD.
Se vi
interessa, ed è solo una curiosità, leggete sotto.
“…«Entrate,
compagni, entrate! [... ] «Sta per parlare il Segretario della Federazione.» […]
Tubo si ricompone come uno scolaretto che sia stato beccato a distrarsi durante
la lezione. Però niente da fare, di stare a sentire il discorso del Segretario
proprio non gli riesce. Carlino Viti, così si chiama. Del resto, se è stato
battezzato con un diminutivo, un motivo ci sarà pure, no? «Carlino. Che cazzo
di nome. "Ino" perché è un omino, con giacchettino e cravattino, e perché
c'ha un cervellino piccolino, piccolino per non parlare del pisellino ino ino,
ma ino così»: Tubo ne mostra le misure accostando fin quasi a unire indice e pollice,
quando confessa la sua profonda antipatia per quel piccolo burocrate
"burocratino" a qualche compagno di cui può fidarsi. E no, non lo
regge proprio 'sto quarantenne - "O di anni ne ha trenta? Boh, chi non ha
faccia non ha età" - eletto a dirigere la Federazione provinciale, perché
rappresenta benissimo la linea moderata del partito in quel periodo: «C'ha la
voce piatta come il marmo di una lastra tombale e la vitalità del cadavere che
ci abita sotto. Sarà anche serio e capace come dite voi, ma quello le palle le
ha appese all' albero di Natale e da lì un l'ha più tolte neanche a Pasqua o a Ferragosto!».
Perciò adesso evita anche di guardarlo là dov'è, in piedi dietro la scrivania
della presidenza (in realtà una vecchia cattedra scolastica offerta da un
compagno rigattiere), sotto il bandierone rosso con falce e martello appeso
alla parete per l'occasione. Preferisce guardarsi attorno, di sottecchi perché
Liliana non se ne accorga: vedere la stanza piena gli rallegra lo spirito assai
più del "bla bla bla" di "Ino" sotto il bandierone.
C'è
davvero un sacco di gente. Le sedie sono tutte occupate. Qualcuno, previdente,
la sedia se l'è portata addirittura da casa, perché in effetti con
l'arredamento del Circolo sono ancora un po' indietro. In compenso le pareti verniciate
di fresco sono di un bianco splendente e già sostengono i ritratti incorniciati
dei grandi dirigenti del PCI: ci sono Gramsci, Togliatti e l'attuale Segretario
generale Enrico Berlinguer... «Anche lui "ino", ma con due palle
così» sostiene Tubo, che pure non è tanto convinto della linea politica scelta
dai vertici del partito. In fondo, piccolo, seminascosto, c'è anche un ritratto
di Stalin. Qualcuno ha provato a dire che, be', forse non era il caso di
appenderlo, ma ... «Senza il compagno Stalin adesso parleremmo tutti tedesco,
perdio! Sarà anche passato di moda, ma io Stalin ce l'ho qui...» ha esclamato
Verdi ani battendosi il pugno sul cuore. «Perciò non mi venite a rompere i coglioni!»
Così, alla fine, seppur in proporzioni ridotte e non proprio in una posizione
d'onore, il ritratto di "Baffone" il suo posticino sulla parete del Circolo
Primo Maggio l'ha trovato. La sala è così gremita che ci sono anche molte persone
in piedi. Tante Tubo le conosce, almeno di vista. La città è piccola e il suo
quartiere ancora di più, ma si stupisce nello scoprire volti mai visti prima.
