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lunedì 6 febbraio 2017

Giuseppe Civinini a Bezzecca nel 1866

Giuseppe  Civinini a Bezzecca nel 1866 *

E’ da vario tempo che mi occupo di Giuseppe Civinini, per cui ho maneggiato un po' le sue carte , come quelle di altri personaggi pistoiesi del Risorgimento e ritengo che forse Civinini sia da considerarsi il personaggio più rappresentativo del Risorgimento pistoiese soprattutto per i molteplici piani su cui seppe, pur avendo una vita molto breve, ben muoversi.
Venendo al Civinini del 1866 a Bezzecca, ricordo che iniziai il mio primo articolo su Civinini proprio partendo da quel periodo facendo riferimento al garibaldino Giuseppe Guerzoni che così ricorda la battaglia di Bezzecca, unica vittoria italiana nella mal condotta guerra del '66: “La strada di Triarno è tempestata di proiettili nemici e Garibaldi è il più cercato bersaglio. I suoi aiutanti Cairoli, Albanesi, Damiani, Miceli, Coriolato e Civinini gli fanno scudo con i loro corpi” (1) Troviamo quindi Civinini proprio nel bel mezzo del fatto d’armi trentino del 21 luglio 1866, poi, anche giustamente, registrato nel senso storico nazionale, come famosa e vittoriosa battaglia. Civinini era stato segretario di Garibaldi ad Aspromonte e nella prigionia al Varignano, il sopra ricordato Giuseppe Guerzoni era segretario di Garibaldi poco prima che iniziasse la guerra del ‘66, ma per una fuga di notizie da Caprera, relativa alla possibile spedizione garibaldina in Dalmazia, fu giubilato proprio per questa fuga di notizie. Un'altra cosa importante che riguarda Garibaldi, Civinini e questa battaglia è la grossa daga che si trova e si può osservare in Sala II della Biblioteca Forteguerriana appartenuta ad un guastatore austriaco e regalata da Garibaldi a Civinini evidentemente per sdebitarsi con l’amico. Nel 1866 Civinini aveva 31 anni ed era da pochi mesi deputato pistoiese al Parlamento nazionale e pur essendosi opposto ad una guerra che -disse lui- dava intero il paese a La Marmora e ai suoi compari che daranno all'Italia una seconda Novara (e ci andò vicino) aveva sentito il dovere di arruolarsi, al contrario ad esempio del Carducci, a quel tempo professore a Bologna, che aveva scritto “guerra ai tedeschi, immensa eterna guerra” (intendendo ovviamente gli austriaci e non i prussiani) e che non si era sognato né ora, né nel '59 di partire. Anche questo spiega l'uomo Civinini che nella sua intensa vita ebbe a rivestire vari ruoli: cospiratore mazziniano, ufficiale garibaldino, massone, giornalista, direttore noto, abile e polemico, politico e deputato appassionato e discusso, figura di primo piano del movimento democratico della Sinistra risorgimentale ed infine esponente della Destra ricasoliana. Una personalità indubbiamente complessa, non priva di evidenti contraddizioni e che tuttavia, elevandosi dall'ambito pistoiese ad una dimensione nazionale, attraversa gli anni della formazione dello Stato Unitario se non da protagonista non certo da anonima comparsa. Civinini venne nel tempo, in varie ed alterne circostanze, onorato in Pistoia e ricordo l'ultimo appuntamento a cui ho partecipato nel febbraio-marzo 2012 alla Villa di Scornio dove si svolse il Convegno sui “Busti ritrovati” (2);tra l'altro in quell’occasione vennero ricordati anche i due “busti ritrovati” di Civinini: uno opera di Adelaide Pandiani che raffigurava Civinini in divisa di garibaldino e l'altro di Civinini in divisa da deputato (in divisa tra virgolette, naturalmente), scultura pronta per il monumento funebre.