Tra
quelli in piedi scorge Bighe Boghe. Guarda caso sta proprio accanto alla tavola
del buffet. Bottiglie di aranciata e di spumante, vassoi con crostini e paste
secche coperti da tovaglioli di carta, ché ancora non è il momento dei brindisi
e del mangiare. Il Segretario di Federazione deve prima terminare il suo
discorso. Tubo lancia occhiatacce a Bighe […] «Ti vedo, brutto bifolco ignorante
e maleducato! Lo vedo che quatto quatto, facendo finta di nulla, freghi
crostini e paste da sotto i tovagliolini e ti abbuffi come un maiale. Cazzo,
falla finita!» vorrebbe gridargli, ma non può. Perciò insiste nel tentativo di
tradurre in mimica facciale il messaggio […] Le smorfie di Tubo non sono
sfuggite a Liliana, che lo gela con un sibilo. Tubo immobilizza all'istante i
muscoli del viso in una specie di sorriso imbarazzato che davvero potrebbe
essere facilmente scambiato per una paresi da ictus. Per fortuna, concentrata
com'è a seguire il discorso del Segretario, Liliana già non lo degna più di
alcuna attenzione e quindi non se ne accorge […], e poi anche Tubo si rassegna
ad ascoltare il Segretario. O almeno a far finta di farlo. « ... E avviandomi
verso la conclusione ... » Queste parole del discorso Tubo riesce a coglie bene
e, anche se non si fida molto dell' annuncio del Segretario, si lascia andare a
un respiro di sollievo. riflesso si volta verso il punto dove stava Vasco,
insieme al gruppo dei "famosi" giovani, per condividere con loro il
conforto ... "Ma dove cavolo sono finiti? Eran tutti Il fino a un momento
fa!" C'erano Ciccillo, il figlio di Redicazzi, e Civeba, Ilva, Esterina,
più altri tre o quattro capelloni sfaccenda che conosce solo di vista. C'era
anche il Bobo, capellone pure lui, anche se non più ragazzo. Comunque è l'unico
che lavora, operaio alla Breda. E ora di colpo non c è più nessuno. "Si
vede che il discorso del burocratino . ha fatti scappare ... " si dice
Tubo.
"D'altronde
il caro Segretario li ha subito guardati con aria di sospetto e di disprezzo.
Mi dispiace per Vasco, che si è dato tanto da fare, ma mi sa che il suo
'progetto giovani' si è schiantato ancor prima di decollare ... " Lo
scroscio di applausi che segue la fine del discorso lo distoglie da quelle
riflessioni. Anche Tubo applaude accostando lentamente le mani senza battere i
palmi. in modo da non produrre rumore. Un bell'applauso alla BreZnev",
come quelli che ha visto fare nei filmati al decrepito leader sovietico dal
palco sulla piazza del Cremlino.
E ora,
come da prassi, dovrebbero partire le note dell'Internazionale, per dare avvio
alla festa […]
«Scusatemi,
compagni, ma io devo proprio andare ... » il Segretario abbandona la cattedra.
«Davvero vorrei restare con voi a festeggiare l'apertura di questo Circolo, ma
l'impegno politico mi chiama» conclude con un sospiro drammatico mentre assume
l'espressione di chi è oberato da chissà quante e quali importanti responsabilità
e con eroico spirito di abnegazione vi si dedica rinunciando ai piaceri della
vita.
Si fa
largo tra . è in piedi e chi è ancora seduto stringendo mani e distribuendo
pacche sulle spalle. Praticamente ha già piede fuori dalla porta quando un
sibilo acuto e violento lo inchioda sul posto come se fosse stato centrato da
un fulmine.” …pp. 143-147
Insomma, in queste, ed in altre pagine del libro di Vauro, anche uno “spaccato di vita” del PCI a Pistoia, negli anni ’70, insomma...anche lui era un iscritto...
COG
"carlo gori" "carlo o. gori" "carlo onofrio gori" e Vauro "vauro senesi"
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Carlo Gori - Carlo O. Gori - Carlo Onofrio Gori
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Senesi Vauro "Toscani innamorati",
Vauro
sabato 17 ottobre 2015
Soldati pistoiesi e toscani nella Resistenza in Albania e Montenegro 1943-1945. Convegno, Pistoia, 17 ottobre 2015, Palazzo Comunale, ore 9-12,30, ore 15,30-18.00
Pistoia: un interessante Convegno storico
Il programma
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Scrivo di questo argomento qui in questo mio blog:
e in questo mio libro:
da pag. 79 a pag. 85
come negli Atti di questo Convegno
sabato 3 ottobre 2015
Proprio oggi sul "Corriere delle Sera" un articolo di Sergio Romano sull'' Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia (A.F.I.S.): 1º aprile 1950-1º luglio 1960
Non molti giorni fa, in uno dei miei post, così scrivevo su FB pubblicando
anche questa immagine dell'alzabandiera italiana in Somalia apparsa sulla
copertina di "Epoca" del 6 dicembre 1952 come segnalazione e premessa ad un coevo reportage con foto del giornalista Lino Pellegrini:
"2/2 sono convalescente a casa ed ho molto tempo a disposizione: e tra l'altro soffro d'insonnia: non potendo per la postura stare molto al computer mi sono messo a rimettere a posto vecchie riviste....ed ecco che spunta questa foto relativa a un numero dedicato all'Amministrazione fiduciaria della Somalia che l'Onu assegnò nel dopoguerra all'Italia fino al 1960. Qui non ho ancora avuto il tempo, come invece ho fatto nell'1/2 su San Marino "rossa" 1945-1957 per scrivere il post: ma lo farò tra breve."
"2/2 sono convalescente a casa ed ho molto tempo a disposizione: e tra l'altro soffro d'insonnia: non potendo per la postura stare molto al computer mi sono messo a rimettere a posto vecchie riviste....ed ecco che spunta questa foto relativa a un numero dedicato all'Amministrazione fiduciaria della Somalia che l'Onu assegnò nel dopoguerra all'Italia fino al 1960. Qui non ho ancora avuto il tempo, come invece ho fatto nell'1/2 su San Marino "rossa" 1945-1957 per scrivere il post: ma lo farò tra breve."
In verità il post sulla Somalia, un Paese oggi purtroppo diviso,
conflittuale ed allo sbando, non è esattamente questo che pubblico qui ora: ho infatti intenzione, fra non molto e se le forze mi tornano, di avviare su Goriblogstoria360 una breve serie di post
titolata "Paesi, conflitti e migrazioni d'oggi" nel quale vorrei
prendere in esame , appunto, la Somalia, insieme all' Eritrea, l'Afghanistan, la
Siria, l'Irak, la Nigeria ecc.; ci sto ora studiando e fra breve in quell'ambito mi
soffermerò più approfonditamente anche sulla Somalia nel post ad essa dedicato,
analizzando soprattutto, ovviamente, le vicende successive di quel Paese,
dall'indipendenza al tempo attuale, periodo complesso durante il quale emerge
la figura del generale Mohammed Siad Barre presidente e dittatore della Somalia
dal 1969 al 1991.
Oggi invece, Sabato 3 ottobre 2015, cogliendo la palla al balzo, pubblico qui una
interessante nota su questo argomento dell'amministrazione fiduciaria italiana della Somalia su mandato Onu, apparsa , sul
"Corriere della Sera" nella rubrica "Risponde Sergio Romano", a
firma del sempre competente ed illuminante ambasciatore e ministro emerito.
Dirò solo qui sommariamente per introdurre l'argomento che la "Somalia italiana" fu dal 1889 al 1908, un Protettorato e poi, dal 1908, una Colonia italiana.
Nel 1936 "Africa Orientale Italiana" (sigla A.O.I.) fu la nuova e complessiva denominazione ufficiale delle colonie italiane nel Corno d'Africa nel quadro dell'Impero Coloniale Italiano proclamato da Benito Mussolini il 9 maggio 1936, dopo l'annessione dell’ Impero etiope seguita alla conquista italiana dell'Etiopia.
L'Africa Orientale Italiana univa le colonie dell'Eritrea e della Somalia Italiana alla quale era stato aggiunto l'Ogaden, ed era a sua volta divisa in sei governatorati: Governatorato di Amara, Governatorato dell'Eritrea.
Nell'estate 1940, nel corso della seconda guerra mondiale, le truppe italiane occuparono la Somalia Britannica e parte del Kenia vicino all'Oltregiuba. Questi territori furono annessi alla Somalia Italiana ingrandendola ed ottenendo -anche se per pochi mesi- l'unione territoriale di tutti i Somali nella "Grande Somalia".
Nel 1941 in seguito alla sconfitta del contingente italiano, culminata nella resa dell'Amba Alagi in Etiopia, la Somalia fu occupata da truppe britanniche, che ne mantennero il controllo fino al novembre del 1949, quando le Nazioni Unite la diedero in Amministrazione fiduciaria alla Repubblica italiana.