Anche questo ci riporta alla narrazione del Risorgimento; c'è stata una narrazione ( ma storytelling purtroppo sovente si preferisce dir oggi all’inglese…) trionfalisticamente “edulcorata” ed “unitaria” che è passata nella cultura media italiana dalla fine del Risorgimento e che ha riguardato soprattutto le classi medio-borghesi (è inutile che ricordi il libro Cuore su cui alle elementari si sono formati in tanti di quelli presenti qui, stasera, che hanno qualche anno sul groppone). Una “religione-laica”, però aperta sempre più, soprattutto dopo il Concordato, anche ai cattolici, e che quindi è passata anche attraverso il fascismo - sebbene nel fascismo ci fossero due correnti: una, la maggioritaria e debitrice nei confronti della monarchia sabauda , che si vedeva come vera e autentica continuatrice del Risorgimento “unitario” e l'altra invece, (soprattutto proveniente dalla parte originariamente futurista del movimento), di rottura con tutta l’Italia prefascista e quindi anche col Risorgimento “unitario”, parte di questa tendenza tornata alla ribalta nel ’43-’45, esaltata dalla propaganda repubblicana della RSI sia nei proclami di . F.T. Marinetti a Salò, che nei manifesti “mazziniani” di Boccasile). Una “religione laica” del Risorgimento (ovviamente utile politicamente a molti a fine propagandistico e altrettanto ovviamente diversa e più complessa per gli storici, i cosiddetti “addetti ai lavori”) corroborata anche sul fronte opposto dall’impegno pluralista contro il nazi-fascismo durante la Resistenza ( anche qui ovviamente con le dovute differenze: ad es. la famosa partigiana “Brigata Maiella” comandata da Ettore Troilo che dall’Abruzzo risalì poi combattendo a fianco degli Alleati e del ricostituito Regio Esercito fino alla Gotica e alla liberazione di Bologna, fermamente rifiutò per le idee socialiste e mazziane dei suoi componenti l’offerto inquadramento ufficiale in quest’ultimo). Una “religione laica unitaria” del Risorgimento che ebbe una ripresa, malgrado la rottura politica e il Garibaldi del Fronte Popolare, nei governi a guida democristiana del dopoguerra fino al 1961, anno dell’ufficiale e trionfale celebrazione del primo  Centenario dell'Unità d'Italia e che poi, via via, confrontandosi con una realtà sociale mutata e criticamente mutevole e con,  nello specifico, più frequenti  revisioni storiche sovente “di parte”, (dal “risorgimento tradito” del radicalismo democratico, passando poi per i “rimpianti federalistici” dei repubblicani autonomisti contro l’ ”annessione piemontese”, il mai cessato risentimento anti-massonico e anti-laico dei cattolici integralisti e per finire alle sempre più frequenti nostalgie neo-borboniche dall’altra), è andata scemando fin quasi ad esaurirsi. Ecco perché anche qui a Pistoia il busto del Civinini era finito poi, come tante altre sculture “minori” ed iconografie di oggetto risorgimentale, dalle sale e dai corridoi dei  palazzi che li esponevano, nelle loro cantine dove poi nel 2011 (anche per l’impulso dato in precedenza in tal senso dai Presidenti del Consiglio Spadolini e Craxi, a dai Presidenti della Repubblica Ciampi e Napolitano) sono stati, giustamente, proprio perché “ripuliti” da tutta la precedente patina retorica, oggi “ritrovati” anche qui a Pistoia. Ma ora ripassiamo un attimo la figura del Civinini e poi torniamo a Bezzecca. Civinini nasce a Pisa nel 1835 e nel '44 purtroppo muore il padre Filippo, pistoiese, noto medico e professore nell’Ateneo Pisano e Giuseppe torna a Pistoia con la madre Gioconda Marini e la sorella Giulia. La famiglia era quindi una famiglia