Ed ecco come risponde Sergio Romano ad un lettore italiano che scrivendogli dal Canada, dove dimora, gli pone questo quesito: "ho un coinquilino somalo, emigrato nel Nuovo Mondo nel 1994, quando era bambino. Gli ho chiesto la sua opinione riguardo all'Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia tra il 1950 e il 1960; e lui m'ha spiegato che, in base ai suoi ricordi personali e a quanto gli dicevano i suoi parenti, gli italiani si sono comportati «abbastanza bene» durante gli anni di questo protettorato. Ha aggiunto che fecero meglio gli italiani dei britannici, e che i problemi seri iniziarono quando gli europei lasciarono la Somalia al suo destino. E d'accordo con queste parole? Che cosa fu di preciso l'amministrazione fiduciaria italiana della Somalia? Davide Chicco"
Sergio Romano: "Caro Chicco, l'amministrazione fiduciaria della Somalia fu il premio di consolazione che l’Italia ricevette per una battaglia perduta. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando cominciarono i negoziati per il Trattato di pace, De Gasperi e il suo ministro degli Esteri, Carlo Sforza, ,si batterono con gli Alleati per evitare che l’Italia fosse privata di tutte le sue colonie. Sapevano che l'Etiopia era irrimediabilmente perduta, ma speravano che la conservazione delle altre (Eritrea, Libia e Somalia) fosse ancora possibile.Usarono tutti i classici argomenti del colonialismo italiano. L'Italia era una nazione proletaria, priva di materie prime, ma ricca di braccia e affamata di terra per i suoi figli. In Libia aveva reso coltivabili larghe zone che non avevano mai conosciuto l'aratro, creato città e borghi, costruito una grande strada, la Balbia, che si estendeva lungo l'intera costa. Se il Paese fosse stato privato delle sue colonie, la piaga della disoccupazione avrebbe frenato il processo di ricostruzione e creato una pericolosa instabilità sociale. La realtà, fortunatamente, sarebbe stata alquanto di versa, ma quello ero lo stato d'animo diffuso allora nel Paese e quelli erano gli argomenti di cui i diplomatici italiani si servivano al tavolo delle trattative. Vi fu una schiarita quando Roma e Londra sembrarono prossime a un accordo sulla creazione in Libia di due zone d'influenza: la Tripolitania all'Italia, la Cirenaica alla Gran Bretagna. Ma l'Unione Sovietica si oppose e la Libia, qualche anno dopo, divenne un regno sotto l'ala protettrice degli inglesi. Terminata male la battaglia per la conservazione delle colonie, l’Italia cercò di conquistare almeno un posto nel processo di decolonizzazione e riuscì a diventare il tutore e custode della Somalia nella fase che avrebbe preceduto l'indipendenza. Per evitare parole come «protettorato» e «mandato», fu coniata l'espressione «amministrazione fiduciaria»: e per impedire che il provvisorio diventasse permanente fu deciso che la missione italiana sarebbe durata dieci anni, dal 1950 al 1960. Palazzo Chigi, dove era allora il ministero degli Esteri, prese la cosa molto seriamente e si servi dei funzionari dell'Africa italiana ancora in servizio per creare le strutture amministrative del nuovo Stato. Una parte del personale fu formata in Italia. Gli allievi del corpo di polizia frequentarono i corsi della scuola allievi carabinieri e qualche aspirante diplomatico fece un tirocinio in ambasciate o consolati italiani. Quando giunse il momento di consegnare la Somalia ai somali, fu inviato a Mogadiscio un ministro della Repubblica. Era Giuseppe Medici, un notabile modenese di vecchio stile con il mento ornato da una piccola barba, molto elegante. Vi fu una cerimonia durante la quale la bandiera italiana venne ammainata, scrupolosamente ripiegata e consegnata al ministro che l'avrebbe riportata in Italia. Qualche tempo dopo Medici mi disse che non era riuscito a trattenere le lacrime. Così finì, caro Chicco, il colonialismo italiano."
Ma ripeto questa nota di Sergio Romano e questo post è solo un anticipo: tornerò qui anche sulla Somalia fra non molto in una breve serie di post titolata "Paesi, conflitti e migrazioni d'oggi", intanto, qui sotto, altre foto del 1952 che illustrano quel servizio di Lino Pellegrini.
Per il resto...A presto!
Carlo Onofrio Gori
Dirò solo qui sommariamente per introdurre l'argomento che la "Somalia italiana" fu dal 1889 al 1908, un Protettorato e poi, dal 1908, una Colonia italiana.
Nel 1936 "Africa Orientale Italiana" (sigla A.O.I.) fu la nuova e complessiva denominazione ufficiale delle colonie italiane nel Corno d'Africa nel quadro dell'Impero Coloniale Italiano proclamato da Benito Mussolini il 9 maggio 1936, dopo l'annessione dell’ Impero etiope seguita alla conquista italiana dell'Etiopia.
L'Africa Orientale Italiana univa le colonie dell'Eritrea e della Somalia Italiana alla quale era stato aggiunto l'Ogaden, ed era a sua volta divisa in sei governatorati: Governatorato di Amara, Governatorato dell'Eritrea.
Nell'estate 1940, nel corso della seconda guerra mondiale, le truppe italiane occuparono la Somalia Britannica e parte del Kenia vicino all'Oltregiuba. Questi territori furono annessi alla Somalia Italiana ingrandendola ed ottenendo -anche se per pochi mesi- l'unione territoriale di tutti i Somali nella "Grande Somalia".