borghese fino alla morte del capofamiglia abbastanza agiata. Civinini si mostra molto precoce: a 15 anni aderisce alla Giovane Italia ed è ricercato per questo dalla Polizia Granducale e si rifugia da solo a Liverpool e poi a Genova; viene estradato in Toscana e viene incarcerato; tiene testa agli interrogatori e gli inquirenti sono costretti a rilasciarlo. Seguono sette anni di intensa attività cospirativa che lo vedono alternarsi tra Toscana e Piemonte, ospite frequente sia delle carceri granducali sia di quelle del Regno Sardo. Incontra in questo periodo vari personaggi, anche pistoiesi come il mazziniano Francesco Franchini, altro personaggio pistoiese interessante, e a Firenze dove conosce i fratelli Bianchi della tipografia Bianchi e Barbèra ed è poi sospettato di appartenere alla rete del pratese Pietro Cironi. A Firenze è aiutato dalla marchesa Lucrezia Firidolfi, moglie del Barone Ricasoli e anche ciò avrà un peso nel successivo cambiamento politico. Poi con il mazziniano Maurizio Quadrio prepara senza successo una insurrezione a Livorno nel 1857. Ma due amicizie che contano sono con personaggi che diverranno esponenti di primo piano della Massoneria italiana e che avranno un peso fondamentale nelle sue scelte; quella col repubblicano lucchese Antonio Mordini e quella col livornese amico di Mazzini, Antonio Lemmi, poi definito il “banchiere del Risorgimento”. Civinini segue Lemmi per due anni, prima in Svizzera e poi a Costantinopoli, come istitutore dei suoi figli. Intanto nel 1859, anno della guerra austro-franco-piemontese, un sollevamento caccia il granduca Leopoldo II ed un plebiscito, sotto la regia di Ricasoli, sancisce l'annessione della Toscana al Regno sabaudo. Come si sa, i plebisciti erano quasi tutti  in sostanza, “falsi”:  qui in Toscana  giravano fra l'altro delle pesanti minacce, soprattutto col  motto: “regno separato, legno assicurato” intendendo con la sineddoche “legno” la cassa da morto, evidentemente destinata a chi non avesse votato per l’annessione: ne’ fatti il voto non era poi tanto segreto… Nel '60 Civinini, superata ormai l'intransigenza mazziniana, inizia la sua fase garibaldina; lascia il Bosforo e raggiunge nel giugno il Generale che gli affida incarichi nell'intendenza dell'esercito, dove si distingue per competenza e correttezza. Stretto collaboratore e poi segretario di Garibaldi lo segue nel '62 in Aspromonte e ne condivide la prigionia al Varignano e poi l'esilio a Caprera. In questo periodo fu una firma nota del giornalismo politico. Già da mazziniano aveva esordito a Genova, collaborando a «L'Italia del popolo» e a Cuneo alla «Sentinella delle Alpi». A Torino Civinini diventa redattore e poi direttore della voce del partito garibaldino, il giornale «Il diritto», di proprietà dell'amico Lemmi e si affilia alla loggia massonica Dante Alighieri, dove trova, fra gli altri, Agostino De Pretis, Saffi e Mordini. Dopo Aspromonte Civinini si avvicina alle posizioni legalitarie di quella parte dei democratici – Crispi, Bargoni, Mordini, Lazzaro ecc.- che di lì a poco verranno inizialmente sconfessati da Garibaldi e in sintonia con Crispi afferma che “la guerra che noi vogliamo ora Civinini, il Parlamento e fuori non può vincersi a scoppiettate - riferendosi ad Aspromonte - finirà soltanto quel giorno in cui il re d'Italia salirà sul Campidoglio”
Con la Convenzione di Settembre ed il trasferimento della Capitale a Firenze, insieme a Crispi, Civinini si oppone allo spostamento, entrando in attrito con l'amico Mordini e giocoforza sposta poi la sede del giornale «Il diritto» in Toscana.
Conosciuto ormai in tutto il paese per la sua attività giornalistica e politica è candidato in più collegi a livello nazionale per la IX Legislatura. Civinini viene eletto a Pistoia nel ballottaggio delle elezioni suppletive nel Collegio di Pistoia II con 337 voti, contro i 317 del moderato Giovanni Camici appoggiato da «La Nazione», giornale della consorteria di Ricasoli e Minghetti. Le cifre confermano come il suffragio e la politica parlamentare fossero allora appannaggio di pochi istruiti e lo saranno ancora per molto anche sotto la Sinistra parlamentare. Tuttavia Civinini, al contrario del suo avversario, presenta un programma elettorale e viene appoggiato da un manifesto dei non aventi diritto al voto che erano naturalmente più numerosi dei votanti. Torniamo così al 1866, un anno fondamentale per Civinini e anche per la Sinistra parlamentare. Ci sono alcuni argomenti sul tappeto politico: una valutazione della Sinistra circa la questione romana, la liberazione del Veneto a fronte della proposta di alleanza prussiana, una grossa crisi finanziaria statale per il debito pubblico che il nuovo Stato si era trovato a sostenere, accollandosi i debiti degli Stati preesistenti con le annessioni; poi si cercò di mettere una toppa al disastro finanziario statale ricorrendo al corso forzoso della lira. Nelle prese di posizione dei vari esponenti su questi temi si accentra il processo di disgregazione della Sinistra parlamentare rimasta spesso in bilico tra l'ala legalitaria e quella rivoluzionaria. Civinini si oppone fieramente alla guerra -come si diceva- perché gestita dal governo di Destra e rimprovera i suoi compagni, questa volta, di sacrificare la Libertà all'Unità, provocando su questo una prima clamorosa rottura col Crispi che aveva appoggiato il corso forzoso ed era stato poi relatore del disegno di legge per la tutela della sicurezza interna dello Stato, votando insieme alla Destra, naturalmente. Già nel suo primo discorso parlamentare nella tornata del 3 marzo 1866, a fronte degli argomenti di finanza e guerra, riguardo all'interpellanza Pepoli e e al successivo intervento di un suo compagno di schieramento che invitava invece a pensare al risanamento finanziario e non alla guerra, Civinini si dichiarava moderatamente possibilista sulla guerra ma per fare soprattutto gli interessi italiani e non principalmente quelli prussiani, come invece gli appariva; mentre era preoccupato soprattutto del fatto che la Destra reazionaria, quella piemontese, di La Marmora e anche del Re, con la scusa della guerra inducesse il Parlamento ad approvare misure liberticide. Disse poi che non voleva sentire parlare di guerra fintanto che non fossero stati i democratici, divenuti padroni del governo, a dichiararla e attuarla. In seguito ai forti dissensi nella Sinistra – si è detto di quelli con Crispi- Civinini è costretto a lasciare la direzione de «Il diritto» e fonda «Il nuovo diritto» non prima di generare un rimescolamento politico che favorirà sempre più frequenti intese fra Destra liberale e Sinistra moderata e che preluderà, dopo l'avvento della Sinistra – ma molti anni dopo – al “certificato” trasformismo, quello depretisiano degli anni successivi.
Le operazioni belliche progettate nel 1866 previdero da parte del governo , com’era avvenuto anche con “Cacciatori delle Alpi” nella guerra del 1859, e la concessione  a Garibaldi di reclutare un corpo ausiliario di volontari da dislocare come  base di partenza  sul Garda e da gettare in azione diversiva su una parte apparentemente secondaria del fronte, (ai volontari questa volta era stato tra l’altro permesso di indossare come divisa l’amata camicia rossa), da affiancare all'esercito regolare, nel quale ora militano come generali “sabaudi” molti vecchi collaboratori di Garibaldi, vedono dissenziente per le succitate ragioni una parte non irrilevante della Sinistra repubblicana. Tuttavia alla fine molti democratici, sia delle correnti degli “irriducibili, sia delle correnti più “possibiliste” finiscono per arruolarsi: Alberto Mario ed altri raggiungono sul Garda il Generale e fra questi anche Civinini che riprende posto nello Stato maggiore garibaldino. Tutte le sue lettere, a partire da questo momento, sono infatti intestate “Stato Maggiore” e “Corpo di Stato Maggiore”.