Nel 1941 in seguito alla sconfitta del contingente italiano, culminata nella resa dell'Amba Alagi in Etiopia, la Somalia fu occupata da truppe britanniche, che ne mantennero il controllo fino al novembre del 1949, quando le Nazioni Unite la diedero in Amministrazione fiduciaria alla Repubblica italiana.
Ed ecco come risponde Sergio Romano ad un lettore italiano che scrivendogli dal Canada, dove dimora, gli pone questo quesito: "ho un coinquilino somalo, emigrato nel Nuovo Mondo nel 1994, quando era bambino. Gli ho chiesto la sua opinione riguardo all'Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia tra il 1950 e il 1960; e lui m'ha spiegato che, in base ai suoi ricordi personali e a quanto gli dicevano i suoi parenti, gli italiani si sono comportati «abbastanza bene» durante gli anni di questo protettorato. Ha aggiunto che fecero meglio gli italiani dei britannici, e che i problemi seri iniziarono quando gli europei lasciarono la Somalia al suo destino. E d'accordo con queste parole? Che cosa fu di preciso l'amministrazione fiduciaria italiana della Somalia? Davide Chicco"
Sergio Romano: "Caro Chicco, l'amministrazione fiduciaria della Somalia fu il premio di consolazione che l’Italia ricevette per una battaglia perduta. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando cominciarono i negoziati per il Trattato di pace, De Gasperi e il suo ministro degli Esteri, Carlo Sforza, ,si batterono con gli Alleati per evitare che l’Italia fosse privata di tutte le sue colonie. Sapevano che l'Etiopia era irrimediabilmente perduta, ma speravano che la conservazione delle altre (Eritrea, Libia e Somalia) fosse ancora possibile.Usarono tutti i classici argomenti del colonialismo italiano. L'Italia era una nazione proletaria, priva di materie prime, ma ricca di braccia e affamata di terra per i suoi figli. In Libia aveva reso coltivabili larghe zone che non avevano mai conosciuto l'aratro, creato città e borghi, costruito una grande strada, la Balbia, che si estendeva lungo l'intera costa. Se il Paese fosse stato privato delle sue colonie, la piaga della disoccupazione avrebbe frenato il processo di ricostruzione e creato una pericolosa instabilità sociale. La realtà, fortunatamente, sarebbe stata alquanto di versa, ma quello ero lo stato d'animo diffuso allora nel Paese e quelli erano gli argomenti di cui i diplomatici italiani si servivano al tavolo delle trattative. Vi fu una schiarita quando Roma e Londra sembrarono prossime a un accordo sulla creazione in Libia di due zone d'influenza: la Tripolitania all'Italia, la Cirenaica alla Gran Bretagna. Ma l'Unione Sovietica si oppose e la Libia, qualche anno dopo, divenne un regno sotto l'ala protettrice degli inglesi. Terminata male la battaglia per la conservazione delle colonie, l’Italia cercò di conquistare almeno un posto nel processo di decolonizzazione e riuscì a diventare il tutore e custode della Somalia nella fase che avrebbe preceduto l'indipendenza. Per evitare parole come «protettorato» e «mandato», fu coniata l'espressione «amministrazione fiduciaria»: e per impedire che il provvisorio diventasse permanente fu deciso che la missione italiana sarebbe durata dieci anni, dal 1950 al 1960. Palazzo Chigi, dove era allora il ministero degli Esteri, prese la cosa molto seriamente e si servi dei funzionari dell'Africa italiana ancora in servizio per creare le strutture amministrative del nuovo Stato. Una parte del personale fu formata in Italia. Gli allievi del corpo di polizia frequentarono i corsi della scuola allievi carabinieri e qualche aspirante diplomatico fece un tirocinio in ambasciate o consolati italiani. Quando giunse il momento di consegnare la Somalia ai somali, fu inviato a Mogadiscio un ministro della Repubblica. Era Giuseppe Medici, un notabile modenese di vecchio stile con il mento ornato da una piccola barba, molto elegante. Vi fu una cerimonia durante la quale la bandiera italiana venne ammainata, scrupolosamente ripiegata e consegnata al ministro che l'avrebbe riportata in Italia. Qualche tempo dopo Medici mi disse che non era riuscito a trattenere le lacrime. Così finì, caro Chicco, il colonialismo italiano."
Ma ripeto questa nota di Sergio Romano e questo post è solo un anticipo: tornerò qui anche sulla Somalia fra non molto in una breve serie di post titolata "Paesi, conflitti e migrazioni d'oggi", intanto, qui sotto, altre foto del 1952 che illustrano quel servizio di Lino Pellegrini.
Per il resto...A presto!
Carlo Onofrio Gori
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