E veniamo finalmente un po' a vedere Civinini in questi frangenti della guerra del '66. Ho cercato di mettere insieme e confrontare le lettere scritte e ricevute, in quei giorni da Civinini con il cronoprogramma degli avvenimenti logistico e bellici ordinati da Garibaldi e dai suoi volontari. Si sa che la prevista campagna garibaldina gardesana- trentina non era facile, che partirono 38mila volontari, ma parecchi erano ancora a Bari alla fine delle ostilità (perché gli arruolamenti avvenivano un po’ in tutta Italia e quelli di Bari quindi non arrivarono mai). La campagna non è che si presentasse facile, sebbene, come già accennato, il fronte garibaldino, tutto sommato, rispetto al teatro principale di questa “strana guerra”  - preceduta da contraddittorie e frenetiche trattative diplomatiche –alla fine evidentemente abortite –  fosse considerato secondario. Perché, diciamolo francamente, i prussiani, nel caso della prevista vittoria sull’Austria, il Tirolo all’Italia non glielo avrebbero mai concesso perché territorio facente parte della Confederazione tedesca e perciò non sottoposto a trattativa infatti il Trentino allora si chiamava Sud Tirolo o Tirolo italiano, mentre il Tirolo cominciava a Bolzano ed andava fino ad Innsbruck mentre com’è noto, l’Austria denominava ancora ufficialmente nel 1866, il suo territorio “italiano” malgrado la Lombardia fosse stata persa col ’59 “Regno Lombardo-Veneto” per la presenza in esso della lombarda Mantova, fortezza del Quadrilatero e della riva sinistra del Mincio e quindi il cosiddetto “Königreich Lombardo-Venetien” formalmente per l’Austria cesserà di esistere solo nel 1866 con l'annessione del Veneto, della provincia di Mantova e del Friuli al Regno d'Italia sancita dal Trattato di Vienna. Per arrivare alla “frontiera naturale” del Brennero, occorrerà quindi all’Italia affrontare un’altra guerra, quella del 1915-18, finita con la disgregazione generale delle monarchie imperiali tedesche.
Tornando alle operazioni belliche gardesano-trentine notiamo che il 20 giugno Garibaldi pone il suo quartier generale a Salò, sulla riva bresciana del Garda dove dispone, fra l'altro, anche di una piccola flotta lacustre (ben poca cosa rispetto ai battelli armati austriaci che erano sul Lago) formata soprattutto da marinai anconetani e livornesi. A proposito dei livornesi, questo mi fa pensare ad un mio vecchio articolo sul trasferimento a Therensienstadt dei prigionieri del 1848 che arrivarono a Linz e trovarono sul Danubio proprio i battelli guidati dai livornesi. Si vede che i nostri corregionali labronici erano marinai esperti anche di acqua dolce2. (3)
Civinini, dalle lettere che ho potuto consultare io, non mi sembra che avesse molta voglia di presentarsi a questa guerra, cioè che lo dovesse fare per il suo prestigio militare garibaldino e la sua  posizione nella sinistra democratica, ma in cuor suo “politicamente” non ne avesse molta voglia. Intanto Garibaldi stabilisce il suo Quartier generale il 20 giugno presso Salò e il 23 giugno Civinini si  attarda ancora a Firenze da dove scrive una lettera alla madre; raggiunge poi Torino il 24 giugno, quando in concomitanza con la battaglia di Custoza i garibaldini occupano il Monte Suello e il posto di dogana presso Ponte Caffaro dove c'era il confine. Civinini è quindi a Torino, dove aveva amicizie per la sua attività giornalistica precedente e da dove scrive una lettera all'amico pistoiese Celestino Antonini. Giunge sul lago di Garda e ritorna a far parte dello Stato maggiore solo il 25 giugno, quando scrive una lettera alla moglie Antonietta Klein (quindi con giorni di ritardo dall'insediamento del Quartier generale garibaldino), poi da Lonato del Garda, scrive soprattutto a Celestino Antonini, a Elio Babbini, che era suo collaboratore ne «Il diritto», a Milziade Battaglini, che lui ritrova lì, poi ad Adriano Lemmi.
Intanto il 14 luglio Garibaldi insedia il Quartier generale avanzato a Storo. E' difficile l'avanzata garibaldina, il fronte è secondario ed avanza dal basso (chi sa un poco di cose militari che nelle vicende belliche montane chi parte di sotto parte svantaggiato); quelli schierati nella parte superiore del fronte erano soprattutto tirolesi che conoscevano bene il territorio e avevano armi migliori. Quindi anche se erano in numero superiore all’avversario non erano certi i 38mila previsti (i garibaldini impiegati effettivamente sul terreno molti meno), partivano svantaggiati. Il Quartier generale a Storo era nella parte del Tirolo trentino, dove nell'ospedale di Storo, morirà il garibaldino Spinelli di Larciano.
Civinini segue, dal momento che arriva lì, tutto quello che fa Garibaldi divenendone praticamente quasi una guardia del corpo.
Civinini che in precedenza aveva scritto alla sorella, dicendo – siccome sembrava che  suo cognato volesse partecipare alla guerra- di farlo restare a casa, scrive alla madre da Storo: “Sapeste che ieri l'altro abbiamo avuto un combattimento piuttosto serio – si riferisce al combattimento di Condino del 16 luglio - . Spero proprio che questa maledetta guerra finisca, perché io non ho più venti anni, tra l'altro. Ieri ho trovato Milziade Battaglini e abbiamo fatto colazione insieme” (4) (il Battaglini era rimasto ferito). Poi arriviamo al 21 luglio, alla battaglia di Bezzecca, e il 31 luglio viene proclamata la tregua d'armi; Civinini rimane poi in attesa del congedo a Brescia e il 17 settembre c'è la pace tra Italia e Austria. A Brescia rimane fino all'11 settembre, poi scrive alla madre, il 15 settembre da Firenze. Scrive molto però alla Klein, la moglie francese alsaziana (ci vorrebbe molto tempo per leggere quelle lettere, perché sono tante e sono scritte in francese né Civinini né sua moglie hanno una bella grafia).
Questa è l'impressione mia sul deputato  Civinini rispetto a quello che ho potuto trovare sul suo impegno bellico di questo 1866: dimostrare anche con accenti eroici – il coraggio non gli mancava – che pur senza intima convinzione, il suo dovere di militare garibaldino l'aveva comunque fatto, qualunque avrebbero potuto esser le sue scelte politiche successive. Non a caso quando verrà in visita Garibaldi l'anno dopo, nel 1867, a Pistoia, il deputato pistoiese al parlamento di Firenze Capitale, Giuseppe Civinini
si noterà proprio per la sua assenza nella sua città, quando sua sorella Giulia Civinini Arrighi era in primo piano nei festeggiamenti cittadini al Generale..
L'accentuarsi dei dissidi nella Sinistra, soprattutto il contrasto col vendicativo  sempre potente Francesco Crispi, inducono infatti Civinini a fare il salto a Destra, cambiando schieramento. Come ho già detto secondo me già prima e durante la guerra del 1866 matura questo suo nuovo atteggiamento e subito dopo la guerra appoggia il governo Ricasoli, nel quale vede un baluardo contro la reazionaria Destra piemontese della Permanente, apprezzando in particolare la politica del Barone volta ad introdurre il decentramento amministrativo, considerato da Civinini uno dei principi fondamentali del liberalismo. Anche la vecchia amicizia col Barone , dovuta agli anni giovanili quando si era rifugiato in casa Ricasoli a Firenze presso la moglie, spiega questa svolta politica maturata nella seconda metà del '66 e clamorosamente evidenziatasi nel '67, quando Civinini si candida di nuovo a Pistoia, ma questa volta con la Destra ricasoliana e viene rieletto al Parlamento.
La vicenda politica di Giuseppe Civinini praticamente si concluderà poi con il suo coinvolgimento nella clamorosa faccenda della Regìa dei tabacchi; questo è proprio un giallo politico e infatti Levi Sandri, colui che ha fatto più chiarezza sul ruolo di Civinini scagionandolo, scrisse un libro negli anni '80 intitolato proprio Il giallo della Regia (5). Questo è un capitolo a sé, tra attentati ed intrighi nella Capitale sull’Arno che tralascio di descrivere qui, però ci serve per descrivere e delineare il suo comportamento in quei politicamente oscuri frangenti: in quel Parlamento dove era stato eletto, Civinini nel 1868 approvò su proposta del ministro Crambray-Digny la concessione della privativa per la fabbricazione dei tabacchi a una regìa cointeressata, costituita da una società di capitalisti italiani ed esteri. Il voto su questa concessione ci dà il quadro in quel momento di come erano gli schieramenti. Votarono a favore la Destra governativa e la Sinistra possibilista del Terzo partito di Mordini; si opposero il gruppo di Rattazzi, la Permanente, cioè la Destra piemontese (Lanza e Sella), la Sinistra del Crispi e la Sinistra radicale di Bertani. Quindi si evidenzia la frammentazione che porterà poi a percorsi trasversali tra Destra e Sinistra. Mentre si faceva oppressiva la pressione fiscale dello Stato sulle masse popolari, si rafforzarono i legami fra entourage governativo e capitalismo bancario.
Civinini violentemente accusato sia da Crispi che dal «Gazzettino rosa» di Milano di aver favorito il voto sulla concessione per interessi personali nell'operazione è trascinato con altri nel primo vero grosso scandalo politico dell'Italia post-unitaria. Vede, nell'attacco alla sua persona per l'affare della regìa, la mano del Crispi che avrebbe, secondo lui, orchestrato il tutto per rilanciare la Sinistra a lui fedele e perché non gli avrebbe perdonato il duro attacco del 7 maggio 1866 e le sue caustiche considerazioni sul ruolo del Crispi nel far approvare le leggi eccezionali di pubblica sicurezza. Cioè Crispi ce l'ha con Civinini perché ha abbandonato la Sinistra, però queste cose a ben vedere prima, più o meno, le aveva fatte lo stesso Crispi. Tutti gli accusatori non riescono a produrre prove e Civinini esce assolto dall'inchiesta parlamentare e vincitore nei successivi strascichi giudiziari. Ma fra alcuni storici permane per lungo tempo – a parte il successivo libro rivelatore di Levi Sandri (5) – il sospetto che tramite un suo protetto, Salvatore Tringali (1834-1906), che compare nell'epistolario di Civinini con un notevole numero di lettere (6), abbia ottenuto una partecipazione nella regìa, anche se a convenzione approvata. Tuttavia è vero che dopo la morte la famiglia non si trovò in condizioni economiche floride, tanto che per pagare i funerali furono riscattati dei beni al Monte di Pietà.
Intanto, nel 1870 Napoleone III cade a seguito della sconfitta nella guerra franco-prussiana, a Parigi si instaura la Comune e il 20 settembre le truppe italiane occupano finalmente Roma. Civinini, che era diventato direttore de «La Nazione» nel 1869 teorizza ora, non senza contrasti interni al quotidiano, quella politica estera filo-germanica, attuata anni dopo proprio dal Crispi. Significativo, ad esempio un suo saggio apparso nella «Nuova Antologia» dove, tra l'altro, afferma: “A mio credere, molte cose ci consigliano a fare del nuovo Impero germanico il nostro più stretto amico. La prima è l'interesse comune che abbiamo di tenere, per quanto più si può, bassa la Francia; la seconda la necessità che abbiamo di avere amiche le potenze che sono, per tradizione e per interessi, antipapali, e di assicurare ad esse la prevalenza in Europa; la terza di fondarci sopra una solida base conservativa, la quale ci manca all'interno, ed all'esterno non possiamo cercare senza pericolo altrove che nel nuovo Impero, il quale, per legge della sua condizione, non può essere conservativo, senza essere anche liberale. Le nostre diffidenze verso la Germania [...] ci esporranno veramente a quei pericoli di cui tanto temiamo, e non impediranno ad ogni modo che il destino dell'Europa si compia” (7)
Erano le ultime battute della sua vicenda umana e politica. Era stato da circa un anno rieletto al Parlamento quando il 19 dicembre 1871 morirà a soli 36 anni per un tumore, probabilmente anche alimentato dallo stress e dai dispiaceri dell'affaire della Regìa dei Tabacchi.

                                             





                         Carlo Onofrio Gori







* Relazione scritta del mio intervento al suddetto Convegno del 14.11.2016,  inviata 04.02.2017 a gentile richiesta delle benemerite Associazioni storico-culturali organizzatrici, per stampa Atti, Avevo già segnalato questo Convegno, l'ultimo al quale ho partecipato, su un mio post di Goriblogstoria dell'ottobre scorso. Ringrazio gli Organizzatori del Convegno per l'invito ed in particolare Giampaolo Perugi, Teresa Dolfi e Simonetta Ferri, preziosa per le mie ricerche d'archivo alla Biblioteca Forteguerriana relative al mio intervento al Convegno ed alla stesura di questo articolo.  Ringrazio Simonetta Campedelli, in questo caso altrettanto preziosa, come dattilografa - al Convegno avevo parlato "a braccio" sulla base di una "scaletta" di apuntim per aver potuto inviare poi per e-,ail questa relazione, visto che le mie le inaspettatamente aggravate condizioni di salute du questi ultimi giorni , nell'ambito di una situazione di convalescenza dall'intervento chirurgico subito il 04.08.2015 già di per sé precaria, (come chiunque interessato ha potuto constatare verificando la mia scarsa e saltuaria presenza sia su FB che su questi miei blog rispetto al periodo antecedente l'agosto 2015 -  non mi potevano permettere di fare diversamente. Insomma una grazie a tutti coloro che in questi anni, nel corso dei convegni ai quali ho partecipato, su i miei libri e  articoli di periodici, sui post di questi blog e su FB mi hano seguito, letto e, sovente, apprezzato e un grazie ovviamente anche alle eventuali - le invero poche volte che ci son state - divergenze e critiche che quasi sempre son state, come si suol dire, costruttive. Insomma un grazie  di cure a tutti per percorso d questi anni fatto insieme. COG


Note: 

1. C.O. Gori, Profilo di un garibaldino pistoiese: Giuseppe Civinini, in ANVRG (Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini), sito web (nuke,garibaldini,com)
2. Mostra I busti ritrovati. Per una galleria di uomini illustri a Pistoia. Pistoia, Villa di Scornio, 13 febbraio-10 marzo 2013
3. C.O. Gori, Il lungo viaggio dei prigionieri toscani del 1848 da Curtatone e Montanara a Theresinstadt-Terezín, nel blog Aspera, dell'Associazione culturale Prometeo Pistoia e dei suoi amici, 25 maggio 2013.
4  Lettera di Giuseppe Civinini alla madre Gioconda Marini, in BCF, Carte Civinini
5. Lionello R. Levi Sandri, Il giallo della Regìa. Roma, A. Armando, 1983.
6. Le lettere di Salvatore Tringali a Giuseppe Civinini sono datate dal 1865 al 1870, in BCF, Carte Civinini
7. G. Civinini, L'antico e il nuovo Impero in Germania, «Nuova Antologia», 1871, vol. 17, pp. 54-55

Bibliografia essenziale su Giuseppe Civinini

V. Capponi, Biografia pistoiese, Pistoia, Tip. Rossetti, 1878.
V. Cecconi, Giuseppe Civinini di Pistoja. Patriota, deputato giornalista, Pistoia, Brigata del Leoncino, dicembre 2000
A. Chiti, A proposito del primo deputato di Pistoia, in: "Bullettino storico pistoiese", vol. 42, n. 4 (1940).
F. Civinini, Nel cinquantenario della morte di Giuseppe Garibaldi : sacri documenti inediti, in: "Bullettino storico pistoiese", a. 34, n. 2 (1932).
F. Civinini, Una lettera politica inedita di Francesco De Santis, in "Bullettino storico pistoiese", a. 33, n. 2 (1931).
G. Civinini, Le conversazioni del giovedì e altri scritti politici e letterari di Giuseppe Civinini con proemio di Ruggero Bonghi, Pistoia, Tipografia Niccolai, 1885.
G. Civinini, Un esule italiano a Costantinopoli nel 1859, tre lettere di Giuseppe Civinini ; [a cura di Filippo Civinini], Pistoia, Off. Tip. Coop.va, 1912.
G. Civinini Arrighi, La prima giovinezza di Giuseppe Civinini: memorie, Firenze, Ufficio della Rassegna nazionale, 1906.
T. Dolfi, Giuseppe Civinini direttore de La Nazione e la guerra franco-prussiana, (16 ottobre 1869-19 dicembre 1871), in: "Argomenti storici", n.s., n. 4 (1996).
Fondo Civinini. Biblioteca comunale Forteguerriana, Pistoia.
Francesco Crispi e Giuseppe Civinini, in: "Bullettino storico pistoiese", a. 31, n. 1 (1929).
A. Gori, Giuseppe Civinini nella crisi democrazia risorgimentale. Tesi di laurea. Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Magistero, 1972-1973.
A. Gori, Note inerenti una lettera politica di F. De Sanctis a G. Civinini e due missive del Civinini a De Sanctis, in: "Rassegna storica toscana", n. 2 (1989).
C. O. Gori, Un garibaldino che divenne direttore de La Nazione: la storia del deputato pistoiese Giuseppe Civinini, in: "Microstoria", a. 2, n. 10 (apr. 2000).
C. O. Gori, Profilo di un garibaldino pistoiese: Giuseppe Civinini, in "Camicia rossa", n. 2 (mag.-lug. 2002).
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